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Care caste, basta col benaltrismo

Aperto il dibattito su tassisti, notai e farmacisti, sono arrivate tante lettere. E tutte dicevano che il cambiamento deve iniziare da un'altra parte

Ven 27 Gen 2012 | di Armando Marino | Soldi

Grazie a tutti coloro che mi hanno scritto. In questa rubrica dico la mia, non sono chiuso ad ascoltare le opinioni degli altri. E nello scorso numero, affrontando il tema delle tante caste d'Italia e  il dibattito sulle liberalizzazioni, sapevo che avrei toccato molti nervi scoperti. Cominciamo col dire  una cosa: oggi si parla di casta per i politici, sottintentendo che hanno una posizione di privilegio assoluto. Ma il termine deve essere inteso anche in altri significati: ci sono tante posizioni di privilegio relativo, il che vuol dire semplicemente far parte di una categoria che ha interessi omogenei tutelati da regole che gli conferiscono comunque un qualche vantaggio rispetto a chi è direttamente esposto ai capricci del mercato. I farmacisti, ad esempio, sono in questa situazione. Molti hanno avuto la fortuna di ereditare un'attività a numero chiuso per legge. Ciò non vuol dire che l'interesse a difendere la propria posizione sia assurdo o incomprensibile. Non vuol dire nemmeno che i farmacisti siano il grande male dell'Italia e nemmeno i tassisti ovviamente. Chi segue questa rubrica saprà che io parlo molto più spesso delle banche, che rappresentano in questo momento un nodo ben più importante da sciogliere per il Paese. Nonostante questo dico no al “benaltrismo”. Molti di quelli che mi hanno scritto mi hanno fatto notare che ci sono “ben altre” caste. Ma così non si risolve niente: bisogna aprire di più certi mercati per creare opportunità e far funzionare meglio servizi importanti, e bisogna cercare compromessi per farlo gradatamente, perché non si deve mandare in rovina chi ad esempio abbia acquistato a caro prezzo una licenza di tassisti. Ma non si può nemmeno fare sempre muro e dire: “Comincaite dagli altri”. Io ho votato a favore dell'abolizione dell'ordine dei giornalisti, pur essendo iscritto, nel referendum che poi non è passato. Uso molto il taxi e ascolto le ragioni dei tassisti. E sento che molti di loro non sono affatto contenti di come vanno le cose, ma hanno paura di trovarsi con una concorrenza feroce e restare senza lavoro, ed è comprensibile. Una proposta: estendere l'iniziativa milanese dei “tassisti collaboratori”: ogni titolare di licenza può prendere un collaboratore che potrà usare l'auto per altre otto ore, ammortizzando così il costo, fornendo un'altra fonte di guadagno e ampliando così il numero di taxi in circolazione. Si potrebbe anche liberalizzare parte dei turni di lavoro. E in cambio però diminuire o cancellare certe esagerazioni: è assurdo che, se chiami un radiotaxi di salire a Milano, al momento di salire a bordo devi già pagare otto euro. Chiudiamo larghe porzioni dei centri urbani e facciamo in modo che si possa usare più spesso il taxi pagandolo meno. Se ne discuta almeno, evitando di fare muro contro muro. E lo stesso vale per notai, farmacisti e tante altre categorie, giornalisti inclusi, se serve. Non c'è nessuna condanna a priori, nessuno dice che siano privilegiati da colpire. Ma non ci si può arroccare e dire che nulla deve cambiare.      


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