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Strage di Viareggio

Ancora nessun responsabile!

Mer 21 Dic 2011 | di Emanuele Menicocci | Attualità
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Il 29 giugno 2009 a Viareggio un treno merci con 14 cisterne di gpl proveniente da La Spezia deraglia provocando una fuga di gas e un'esplosione che causerà crolli e incendi nel raggio di duecento metri. Il bilancio è drammatico: 32 morti e 25 feriti.
Un anno dopo, nel giugno 2010, la Procura di Lucca iscrive 46 soggetti nel registro degli indagati. Il 29 giugno 2011, dopo una marcia a cui partecipano 20 mila persone, nasce il coordinamento delle associazioni e dei comitati delle vittime di Viareggio di cui è presidente Daniela Rombi, madre di Emanuela Menichetti, di 21 anni, 29esima vittima.
In massa chiedono le dimissioni dell'Amministratore delegato di Ferrovie dello Stato Mauro Moretti. L'8 novembre 2011, alla fine dell'incidente probatorio, FF.SS. licenzia il suo dipendente Riccardo Antonini considerato in conflitto di interessi per essere stato consulente di parte di alcune vittime.

Signor Antonini, sono passati due anni: perché ancora ne parliamo?
«Da pochi giorni si è concluso l'incidente probatorio e tra poco parte un processo che speriamo sia giusto e soprattutto fatto in tempi brevi».

Quale è il suo ruolo e la sua mansione ricoperta in Ferrovia dello Stato?
«Io sono stato per 34 anni operaio e tecnico della manutenzione nella stazione di Viareggio».

Dove viene rilevato il suo conflitto di interessi?
«Nell'indicente probatorio sono stato incaricato da parte di un avvocato di seguire una famiglia come consulente tecnico di parte. La persona che seguivo è deceduta nel mese di giugno. Da RFI (Rete Ferroviaria Italiana - ndr) mi è arrivata una diffida in cui mi si intimava di cessare questo incarico. Diffida alla quale non ho ceduto. Nel frattempo anche la CGIL di Lucca mi ha chiesto di fare il consulente di parte. A seguito di questi incarichi mi è stata comminata dapprima una sospensione di dieci giorni, fino ad arrivare al licenziamento dopo la conclusione dell'incidente probatorio».

Cosa è emerso dall'incidente probatorio?
«La sua fase finale si è svolta dal 2 al 4 novembre, dopo la relazione dei periti del GIP (giudice per le indagini preliminari - ndr) che sosteneva che la foratura della cisterna era avvenuta a causa di un elemento deviatorio, la piegata “zampa di lepre” (in gergo), anziché da un picchetto che dista circa un metro o un metro e mezzo dal binario come sostenevano i consulenti tecnici della procura e altri consulenti. Se venisse accertata questa come causa, solleverebbe RFI  da molte responsabilità. Quindi ancora aperta è la partita tra GIP e procura. Inoltre abbiamo scoperto che all'interno dei periti del GIP ce ne è uno che partecipa a un contratto di programma del Ministero dei Trasporti proprio con RFI. è  stata chiesta, da parte dei PM, la ricusazione di questo consulente, l'ingegnere Licciardello, sia per incompatibilità che per incompetenza (si era occupato solo di incidenti stradali - ndr). Ricusazione respinta da parte del GIP per assenza di subordinazione psicologica da parte del perito. A questo punto le vittime si sono sentite offese e violate ancora nella loro dignità».

Perché si è parlato di una strage annunciata?
«Perché la sicurezza sta diventando sempre più un optional. Nei 40 giorni precedenti c'erano stati altri incidenti di treni merci, in uno dei quali fu coinvolto lo stesso treno della strage. Erano presagio di potenziali incidenti di dimensioni maggiori, come è poi avvenuto. Non solo, ma a seguito di questi incidenti nessun provvedimento è stato preso, come nemmeno dopo la strage di Viareggio. Ad oggi ogni 50 giorni c'è un morto sul lavoro in ferrovia e il rischio per i passeggeri aumenta».

Chi deve effettuare il controllo? Come mai questa carenza nei processi produttivi?
«Tendenzialmente si privilegia l'interesse di privati e la politica del profitto. I treni merci sono di privati e pagano profumatamente l'utilizzo delle ferrovie. I costi legati al controllo sono molto elevati e quindi si tira al risparmio. Inoltre c'è da annoverare una carenza normativa: infatti le misure previste dal quadro legislativo evidentemente non sono più sufficienti».      
 




IL MONDO CHE VORREI
E manuela Menichetti è a casa di una sua amica nel momento dell'esplosione. Rimane gravemente ustionata e dopo alcuni giorni muore. Sua madre, Daniela Rombi è Presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime della strage di Viareggio, “Il mondo che vorrei”.

Lei ha mai avuto modo di parlare con Moretti, Amministratore delegato del Gruppo Ferrovie dello Stato?
«Ha definito questa strage uno spiacevole incidente e ci guarda con toni di sfida. Asserisce di volere la verità senza però prodigarsi per farla emergere. Ad oggi credo che non sia degno della nostra parola».

Di chi è la responsabilità dell'incidente?
«Una serie di casualità mi hanno portato via Emanuela. Dovevamo tornare un giorno dopo, invece abbiamo anticipato, lei disse di andare a dormire dalla sua amica. Se ci ripenso, potrei non perdonarmi. Ma la colpa è dell'incuria degli uomini, della loro sete di potere.
Erano quattordici cisterne che, se fossero esplose tutte, avrebbero raso al suolo la città e invece di aumentare la sicurezza sui treni, per la logica del profitto, spendono milioni per realizzare splendenti stazioni. Il disastro di Viareggio ci riguarda tutti, prima la sicurezza e poi il resto».

Ora di cosa ha timore?
«Già andammo a Roma ad aprile per la paura del processo breve. Una pantomima già allora come oggi l'incidente probatorio. Ci dissero che eravamo strumentalizzati e che non dovevamo leggere i giornali e tentavano di rassicurarci l'onorevole Bergamini e la Santanchè. Allora dissi: ”E da chi dobbiamo sapere le cose?” e proprio la Santanchè mi rispose: ”Ve la dico io la verità” nemmeno fosse un altro Cristo in terra. Così ci trattano e la paura, quasi certezza, è che la legge non è uguale per tutti. Ma porterò sempre avanti la battaglia per la vita di mia figlia e delle altre vittime, non voglio continuare ad assistere a questa vergogna».
 



DISTANZE DI SICUREZZA                        
Ad Aprilia (Latina) sta per entrare in funzione una centrale Turbogas per la produzione di energia elettrica, della potenza di 750 megawatt. L'impianto dista solo 30 metri dalla linea ferroviaria Roma-Nettuno, con i treni da quasi 1.000 persone.  Era il caso di farla proprio così vicino?
 


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