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Con il nastro rosa

Crescono le imprese (vere) a guida femminile: una su due, tra le nuove, ha per capo una donna

Ven 27 Gen 2012 | di Maurizio Targa | Soldi

L’imprenditoria al femminile sembra avere una marcia in più: secondo le analisi svolte dall’osservatorio Unioncamere, le aziende capeggiate da donne lo scorso anno sono cresciute a un tasso più elevato rispetto a quelle maschili ed il numero delle aziende “in rosa” sfiora ormai il milione e mezzo (1.430.900), pari al 23,4% di tutte le imprese registrate presso le Camere di Commercio. Forse le pari opportunità non sono ancora pienamente nel dizionario comune degli italiani, ma un fatto appare incontrovertibile: anche quando le condizioni del mercato non sono vantaggiose, la voglia di impresa delle donne non cede.

In crescita
Sono quasi 9mila le imprese femminili in più contabilizzate tra settembre 2010 e 2011, con un incremento dello 0,6%. Il dato, significativo in sé, ha una connotazione positiva ulteriore: le 8.814 imprese rosa aggiuntive rappresentano il 47% del saldo totale delle nuove imprese registrate nello stesso arco di tempo, pari a 18.794 unità; ogni due imprese aperte, una è a conduzione femminile. Lazio, Umbria, Calabria e Veneto le regioni che mettono a segno gli incrementi più consistenti, compresi tra l’1,4% e l’1,2% e, ad eccezione del Lazio, sono incrementi più rilevanti di quelli che in termini percentuali hanno registrato le aziende a conduzione maschile.

Un milione (e mezzo) di capitane
Questo il numero, inimmaginabile sino a qualche ano fa, di donne titolari: la locomotiva del treno imprenditoriale rosa, tanto in termini percentuali quanto in valori assoluti, è come detto il Lazio (+1.934 imprese pari al +1,4% di crescita), ma si registrano elevate variazioni percentuali anche in Umbria (+1,3%), Calabria e Veneto (entrambe +1,2%). In valori assoluti, tuttavia, sono alcune delle regioni a più diffusa presenza di imprese che occupano le posizioni di vertice della classifica: alle spalle del Lazio si posiziona la Lombardia (+1.411 pari al +0,7%), seguita da Veneto (+1.280, +1,2%), Toscana (+1.080, pari a +1,1%) e Emilia Romagna (+1.054, +1,1%). Sul fronte opposto si incontrano invece cinque regioni nelle quali, evidentemente, la crisi si è fatta sentire con maggior incisività, determinando una riduzione del tessuto imprenditoriale femminile. Si tratta di Sicilia, Basilicata, Molise, Liguria e Valle d’Aosta, i cui saldi risultano negativi con contrazioni del numero di imprese che vanno dalle -479 unità della Sicilia alle -39 della Valle d’Aosta.

A Prato la maglia rosa
Sezionando l’andamento a livello provinciale, ai vertici troviamo Prato, Monza e Brianza, Fermo, Messina e Arezzo, tutte con incrementi che superano il 2% rispetto all’anno precedente; 29, invece, di cui 13 del Mezzogiorno, le province in cui si registra una riduzione del tessuto imprenditoriale a conduzione femminile. La più consistente in termini percentuali è quella di Caltanissetta (-5,7%), seguita da Avellino (-3,2%), Trapani (-2,8%), Vibo Valentia (-2,8%), Lodi e Palermo (entrambe -2,4%).
Il Mezzogiorno si conferma tuttavia il territorio con i valori più elevati di femminilizzazione del tessuto imprenditoriale: il picco di incidenza delle imprese femminili sul totale del tessuto economico si rileva in Molise (30,1%), seguito da vicino da Basilicata (27,8%) e Abruzzo (27,7%).
Uscendo dal Sud, la regione più femminile è l’Umbria (26%), mentre il primato tra le regioni settentrionali è detenuto dalla Liguria (24,6%). 

Imprenditrici sì, ma donne
L’analisi dinamica dei settori mostra due tendenze parallele: la lenta ma costante diffusione di aziende guidate da donne all’interno di comparti a vocazione maschile, ma anche un rafforzamento di molti ambiti in cui la componente “rosa” sembra tradizionalmente trovarsi di più a proprio agio. è il caso dei settori dell’istruzione (+462 imprese, +6%), di quello della sanità e assistenza sociale (+571, +4,3%), delle attività artistiche e di intrattenimento (+554, +3,3%), delle attività professionali, scientifiche e tecniche (+1.320, +3.2%). Due le eccezioni a questa tendenza: il modesto incremento del commercio, “zoccolo duro” dell’attività di imprese delle donne il cui aumento di solo lo 0,1% appare però dettato soprattutto dalla congiuntura negativa che comprime i consumi delle famiglie, e l’ulteriore diminuzione delle imprese legate all’agricoltura (-6.441 unità, -2,5%), settore che, tuttavia, nel suo complesso, mostra da tempo un trend discendente. Si rafforza anche la presenza femminile nelle costruzioni e tra le imprese di trasporto e magazzinaggio: 1.722 le imprese “rosa” in più nel primo caso (+2,7%) e +358 nel secondo (+1,8%).
 
Sempre meno furbetti
Mogli prestanome per incassare i contributi, ma poi chi comanda in ditta è il marito? In qualche caso senz’altro sì, ma il fenomeno va ridimensionato: anche in aziende la cui titolarità femminile puzza da un chilometro (classico il caso in cui il marito lavora per la Pubblica Amministrazione, sottolineano i commenti più maliziosi al rapporto), è sempre la donna che cura almeno due aspetti dell’impresa: il rapporto con la rete sociale interna ed esterna all’attività. Per fare un esempio nel campo della piccola ricezione turistica, bed & breakfast o agriturismo, sono sempre le donne ad occuparsi dell’accoglienza e dei contatti coi fornitori. Ma il trucchetto della finta intestazione è in netta decrescita: le vere imprese con la donna al timone sono sempre più numerose. I dati, a ben vedere, rivelano una verità troppo spesso sottaciuta, ovvero quanto le donne italiane siano la vera spina dorsale del Paese: non solo hanno in carico quasi totalmente il lavoro di cura, ma esprimono un’energia, una vitalità e una flessibilità sorprendente anche all’interno del tessuto economico italiano, nell’impresa troppo spesso ritenuta appannaggio esclusivamente maschile.        

 

       


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