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La conquista del Polo Sud

Cento anni dopo…

Lun 05 Dic 2011 | di Valerio Barbieri e Beatrice Caldovino | Turisti non per caso
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Il 14 dicembre 1911, Roald Amundsen conquistava il Polo Sud, un mese prima di Robert Falcon Scott. Una tragica vicenda alla quale Genova dedica la mostra “Race. Alla conquista del Polo Sud”, unica tappa italiana e anteprima europea di una eccezionale esposizione ideata dal Museo americano di storia naturale di New York. Nella mostra, allestita a Palazzo Ducale, c’è tutto: dai diari di viaggio agli igloo-ricovero, alle bandiere piantate in quella fatidica data…

UN NOME CHE GELA IL FIATO
Antartide. Un nome che solo a pronunciarlo gela il fiato. Un immenso continente all’estremo sud del globo, lontanissimo da tutte le altre terre emerse ed inesplorato fino a un secolo fa: 14 milioni di kmq di ghiaccio eterno, lentamente accumulatosi nel corso di centinaia di migliaia di anni, che supera spesso i 3000 metri di spessore e che, se per qualche ragione si sciogliesse, provocherebbe un innalzamento di 70 mt del livello degli oceani. Qui le temperature sono talmente basse da impedire qualsiasi forma di vita all’aria aperta, tormentata da venti che soffiano a più di 200 km/h. 

CONOSCERE L’INESPLORATO
Il nome Antarktikos fu coniato dai filosofi greci del VI secolo a. C. Con l’aggettivo Arktikos (dal greco Artkos che significa orso), veniva indicato l’emisfero del pianeta illuminato dalla Stella Polare, appartenente alla costellazione dell’Orsa Minore. Va da sé che l’emisfero Sud fu chiamato Antarktikos. 

AI TEMPI DI MAGELLANO
All’epoca di Magellano, che fu il primo ad illudersi di essersi imbattuto nella propaggine più settentrionale di una Terra Australe, quando nel 1520 attraversò lo stretto che porta il suo nome, l’Antartide era ancora indicato sulle carte geografiche come Terra Australis Ignota. 

Solo nel 1773 il capitano James Cook tagliò per primo il Circolo Polare Antartico. Ma, avendolo circumnavigato inconsapevolmente, concluse che il continente Antartico non esisteva. 

DOPO COOK
Le esplorazioni commerciali dei mari subantartici ebbero inizio subito dopo i viaggi di Cook e agli inizi dell’800. Gli esploratori si servivano delle balene per trovare i passaggi per addentrarsi fra i ghiacci. Nel 1820 tre esploratori attraversarono, l’uno all’insaputa dell’altro, contemporaneamente, le coste della Penisola Antartica. Nel 1841 James Clark Ross scoprì la Terra Vittoria, l’Isola di Ross e i due altissimi vulcani Terror e Erebus.

L’ETà EROICA
Gli anni a cavallo tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo sono giustamente conosciuti come  “l’età eroica” dell’esplorazione polare. Grazie alla diffusione delle navi a vapore, gli esploratori riuscirono a spingersi molto oltre la banchisa polare, fino alle coste più meridionali all’interno del continente. 

CORSA ALL’ORO
Quella verso l’Antartide si andava profilando come una vera e propria “corsa all’oro” e uno degli uomini più smaniosi di scoprire i segreti del continente era Sir Clements Markham, presidente della Royal Geographical Society, che istituì la Commissione per la Spedizione Antartica Britannica e raccolse i fondi necessari per inviare ai confini del mondo una nave appositamente progettata per una spedizione antartica, che sarebbe stata battezzata con il nome inaugurale di Discovery.

IL VIAGGIO DI SCOTT
Varata il 21 marzo 1901, lasciò le acque inglesi 4 mesi più tardi, navigando fino ad arrivare in Nuova Zelanda. Fu necessario quasi un mese per completare i preparativi: a bordo anche un gregge di 50 pecore! All’alba della vigilia di Natale del 1901, la Discovery abbandonò le coste della Nuova Zelanda e avanzò verso sud. La nave si fece strada tra enormi lastroni galleggianti. Dopo quasi una settimana, uscì in mare aperto, trovandosi in balìa dei venti. Arrivati alla superficie rocciosa battezzata Terra King Edward VII, Scott prese la decisione di tornare indietro alla ricerca di un’insenatura in cui trascorrere l’inverno. Quando il ghiaccio bloccò la nave, il gruppo di ricognizione eresse un solido rifugio prefabbricato su un piccolo rilievo di roccia vulcanica, mentre l’equipaggio continuò a vivere sulla nave. Iniziò un periodo duro: il viaggio che li attendeva attraverso quelle lande desolate e ignote sarebbe durato ben 2 anni. Quando, dopo più di 3 anni dalla partenza, la Discovery ritornò finalmente in Inghilterra, fu il trionfo! 

LA SCONFITTA 
Ma la conquista del Polo Sud resterà per sempre legata alla tragica vicenda di Scott e dei suoi compagni. Quando nel 1911 l’esploratore norvegese Amundsen, mentre stava per dirigersi verso il Polo Nord, venne a sapere che l’americano Robert Peary lo aveva già raggiunto, invertì la rotta e decise di puntare al Polo Sud. Una nuova sfida era appena cominciata. Scott,  infatti, dopo il successo della sua precedente spedizione, si era posto come obiettivo quello di garantire alla corona britannica l’onore di piantare la sua bandiera ai piedi del mondo. Scott e i suoi compagni partirono con un ottimo equipaggiamento. Ma la base di Amundsen era 100 Km più vicina al Polo. L’inglese decise di seguire il percorso che aveva già intrapreso 10 anni prima. Ma la sorte si dimostrò avversa a Scott, che fu costretto presto a trascinare a mano le pesanti slitte, cariche di strumenti, reperti e viveri, camminando, sciando, arrampicandosi. Quando il 17 gennaio 1912, raggiunsero il Polo Sud, su cui svettava già la bandiera norvegese, si resero conto di essere stati preceduti di pochissimo dai rivali. Quando Scott penetrò nella tenda abbandonata da Amundsen un mese prima ricevette il colpo di grazia. Per lui c’era una lettera scritta da Amunsed: “Probabilmente voi sarete il primo ad arrivare... dopo di noi”... Ma Robert Falcon Scott e i suoi 4 compagni, Henry Bowers, Edward Wilson, Edgar Evans e Lawrence Oates non avrebbero fatto mai più ritorno a casa. I loro cadaveri furono ritrovati otto mesi più tardi, ad appena 13 Km di distanza da un deposito di provviste e dalla salvezza. Accanto a Scott giaceva anche il suo diario, unico testimone dell’impresa che lo rese immortale... 


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