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Sindrome da perfezionismo

Spaccano il capello in quattro, non sono mai soddisfatti, vivono e fanno vivere male

Lun 05 Dic 2011 | di Maurizio Targa | Salute

Sembra una frase ad effetto ma priva di senso: “ma come, il meglio non è il vertice per il quale vale la pena impegnarsi, a cui tendere per eccellere e progredire costantemente?”. Sì, ma senza mai perdere di vista cosa è veramente importante per noi. A volte siamo tenuti a scegliere e non necessariamente “meglio” è l’opzione giusta. Pretendere sempre il massimo da se stessi, spaccare il capello in quattro, cercare l’eccellenza in ufficio come a scuola o nello sport, ma non aspirando lodevolmente alla qualità: rasentare la mania. Bach e Proust erano così: rivedevano in continuazione le loro partiture o i loro manoscritti fino all’esasperazione. E, se in questo caso il perfezionismo ha significato un costante miglioramento, secondo un recente studio dell’Università di Southampton, il fenomeno sta assumendo contorni patologici in una fetta sempre più ampia della popolazione, in un quadro tutt’altro che positivo per le conseguenze che lo sforzo continuo per tendere all’eccellenza comporta per la salute sia fisica che mentale. Ulrike Zollner, docente svizzera di psicologia clinica, nel suo libro “Sindrome da Perfezionismo” illustra nel dettaglio cosa succede quando questa problematica si struttura nell’animo umano: ecco i meticolosi patologici intenti a stendere elenchi di azioni da fare, sempre col terrore di dimenticarne qualcuna, a controllare spasmodicamente la disposizione degli oggetti sulla scrivania, a rientrare in casa per assicurarsi di aver chiuso il gas e due minuti dopo rifare le scale per sincerarsi di aver girato il chiavistello di casa.

IN GUERRA CON SE STESSI
Ma cosa veramente spinge un individuo a fare sempre di più senza trovare mai pace, e come si può uscire da tale circolo vizioso che sta diventando un vero allarme per una fetta sempre più ampia della popolazione? 
Non stiamo esagerando: una ricerca svolta su un campione di oltre duemila persone sempre dall’Università di Southampton nel 2009, ha dimostrato un legame tra tendenze perfezionistiche e l’insorgere di stati ansiosi quali ossessività, depressione e persino maggiore propensione al suicidio, con ricadute anche sul fisico: è dimostrato infatti un legame tra tendenze ad un’eccessiva solerzia e colon irritabile, con dolori addominali e frequenti episodi diarroici. Le radici? Vanno ricercate nell’infanzia. Secondo gli psicologi «i genitori che chiedono troppo ai figli senza rispettarne il naturale percorso evolutivo – spiega Zollner - rischiano di trasmettere loro il cosiddetto perfezionismo parentale, una serie di comportamenti rigidi e fortemente esigenti che rischiano di lasciare il segno nell’età adulta».
Spesso questi genitori pretendono ciò che essi stessi non hanno realizzato (una laurea, l’abilità nella musica piuttosto che in uno sport), imponendo interessi che non rispettano le reali inclinazioni dei ragazzi. E il conto si paga salato: il soggetto, eccessivamente pressato, sviluppa il bisogno sempre crescente di eseguire ogni compito senza la minima sbavatura per sentirsi realmente in pace. Ovvio che, quando questo bisogno diventa eccessivo, sereni si rischia di non essere mai.

FIGLIO DI UN IO MINORE
Il perfezionista ha in realtà un Io fragile, con una elevata esigenza di autonomia. Teme la dipendenza perché potrebbe dar potere agli altri su di lui, deve stare un passo più avanti dell’avversario perché ha un forte desiderio di controllo, segue nei ragionamenti una logica rigida del tutto o niente e ha grandi pretese negli affetti. Ha bisogno di chiare abitudini che rafforzino la sua sicurezza ed è restio ai cambiamenti, con una grande severità nelle pretese: non si può sbagliare e quindi anche gli altri devono agire bene, secondo i suoi criteri. Non usa gli errori per correggersi e per non attivare la sua ansia di prestazione (legata al bisogno di sapere che sarà tutto perfetto), innalza tante barriere difensive, programma il futuro, non si lascia andare in maniera spontanea. Ovvio che ad una esasperata applicazione di questo atteggiamento il cervello reagisca con un tilt; spesso infatti non vi è tregua tra un’azione e l’altra e, perennemente in lotta con se stesso, lo zelante incallito è condannato a non vivere mai una vera soddisfazione.

COME GUARIRE... PERFETTAMENTE!
Uscire dal vortice? Difficile, ma possibilissimo, assicurano gli esperti, e la molla, sia che ci si faccia aiutare in forma terapeutica piuttosto che provare a farcela da soli, deve scattare dal soggetto stesso. «Ammettere i propri errori e le insicurezze – afferma Christine Alsotter-Gleich dell’Università di Coblenza, che si è occupata anch’essa del problema -, non avendo timore nel confessare le proprie paure. Sforzarsi di accogliere il punto di vista dell’altro, anche se non lo si condivide e non presumere che il nostro sia a priori migliore». Questo è un buon punto di partenza su cui cominciare a lavorare, spiega la dottoressa; quindi smettere di rimuginare continuamente sulla preoccupazione costante di aver fatto male, porsi limiti e confini sulle cose da fare senza pretendere troppo da sé e conservarsi sempre del tempo libero. Fissare obiettivi intermedi, insiste la ricercatrice, evitare ipercriticità verso se stessi e gli altri e fare movimento: l’espressione di sé attraverso sport, ballo e recitazione è una valida soluzione per incanalare energie represse, con un obiettivo: liberarci dall’idea di perfezione che esiste, ma non è di questa terra. «Non sempre – conclude la ricercatrice -, ma a volte sì, il bene è meglio del meglio!»

 


IL NUMERO PERFETTO

Esistono tre forme di perfezionismo, secondo il rapporto dell’Università di Southampton: quello rivolto verso se stessi, sintetizzabile in puro desiderio di eccellere. Ricerche hanno dimostrato la correlazione tra l’insorgere di esso e, specialmente tra le ragazze, il manifestarsi di disagi alimentari quali ad esempio l’anoressia. Il secondo si riscontra in chi la mania di perfezione la rivolge verso gli altri, ovvero pretende sempre da familiari, parenti ed amici il massimo grado di prestazione in ogni attività: va da sé che chi ne è affetto rischi di compromettere seriamente la propria rete di relazioni sociali. La terza forma, forse ancora più subdola verso se stessi, è il cosiddetto perfezionismo socialmente prescritto, ovvero la convinzione di poter essere accettati solo se si è perfetti, credere cioè che ogni propria piccola défaillance possa comportare la perdita dell’amore o della stima di chi ci sta vicino. 

 


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