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Così ti blocco l’informazione

Aumentano i contributi statali per gli editori “servili”

Gio 21 Mag 2009 | di Stefano Carugno | Media
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Nel 1981, con la legge 416/81 sono state riformate le norme che regolano i contributi per l'editoria.
La legge si ispirava al principio costituzionale della libertà di pensiero e di diffusione delle idee e al sostegno di imprese editrici di particolare valore culturale. I paladini di tale legge hanno sempre affermato che grazie a lei si sarebbe potuto sostenere tutto il settore, anche con conseguente aumento dei lettori di giornali.
In realtà le cose non sono andate proprio così.

CONTRIBUTI PER MILIARDI DI EURO, MA I LETTORI CALANO
Dopo quasi 30 anni in cui sono stati versati contributi per un valore di diversi miliardi di euro si può affermare, senza possibilità di smentita, che tale legge, oltre che un costo notevole per lo Stato, è stata un fallimento totale.

Un fallimento per il numero dei lettori
I dati pubblicati recentemente dalla Fieg (Federazione Italiana Editori Giornali) sul “Rapporto sulla stampa in Italia” sono categorici: ogni mille abitanti, in Italia, nel 2007 sono stati venduti 112 quotidiani, contro i 624 del Giappone, i 580 della Norvegia, 491 della Finlandia, 344 dell’Austria, 354 della Svizzera, i 338 del Regno Unito, 290 della Germania, 212 degli Usa, 153 della Francia.
Un fallimento per la democrazia
Nella classifica relativa alla libertà di stampa stilata annualmente dall'Istituto di Ricerca Statunitense Freedomhouse, accreditato come il più competente a livello internazionale, l'Italia è classificata come nazione “Partly Free” ovvero a “Parziale libertà di stampa” ed è ultimo tra i Paesi cosiddetti occidentali.

Un fallimento per la professionalità di editori e giornalisti
Il sistema assistenziale dei contributi condizionati al legame con i partiti politici ha sviluppato nell'editoria una classe imprenditoriale troppo influenzabile dai politici, che condiziona fortemente l’operato delle redazioni e dei giornalisti che vi lavorano.

SOVVENZIONI SOLO PER GLI “AMICI” DEI POLITICI
In pratica in Italia ha prevalso il sistema degli editori non interessati a creare aziende sane e competitive, quanto a sostenersi con i contributi statali. Per accedervi basta legarsi a questo o a quel politico: i contributi vengono infatti elargiti innanzitutto ad organi di stampa dei partiti, anche quei partiti che non esistono, ma che vengono creati col solo scopo di succhiare fondi pubblici. Comunque pure le grandi testate, dette indipendenti, vi attingono a piene mani.

L'ECONOMIA EDITORIALE DROGATA
In quasi tutti i governi qualche esponente ha provato a sottolineare che tale sistema genera solo un'editoria malata, portatrice di un'economia drogata e una “democrazia manovrata”. Ma gli interessi di parte hanno sempre soffocato quelli di una giusta revisione della legge.
Recentemente il Presidente dell'Antitrust Antonio Catricalà ha proposto di introdurre un limite temporale al periodo di assegnazione dei contributi, cercando di incentivare gli editori che vivono di sovvenzioni a ricercare soluzioni organizzative più efficienti, come avviene in qualsiasi altro paese democratico. Tra gli altri si è opposto Corrado Calabrò, Presidente dell'AGCOM (organo a nostro giudizio troppo asservito ai politici), così motivando: “Non si può fare a meno di distinguere fra la cosiddetta stampa d'informazione e quella di semplice intrattenimento”.
Ma cosa avrà voluto dire?

COME CALPESTARE LA COSTITUZIONE ... E GUADAGNARCI
L'articolo 21 della Costituzione italiana ha esplicitamente cercato di rimuovere tutte le cause che potessero creare uno squilibrio a favore di determinata stampa piuttosto che altra, proprio perché, con l'esperienza del fascismo, era evidente che lo Stato non dovesse accentrare il controllo dell'informazione, ma garantire libertà e pari dignità ai mezzi d'informazione. Ma lo spirito della Costituzione è stato tradito e continua ad esserlo.
Di recente il governo, con beneplacito dell'opposizione, ha varato una serie di norme che accrescono l'ingiustizia: è stato tolto il tetto massimo del singolo contributo ad una testata, che era di 4 milioni di euro annui e, inoltre, i contributi diretti, che ammontavano a 159 milioni di euro, saliranno in quest'anno a 290 milioni di euro. Non male, visti i “tempi di crisi”.  

L'informazione non passa più per le edicole
Crollo nelle vendite dei quotidiani 400.000 copie in meno al giorno!
Quattrocentomila copie di giornale al giorno che nessuno compra più, volate via dalle edicole in un solo anno. La pubblicità crollata del 25%. Sono dati della Fieg, la Federazione degli editori, e della Fcp, la Federazione delle concessionarie di pubblicità. La pubblicità nel frattempo è diminuita «solo» del 17%, ma il suo fatturato è crollato del 32%. Questi dati andrebbero incrociati con quelli sulla credibilità dei giornalisti, infatti gli italiani considerano bugiardi il 68% dei giornalisti.

I DANNI DEI CONTRIBUTI PER L’EDITORIA
• Hanno incoraggiato un’economia drogata di aziende editoriali incapaci di sostenersi
• Hanno creato una diseguaglianza tra concorrenti, sovvenzionando secondo criteri di appartenenza politica
• Hanno ridotto la libertà di espressione dei giornalisti
• Hanno allontanato l’interesse dei lettori
• Hanno travisato lo spirito dell’articolo 21 della Costituzione Italiana, uno dei fondamenti della democrazia

Italia in serie B      
Libertà di stampa? Da noi ce n’è poca
L’Italia è diventato un paese a “parziale libertà di stampa”. Un marchio quasi infamante, come dire non siamo più classificabili tra le “democrazie occidentali”, in cui la libertà di pensiero e la sua diffusione è elemento fondamentale. Questo è il triste verdetto di Freedomhouse, l'istituto di ricerca statunitense che ogni anno stila la più autorevole e aggiornata classifica sullo stato della libertà di stampa nel mondo, che si basa sulle caratteristiche di ogni paese (legali, politiche, economiche), analizzando ben 109 diversi indicatori. In pratica siamo stati declassati al 73° posto, che condividiamo con Tonga. Siamo ultimi tra le cosiddette democrazie occidentali e penultimi in Europa. Ma il dato più eclatante è che oggi siamo classificati come Paese “a parziale libertà di stampa”. Peggio di noi solo i Paesi guidati da dittature, le ex repubbliche sovietiche e i paesi islamici.


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