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Kledi Kadiu: meglio di una favola... la mia vita

L'infanzia a Tirana, la fuga, la realizzazione del sogno in Italia

Sab 09 Mag 2009 | di Angela Iantosca | Interviste Esclusive
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Guardandolo in tv, ho sempre avuto la sensazione che fosse ‘diverso’: schivo, riservato, caparbio, un professionista che considera la sua arte qualcosa da tener lontano dal gossip, dall'esposizione mediatica a tutti i costi. Ricevendo la sua mail e incontrandolo, ne ho avuto la conferma. «Quando vengo a fare allenamento in palestra, c’è sempre un numero del vostro mensile – mi spiega Kledi Kadiu quando ci incontriamo nella sua palestra di Roma -. Per questo ho deciso di scrivervi e di auto-candidarmi per un'intervista. Diciamo che sono imprenditore di me stesso!».

 

In tuta, con un asciugamano intorno al collo il ballerino, che da poco ha pubblicato un’autobiografia, si racconta senza filtri.
Partiamo proprio dal libro “Meglio di una favola – la mia vita”.
«Con questa autobiografia non ho voluto lanciare nessun messaggio. Ho voluto solo raccontare una storia, la storia di uno dei tanti stranieri che in questi anni hanno cercato fortuna in Italia e che ce l'hanno fatta».
Tutti sanno del tuo arrivo in Italia clandestinamente dall’Albania, del ritorno a casa e poi della realizzazione del “sogno italiano”. Vivendo nel nostro Paese, che differenze hai notato rispetto al tuo?
«è molto diversa, a partire dalla mia professione. Da noi lo Stato dava priorità a chi fa sport. Io, per esempio, ho frequentato le scuole migliori, gratuitamente. A 10 anni entrai in Accademia e fu mio padre a decidere che mi presentassi. Ecco, in questo, ho notata un’altra diversità: qui vedo che i genitori si oppongono alle propensioni artistiche dei figli. In realtà qui ho trovato più chiusura mentale che in Albania, il fatto anche di non vedere le persone come persone ma come espressione di razze diverse…».
E allora perché sei scappato?
«è stato il momento storico a spingerci verso la fuga. Da noi si vedeva molta tv italiana e l’Italia, per noi, era come il paese della Mulino Bianco».
Cosa guardavi della tv italiana?
«La Carrà, Paganini e “Fantastico”».
Come sono stati gli 8 anni di Accademia?
«Pesanti e monotoni. Era vietata la danza moderna, perché sentita come espressione del capitalismo. Non era permesso ballare, neanche in coppia con una donna. Noi seguivamo solo un repertorio classico e, invece, a me piaceva la danza moderna. Dopo le lezioni in Accademia, tornavo a casa, la vita mondana non esisteva: non esisteva il concetto di bar, ristorante, discoteca come luogo di ritrovo. Il massimo era passeggiare lungo Boulevard Stalin, nel centro di Tirana. Le macchine erano del governo. Noi ci muovevamo solo in bici e bus».
Cosa ti manca della tua infanzia?
«Il senso di unione: ogni sera andavamo a chiacchierare dai vicini. Anche se bisognava stare molto attenti a ciò che si diceva: tutti erano spie di tutti e, se venivi considerato un traditore, nel senso che avevi ambizioni diverse da quelle imposte dal governo, venivi mandato al confino, senza acqua né cibo. Da piccolo, non mi rendevo conto di questo. Crescendo, ho capito che era come vivere sotto una grande ombra».
Stando a contatto con i ragazzi, con la trasmissione ‘Amici’, quanto ti senti ‘diverso’?
«Osservandoli, devo dire che sono contento di essere cresciuto così, apprezzando le piccole cose. Mi piace che si dica ancora “permesso”, “scusa”, “prego”, che si saluti quando si incrocia qualcuno. Oggi vedo che viene dato tutto per scontato. La realtà è abbastanza vuota, forse perché siamo cresciuti in epoche diverse».
E la tv quanto contribuisce?
«La tv – lo so che ne faccio parte – bombarda i telespettatori, nutrendoli in fondo di “cazzate”, è un contenitore negativo fatto solo di reality, in cui la gente spia ciò che fanno gli altri. E questo funziona perché l’Italia è un paese pettegolo».
Cosa vuoi fare "da grande"?
«Penso a Sky, come Fiorello, Panariello e la Cuccarini. Lei per esempio, sta conducendo un programma “Your Mama Can’t Dance” che è la brutta copia del format americano, in cui si mettono in mostra dei veri talenti della danza. In Italia è diventato l’ennesimo talent show di bassa qualità, perché l’Italia ha paura di osare, ha una mentalità provinciale... e ora lo posso dire tranquillamente, visto che anche io sono cittadino italiano».
Che aggettivi useresti per definirti?
«Determinato, cocciuto, sensibile, riservato...».
... E timido?
«Spesso si confonde con la timidezza la voglia di non mettere in piazza la propria vita privata. Ma quello che interessa è il gossip, ed i giornali che si occupano solo di quello non fanno che contribuire in senso negativo a questa società. Come del resto i giornali che parlano solo di violenze. Sarebbe importante non creare un clima di terrore, non identificare negli albanesi ieri, nei rumeni oggi il pericolo. Invece di fare una promozione positiva, fanno crescere l’odio. Come del resto le ronde: sono una cosa assurda, la cosa più razzista che ci sia, come la guerra. Perché non si parla mai di cose positive? Ci sono tanti miei connazionali che hanno fatto cose molto belle, diventando imprenditori e dando lavoro ai connazionali e agli italiani».
A cosa dici di no?
«Ai compromessi!».


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