acquaesapone Soldi
Interviste Esclusive Viaggi Editoriale Inchieste Io Giornalista TV/Cinema A&S SPORT Zona Stabile Rubriche Libri Speciale Cannes

Calcio non corrotto

Scommesse, Moggiopoli, doping? C' anche un altro calcio. Eccolo

Ven 27 Gen 2012 | di Boris Sollazzo | Soldi

L’interistissimo Elio cantava in una storica edizione di Mai dire Gol “Ti amo campionato, perché non sei falsato”, mentre dietro di lui andavano immagini di rigori macroscopici non dati, di arroganza del potere, di ingiustizie sportive palesi. Sempre in quella trasmissione anarchica e geniale una voce off faceva schede alla Minoli che cominciavano con un “è un calcio malaaato!”. Ascoltate i pazzi e i buffoni, si dice, perché vi indicheranno la strada, il futuro. E così ci siamo ritrovati nel pantano di calciopoli, con Moggi che muoveva squadre, calciatori e arbitri, come hanno sostenuto gli inquirenti, a suo piacimento. E prima c'era stato il doping. E dopo il calcioscommesse. Un dolore, per chi lo sport lo ama davvero. E proprio per loro sono queste tre testimonianze di un pallone “pulito”. Esempi meravigliosi di rettitudine o riscatto.

Fabio Pisacane
Difensore della Ternana con il vizio del gol. Già 3 in questo campionato. Ma il più bello lo ha segnato lo scorso anno. Vestiva la maglia del Lumezzane in Lega Pro e il direttore sportivo del Ravenna, di nome Buffone, gli offrì 50.000 euro per accomodare una partita. Lui, 24 anni e uno stipendio basso - “qui non girano i milioni di euro della serie A”- rinuncia sdegnato e denuncia. Forse avete sentito la storia di Farina del Gubbio che, per aver fatto lo stesso, è stato convocato in Nazionale e invitato alla serata del Pallone d'Oro da Blatter (amara ironia, Joseph è un brillante esempio, peraltro, del marciume del calcio). «Nessuna invidia, - dice Pisacane - lui è stato grande e so che la differenza tra noi è stata solo nell'esposizione mediatica. E ne sono anche contento: sentire la tua ammirazione mi mette a disagio, mi disorienta e anche nei suoi occhi vedo questo. Non siamo eroi, non abbiamo fatto nulla di speciale ed è spaventoso che invece tutto questo venga percepito come eccezionale. La normalità è il crimine?». Fabio parla con una cadenza napoletana e non vuole farne una questione di soldi. «Non credo che dipenda dalla cifra: se è vero quello che si dice sui colleghi di Serie A, si sono “venduti” per pochi spiccioli, rispetto ai loro guadagni. No, qui c'è dell'altro. Non potrei tradire il mio sport per tutto l'oro del mondo: come farei poi a inseguire i miei sogni da bambino con il cuore libero? Io, ad esempio, vorrei un giorno poter vestire la maglia del Napoli: non me ne sentirei degno se dovessi inciampare in qualcosa del genere». E ci tiene a precisare che l'ambiente non l'ha isolato, che non ha subìto alcuna ritorsione. «Siamo in tanti a essere onesti. Anche se ora l'immagine del nostro lavoro è insozzata da questo scandalo. Mi sentirò sempre molto legato al Lumezzane, perché questa sfida l'abbiamo affrontata insieme». Fabio Pisacane, grazie. E arrivederci. A Napoli.

Carlo Petrini

Sessantatré anni. E ne dimostra almeno quindici in più. Carlo Petrini, faccia da schiaffi e piede furbo, ce lo ricordavamo con le maglie di Roma e Milan, del Genoa e del Catanzaro. Una forza della natura. Ora non sa se passerà il 2012, maltrattato da tumori invadenti. Anche quella voce senza paura è stata piegata: il ragazzo da Monticiano che da più di un decennio si autodenuncia per raccontare il calcio malato, ora cerca di vincere la partita più importante, quella per la vita. «Sto male, ma conto di scrivere ancora un libro per mio figlio. E di non smettere di dire quello che so». Nel fango del dio pallone si chiama la più famosa delle sue testimonianze scritte. Petrini è stato preso per pazzo, ma nessuno lo querela. Guarda un po'. «Se sto così, devastato da un male incurabile, lo devo al calcio. Uno sport dovrebbe farti diventare più sano, ma la mia generazione di professionisti e anche quelle seguenti, sono state falcidiate da morti premature e malattie distruttive. Perché? Non capisco perché gli altri non parlino, anche quelli più giovani e che stanno peggio di me. Forse hanno ancora bisogno delle mance, delle elemosine del sistema pallone. Eppure io ricordo le iniezioni, i bibitoni, tutto. Ricordo che stavamo in piedi tre giorni, che sentivi una forza inumana dentro di te. Cosa c'era lì? Nessuno ce lo diceva e noi, complici, non approfondivamo. Ma eravamo ragazzi e spesso neanche troppo svegli».
Non risparmia nessuno Petrini, attaccante coraggioso come sul campo, se non «Nils Liedholm e Nereo Rocco. Non ho mai avuto l'impressione che sapessero. Anzi, trovavo in loro una signorilità rara nel mondo del calcio». E sul calcioscommesse - lui nel 1980 vi rimase implicato - ha da dire la sua. «Difficile pensare che riguardi solo i giocatori. Certe cose non si fanno a dispetto di chi comanda. Ma non ho elementi certi e non voglio fare affermazioni che non mi competono. Ma rifletterci, io e voi, quello sì».

Agostino Di Bartolomei
C'è chi forse per questo calciospettacolo, tutto lustrini e pochi valori, forse non è proprio tagliato. In questo circo non basta saper giocare bene e toccare di fino la palla, devi anche saperti muovere nei meandri più oscuri. L'ha scoperto, troppo tardi, Agostino Di Bartolomei. Capitano della Roma del secondo scudetto e protagonista e convitato di pietra di “11 metri”, il documentario-capolavoro di Francesco Del Grosso. Dedicato proprio a lui, che si suicidò a 10 anni esatti dalla finale di Coppa Campioni persa e che sognava un centro sportivo per i ragazzi disagiati e si trovò coperto di maldicenze e ostruzionismi. «Non credo nella coincidenza con quella partita - dice il figlio Luca, che ha scelto, con rigore ed etica, la strada della politica - la morte è una cosa seria. Ce l'ho avuta per tanto tempo con papà per quello che ha fatto, perché non c'è cosa più stronza e stupida di togliersi la vita. Ma ora so apprezzare anche tutto il resto: l'affetto che sento ancora addosso, quanto di buono ha lasciato a noi figli, a mia madre, ma anche ai tifosi, alla gente. Il suo esempio di onestà e rettitudine, i valori che ha saputo mostrare. Era un campione in tutto». “DiBa ora ridi” comparve come graffito questa frase, su un muro a San Lorenzo. Sorride Luca, e sembra d'avere Ago davanti. «Se una cosa mi regala questo film è far sapere che papà non era il musone che questo mondo ha sostenuto fosse. L'hanno etichettato. La verità è che uno come lui, serio, ma non serioso, e pieno d'orgoglio e dignità, aveva poco a che fare con il calcio moderno. Ma lo amava tanto e non voleva staccarsene. Non ha ricevuto quanto ha dato». Venditti gli ha dedicato una canzone, Del Grosso un film. Noi questo articolo.    


Condividi su: