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Bambini a Scampia

Con Davide Cerullo nella più grande piazza di spaccio d’Europa, dove è cresciuto conoscendo la camorra

Ven 27 Gen 2012 | di Angela Iantosca | Bambini
Foto di 6

Fatiscenza, campanelli posticci, gradini rotti e irregolari, vetri, finestre spaccate, amianto, manifesti elettorali scoloriti, pozzanghere, umidità, gocce regolari che cadono dall'alto, frasi sui muri: qualcuno odia Maradona, qualcuno ama Gaetano. E poi frasi prese dalla Bibbia scritte con una bella grafia; una scritta che “inneggia” alla cultura, una insegna luminosa che indica “Buone feste”: sintomo di una normalità cercata, almeno nelle apparenze. Si conoscono quasi tutti alle Vele di Scampia. E tutti conoscono Davide Cerullo.

UN FUTURO POSSIBILE
Mi viene a prendere alla Stazione di Piazza Garibaldi per portarmi a casa sua. Nel cuore dei suoi affetti. Nel cuore di quella Napoli che fa paura a tanti. Ma che lui conosce bene. Perché Davide Cerullo alle Vele ci è cresciuto. E da quel posto ha deciso di andarsene. Per amore verso di sé. Per amore della sua famiglia e dei suoi due figli, fiori che nessuno ha il diritto di spezzare. Ma Davide torna in quel posto. Torna perché lo vuole cambiare. Vuole cambiare la gente. Vuole che i bambini non pensino che un futuro è possibile solo con una pistola in mano.

DAVIDE BAMBINO DI SCAMPIA
«Sono il nono di 14 figli. E sono stato io ad entrare per primo nel Sistema. Poi i miei fratelli ed anche mia madre. Nostro padre, che è morto pochi mesi fa, faceva il pastore. Ma, ad un certo punto, ci ha abbandonati ed è rimasto a vivere a Cassino. Non l’ho mai capito… Anche io ho fatto il pastore, proprio qui a Scampia. A 13 anni ho cominciato a “lavorare” per la camorra, arrivando a guadagnare un milione di lire al giorno. Da quando ho deciso di andar via, ogni volta che torno alle Vele, vedo questa vita con occhi diversi. E soffro per i bambini che crescono qui, che in questi spazi grigi sono costretti a giocare, mangiare, ad innamorarsi, a sposarsi e ad avere figli. Soffro per i figli dei miei fratelli e delle mie cognate. Soffro e mi domando: perché i miei figli possono vivere con la bellezza negli occhi e loro no? Perché a nessuno interessa? Dove è lo Stato? La Chiesa, i preti di strada sono importanti, ma non possono sostituirsi allo Stato: sarebbe troppo comodo. La scuola dove è? Cosa possono insegnare ai propri figli delle ragazzine di 15 anni che pensano che il massimo sia diventare la donna di un camorrista? Loro non hanno ricevuto niente e niente sapranno dare. Di tutti i bambini che ci sono qui, molti hanno già le “ali bruciate”».

LA POESIA MI HA SALVATO
«La poesia mi ha salvato. Sembra assurdo. Ma è così. La poesia mi ha fatto vedere quella bellezza che non riuscivo ad immaginare da “cittadino” delle Vele. E mi viene una rabbia al pensiero che i bambini e tutti coloro che vivono qui non sappiano cosa sia la bellezza, che esistono altri mondi al di là di questo spazio». Davide Cerullo è uno di quei ragazzi che ce l’ha fatta, nonostante la famiglia, nonostante il fascino esercitato su di lui dal denaro, la droga, le macchine, la bella vita, nonostante gli “amici” che ti fanno sentire un eroe, nonostante le pistole che ti fanno sentire imbattibile. «La poesia, Don Aniello Manganiello, la mia forza di volontà, l’amore per Patrizia e i miei figli mi hanno aiutato a venirne fuori. Ho conosciuto il carcere, che, vi posso assicurare, insegna a fare peggio perché in prigione si impara solo ciò che non bisognerebbe sapere; ho conosciuto la paura, ho visto la morte, la sofferenza… ma l’aver visto un barlume di bellezza, di vita al di fuori di quella che era la mia vita di allora, mi ha aiutato ad allontanarmi gradualmente dalla sporcizia. Ma ho dovuto lasciare Scampia».

AFFINCHÉ NON CI SIANO PIÙ ALI BRUCIATE
«So che devo aver pazienza e che posso limitarmi a gettare dei semi che poi un giorno spero diventeranno frutti sani. Ma sto lavorando affinché le cose cambino. Dovrebbe cambiare la mentalità. Totalmente. Con il libro “Ali bruciate”, pubblicato due anni fa e scritto con Alessandro Pronzato, prete straordinario che vive in Svizzera, e la mostra fotografica itinerante, realizzata con le foto da me scattate alle Vele, ho smosso un po’ le coscienze, ma soprattutto ho creato una rete di contatti, di amicizie. La mia idea è quella di creare una sorta di “gemellaggio” con Scampia. È importante portare via dalle Vele i bambini per determinati periodi e portarli in luoghi diversi dove ci sia del bello da vedere, dove si respira normalità. E penso che anche gli operatori che lavorano con me a Modena debbano venire a Scampia per capire cosa sia e cosa significhi vivere in questo contesto, per poi spiegarlo a tutti. Questa idea la sto estendendo anche ad alcune madri… devono uscire dalle Vele e vedere che un altro mondo è possibile. L’idea è di creare a Scampia un centro di riferimento alternativo».

CIRO IL BATTERISTA
Camminiamo per le strade che corrono intorno alle Vele. In uno scantinato incontriamo Roberto, il “restauratore”: sotto le sue mani qualsiasi oggetto riprende vita. Poi incontriamo Ciro, che ha trasformato una cantina in una sala in cui poter suonare la batteria. La musica sale fino ai piani più alti. è musica, non sono spari, non sono urla. Ciro ama suonare e da grande questo vorrebbe fare: ha un bel ritmo e la faccia seria mentre esegue una melodia che ha nella sua testa. Ciro ha un sogno e, nonostante il luogo in cui è nato, ha il diritto di realizzarlo.

 



VOGLIO FARE IL POLIZIOTTO
«Tutti noi bambini di Scampia abbiamo detto da piccoli che avremmo voluto fare i poliziotti. E lo sai quale è il motivo? Per la pistola. Perché i bambini vedono che la persona che la può portare con più facilità è proprio il poliziotto. E allora le famiglie gli regalano le pistole che funzionano ad aria compressa, per esercitarsi». Non è sete di giustizia la loro. È voglia di sparare. «Mi ricordo quando trovai quella che sarebbe diventata la mia prima pistola – mi racconta Davide -. Io spacciavo e quando mi davano la roba, la nascondevo, ogni volta in un posto diverso. Un giorno, allungando la mano per recuperare il mio pacchetto, nascosto nell’intercapedine del muro, sentii una cordicella alla quale era legata una pistola. Ebbi un tuffo al cuore. La presi e mi sentii uomo. Avrei potuto fare di tutto. Conosco talmente bene quella sensazione che mi fa paura rivederla in tanti ragazzi e bambini. Mi sconforta. Quando vengo qui e vedo come degli occhi innocenti abbiano perso quella trasparenza, che parlano con indifferenza di morte, che vivono in mezzo alla morte, al carcere, alle notti insonni, ai rumori di Scampia, che vivono sentendo Scampia come l’unico luogo sulla terra e percepiscono la stessa Napoli come qualcosa di lontanissimo e Roma come addirittura l’America… mi viene rabbia e sento che devo fare qualcosa per aiutarli, per salvarli». Ma i bambini sognano anche il San Paolo di Napoli. «Voglio fare il calciatore come Lavezzi o Cavani», mi dice un altro piccolo scugnizzo con gli occhi grandi, curiosi, e le lentiggini sul naso.

E tu, Davide, cosa sognavi da bambino?
«Mi ricordo che sognavo una famiglia normale. Guardavo la pubblicità della Mulino Bianco o della Buondì Motta e pensavo che io una famiglia così non ce l’avevo…».                         
 



IL RISCATTO
Davide Cerullo, nato e cresciuto alle Vele di Scampia, ha lasciato la scuola a 13 anni, per essere arruolato nella malavita e negli ingranaggi della camorra. Dall’incontro con il Vangelo e con la poesia nasce il desiderio di riscatto, che la presenza di Patrizia, poi diventata sua moglie, e di alcuni sacerdoti hanno reso possibile. Oggi vive a Modena insieme ai suoi due figli, Alessandro e Chiara. Nel 2009 ha pubblicato il libro “Ali bruciate - Bambini di Scampia” (Edizioni Paoline).


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