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Dominique Lapierre: testimonio la bellezza degli ultimi

L’avventurosa esistenza di uno scrittore di fama mondiale che tra i poveri ha ritrovato la Vita

Gio 26 Apr 2012 | di Giuseppe Stabile | Zona Stabile
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Giornalista e scrittore di fama mondiale, ha conosciuto i maggiori protagonisti della storia, ma ha scoperto il vero valore della Vita e dell’Amore nei volti dei più poveri e umili. Incontrando la giovialità, l’entusiasmo e lo sguardo di Dominique Lapierre, percependo la luce della sua anima che illumina l’esistenza di tanti bambini sofferenti, non si hanno dubbi: solo amando si può rinascere.   

Dopo tanti libri di successo, cosa l’ha spinta a raccontare la sua esistenza nel volume “Gli ultimi saranno i primi” appena pubblicato da Rizzoli?
«In quest’ultimo libro, più che scrivere un’autobiografia, ho voluto raccontare tutti i “colpi di fulmine” della mia esistenza. Volevo condividere con i miei lettori e benefattori i tanti anni trascorsi sulle strade del mondo a conoscere i più grandi uomini della storia, ma anche i più piccoli e straordinari nelle strade delle bidonville: da Nelson Mandela all’ultimo Re d’India, da Charles de Gaulle a David Ben Gurion. Consapevole che i diritti d’autore che guadagnerò sono essenziali per continuare la mia opera di solidarietà per i diseredati dell’India».

Qual è il significato della frase evangelica “Gli ultimi saranno i primi” che ha scelto come titolo del libro? 
«L’ho compreso solo negli ultimi anni della mia vita: i più poveri, i più abbandonati e dimenticati, combattendo per la sopravvivenza in tanti luoghi del Pianeta, con il loro valore e la loro capacità di continuare a lottare rimanendo in piedi, possono essere esempi per tutta l’umanità. In questo modo diventano i primi, come dice Gesù. Proprio per sostenere i più poveri devolverò i diritti di autore anche di questo nuovo libro; con la crisi internazionale le donazioni alla nostra associazione sono sensibilmente diminuite e non me la sento di chiudere una scuola per bambini lebbrosi o fermare un battello ospedale: sarebbe un’inaccettabile crocefissione. Madre Teresa diceva sempre: “Salvare un bambino è come salvare il mondo”».

Che ricordi conserva della sua fanciullezza?
«Non avevo nemmeno dieci anni quando scoppiò la guerra mondiale e i tedeschi occuparono Parigi dove vivevo con la mia famiglia. Furono anni terribili, ricordo il terrore delle sirene dei bombardamenti e la grande paura per mio padre che, clandestinamente, faceva parte di una organizzazione che salvava molti ebrei. Anche se giovanissimo, cercavo di contribuire alla sopravvivenza della mia famiglia allevando polli in una cameretta della nostra casa. Finita la guerra, appena dopo il liceo, partii da solo per un lungo viaggio negli Stati Uniti e in Messico, guadagnandomi da vivere in mille modi. Con quella esperienza, che auguro a tutti i ragazzi, compresi che la mia vita sarebbe stata in giro per il mondo ad incontrare persone e raccontare la loro storia. Tornai a casa dopo un anno e da quell’avventura nacque il mio primo libro “Un dollaro, mille chilometri”».

Tra i grandi protagonisti della storia che ha incontrato quale l’ha particolarmente colpita?
«Senza dubbio Madre Teresa di Calcutta: nel 1981 ero già uno scrittore di successo e avevo girato il mondo, ma l’incontro con lei ha cambiato radicalmente la mia esistenza». 

Come avvenne l’incontro con la Beata Teresa di Calcutta, Nobel per la Pace nel 1979?  
«Avevo viaggiato molto in India per le ricerche del mio libro su Gandhi (Stanotte la libertà - ndr) e, in seguito al suo successo, io e mia moglie decidemmo di devolvere una somma in beneficenza a quella piccola suora albanese di cui avevamo tanto sentito parlare. Arrivammo nella sua casa alle 5,30 di mattina: era seduta in preghiera nella cappella, sotto un semplice Crocefisso di legno con la scritta “Ho sete”. Il nostro colloquio fu molto emozionante e, dopo averci ringraziato della donazione, ci invitò a seguirla nelle sue visite ai malati. Ad un certo punto mi chiese di prendere il suo posto per dare da mangiare ad un moribondo dicendomi: “Continui a nutrire quest’uomo mostrandogli il suo amore”. Non ho più dimenticato quel momento… Lei mi fece capire che non bastavano i miei soldi o il mio successo, non era sufficiente scrivere grandi libri o denunciare le ingiustizie; è più importante diventare un attore sul campo di battaglia della povertà per lottare davvero contro la miseria. Con Madre Teresa diventammo amici e la sua voce fece cambiare la mia esistenza in una lotta umanitaria che da trenta anni porto avanti insieme a mia moglie».

Il suo famosissimo libro “La Città della Gioia” nacque dall’incontro con Madre Teresa? 
«Sì, anche se inizialmente fu una scoperta sconvolgente trovare nelle condizioni di vita infernali di una bidonville tante persone che avevano la capacità di sorridere e di condividere con i più poveri di loro, ringraziando continuamente Dio nelle varie religioni di appartenenza. Volevo comprendere qual era la forza di quelle persone che per me rappresentavano un messaggio di speranza sull’anima dell’umanità. Un giorno dissi a mia moglie: nessuno parla di questi eroi sconosciuti, io sarò la loro voce! Entrammo in una cartoleria e comprammo dodici taccuini e dodici penne per realizzare la mia inchiesta più sconvolgente. Nessuna casa editrice voleva pubblicare “La Città della Gioia”, un libro sui lebbrosi di Calcutta, ma non mi interessava: anche se avessi venduto una sola copia, ero determinato a testimoniare la bellezza di quelle persone. Dopo la pubblicazione, ne furono vendute 12 milioni di copie e ne fu tratto un film di grande successo! Inoltre, ricevetti più di duecentocinquantamila lettere da persone di tutto il mondo che mi ringraziavano per aver ritrovato la forza di vivere. Con i proventi del libro e le donazioni dei lettori iniziammo a cambiare il volto di una delle regioni più povere dell’India».  

Cosa ha imparato a contatto con i più poveri e semplici?
«Tra loro ho scoperto il vero significato delle parole coraggio, amore, dignità, compassione, fede, speranza. È cambiata tutta la mia esistenza e la mia gerarchia di valori; ho smesso di dare importanza ai falsi problemi e ho compreso il valore della condivisione: tra i più bisognosi, tutti sono pronti a dare! Inoltre, ho imparato a ringraziare Dio per il minimo dono, ad ascoltare gli altri, a non avere paura della morte e a non disperare mai». 

In India ha riscoperto il valore della religione?
«In India si professano molte fedi e durante i miei viaggi ho incontrato tante persone, non solo cattoliche, che viaggiavano verso Dio. Ognuno con cammini differenti, ma tutti verso la Redenzione. Ho potuto imparare tante preghiere nelle moschee musulmane, nei templi indù o nei centri buddisti, così come nelle Chiese. Tutti siamo sullo stesso cammino per trovare la Resurrezione, cioè per poter continuare in un'altra vita un impegno d’amore per gli altri e ricevere la Redenzione del Signore per le azioni compiute sulla terra. Ringrazio Dio perché tutta la mia esistenza è stata un miracolo e la Sua Provvidenza mi è sempre stata accanto; forse perché non ho mai tradito l’ideale della mia giovinezza: avere il cuore aperto, fiducioso».

Chi è per lei Gesù?
«Il Signore mi ha dato la possibilità di incontrare la Sua incarnazione nelle bidonville di Calcutta e nelle campagne dell’India, facendomi capire il significato delle Sue parole: “Ciò che fate ai poveri è come se lo fate a me”. Quando incontro un ragazzo lebbroso che abbiamo curato in uno dei nostri centri e che ora ha un diploma con il quale potrà formarsi una famiglia, io sono felice. E se un giorno al Signore potrò dire che ho contribuito a salvarlo, io sarò soddisfatto! L’impegno umanitario è per me l’occasione di vedere e scoprire Gesù in ogni povero e sofferente che incontro, come diceva anche Madre Teresa. Un giorno m’imbattei in una ragazza indiana affamata alla quale riuscii a donare solo un biscotto che avevo in tasca; lei mi salutò e riprese il suo cammino, ma dopo pochi metri diede metà del biscotto ad un cane scheletrico. Fu una grande lezione di condivisione: per me quella ragazza era Gesù».

Qual è stato il momento più difficile della sua esistenza?
«Nel 1989, dopo otto anni dalla rivoluzione indiana nella mia vita, ebbi la terribile notizia della diagnosi di un tumore alla prostata. Non riuscivo ad accettare che proprio allora che avevo trovato gioia ed equilibrio tutto potesse finire; ma il mio amore per la natura e per la vita mi fece subito ritrovare la grinta per lottare contro la malattia, sostenuto dal grande amore di mia moglie. Il giorno dell’operazione in ospedale fu straordinario e indimenticabile: al mattino ricevetti una lettera di preghiere di Madre Teresa, scritta di suo pugno nonostante fosse in fin di vita in un ospedale indiano. Poi, mentre stavo per addormentarmi sul tavolo operatorio, sentii dentro di me un canto potente e bellissimo: era la voce di un ragazzo indù paraplegico che avevo conosciuto in un istituto di Calcutta durante una messa domenicale! Alla fine tutto andò per il meglio e dopo una breve convalescenza ripresi in pieno la mia attività».

Cosa prova quando ritorna in Occidente dopo i suoi lunghi soggiorni indiani?
«Camminando per le strade delle nostre grandi città come New York, Roma o Parigi, vedo meno povertà, ma spesso molta più miseria. Incontro tante persone sole, senza speranza in una vita migliore, che hanno perso i propri legami affettivi, culturali e religiosi. Noi occidentali vogliamo tutto e rincorriamo la sicurezza di poter pagare la casa, la macchina nuova e tutte le cose del mondo capitalista; invece la gente delle mie bidonville non possiede nulla, ma ha la forza di essere più grande delle avversità. Però sono molto felice ogni volta che torno in Italia: purtroppo siete intossicati soprattutto dagli scandali politici, ma in Italia ho sempre trovato tanta solidarietà e in ogni angolo del Pianeta ho incontrato soprattutto italiani ad aiutare chi soffre. D’altronde, come recita un proverbio indiano che è diventato il mio motto: “Tutto ciò che non viene donato va perduto”».                                    

 


TALENTO AL SERVIZIO DEI POVERI
Dominique Lapierre nasce in Francia il 30 luglio del 1931 in una famiglia benestante e molto credente; corrispondente per il Paris Match, scrive numerosi libri di inchiesta di grande successo, alcuni con il collega americano Larry Collins. Nel 1980, dall’incontro con la Beata Madre Teresa di Calcutta, scaturirà una svolta radicale nella sua vita, raccontata ne “La Città della Gioia”,  che nessuna casa editrice voleva pubblicare, venduto in 12 milioni di copie e diventato un famoso film. L’associazione da lui fondata, finanziata con i suoi diritti d’autore, con la vendita di propri beni e con le donazioni, ha raccolto finora più di venti milioni di euro utilizzati per aiutare le popolazioni più povere e malate dell’India. Per Rizzoli ha appena pubblicato “Gli ultimi saranno i primi”. Ha una figlia, Alexandra, anche lei scrittrice, e da grande amante della natura, appena può vive in una casa sulla Costa Azzurra, che ama percorrere con il suo cavallo. 

Per info www.cityofjoyaid.org

 


DOMINIQUE & MARIA, UN AMORE GRANDE
Al fianco di Lapierre c’è una donna con la quale condivide tutto, a partire dal nome. «Ho conosciuto mia moglie Dominique – racconta – nel 1966, perché insieme al mio collega Larry Collins cercavamo un’assistente. Il rapporto con lei è stato un fantastico regalo di Dio: ho potuto condividere il mio lavoro e il mio impegno umanitario con una donna che ha un cuore enorme, più grande del mio. Abbiamo anche lo stesso secondo nome, Maria, in onore della Madre di Dio, per la quale abbiamo un culto speciale: il nostro matrimonio, avvenuto solo nel 1980 per non turbare mia figlia Alexandra nata dal mio precedente matrimonio giovanile, lo abbiamo celebrato da soli nel Santuario di Nostra Signora di Guadalupe, in Messico».


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