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La mia Alaska

Roberto Ghidoni, l’uomo lupo, solo tra i ghiacci dell’alaska

Gio 26 Apr 2012 | di Angela Iantosca | Mondo
Foto di 13

Gli indiani lo chiamano uomo alce e anche uomo lupo. Per la sua forza, per il suo correre tra i ghiacci e le nevi d’Alaska senza paura, in solitaria, senza sentire fatica, sete, fame, sonno. Perché Roberto, quando cammina tra i boschi, non è più un uomo: diventa natura, albero, vento, radici, foglie. E il suo respiro è il respiro di quelle piante, degli arbusti, della fauna e della flora… Ma chi è Roberto Ghidoni? Un uomo che fino a 47 anni è sempre vissuto sulle sue montagne della Val Trompia (Bs) e che poi, un giorno, è venuto a conoscenza dell’esistenza della traversata trans-alaskana, alla quale ha deciso di partecipare più volte per quella ricerca di sé che lo ha sempre accompagnato nella vita, per quell’amore innato verso la natura: «Sin da piccolo, mi sono sempre trovato a mio agio nei boschi. Quando andavamo con papà, avevo la sensazione di essere coccolato dalla natura. Quando vai in un bosco a 5 anni con tuo padre, le emozioni penetrano in profondità, perché a quell’età si è come il burro. Io sono nato a Brescia, ma, dopo pochi anni, per motivi di lavoro di papà, mi sono trasferito a Milano. Ma vivere in montagna e poi andare a vivere in città non è stato semplice. La natura è stata la prima cosa che ho vissuto. Come unica via di fuga avevo le montagne dell’alta Valle Trompia».

ROBERTO E SUO PADRE
Il rapporto con il padre è sempre stato molto profondo. Ma un giorno è stato bruscamente interrotto. «Mio padre lavorava in una centrale termonucleare a Piacenza. Io allora ero irrequieto. Il periodo politico era quello del ’68, era un momento di contestazioni e io ci sono passato in pieno. Ovviamente erano forti i contrasti con i miei: quando si è giovani si pensa di avere tutte le risposte e poi… Poi ci fu un incidente, nel quale mio padre perse violentemente la vita, cosa che ha lasciato in me un segno profondo. Una morte violenta non ha mai una risposta. Distrugge una vita così all’improvviso. Aveva 47 anni: era nel pieno della sua esistenza. Improvvisamente è sparito tutto, nonostante lui non fosse sempre presente, a causa del lavoro che lo portava spesso all’estero. Ma la figura di un padre è importantissima: mio padre è stato il primo che mi ha fatto sentire un individuo. Mi ha colpito che in un attimo sia volato via tutto. Probabilmente la sofferenza è stata tale perché io ero poco più che adolescente, età nella quale non si è pronti ad un evento così. Mi sono reso conto che con la maturità le emozioni e i dolori si gestiscono in maniera diversa. Avevo litigato con Dio, con chi mi viveva accanto. Mi iscrissi ad Ingegneria, ma poi decisi di seguire l’indole, il cuore. Era scritto che dovessi fare così. Per una madre, vedova, con tre figli, non è stato un complimento vedere che il maggiore dei tre andava a fare il contadino in montagna! Ma se tornassi indietro lo rifarei». 

LA SCELTA DELLA MONTAGNA
Roberto, quindi, al terzo anno di Ingegneria, lascia tutto e decide di aprire una piccola azienda agricola a Ludizzo di Bovegno (Bs). «è qualcosa di forte vivere nella natura: un conto è far la vacanza e un conto è viverci. Ma in me c’era una predisposizione ad un ambiente meno antropizzato della città. È un sogno che avevo. Ho sempre avuto la passione per Jack London, la voglia di esplorare e un giorno il destino mi ha messo davanti ad un video. Una mia amica mi fece vedere un video riguardante la traversata dell’Alaska, la Iditasport Extreme. E decisi che era giunto il momento di partire: quel video aveva risvegliato in me un sogno, un cassetto della memoria. È stata una favola. L’ho letta come se la vita volesse passarmi attraverso».

LA CORSA PIù DURA DEL MONDO
Era il 1999 quando Roberto viene a conoscenza della corsa più dura e più famosa al mondo, alla quale si può partecipare sia come runner che come biker che con gli sci, importante che i concorrenti procedano in totale autosufficienza. È il febbraio del 2000 quando si iscrive alla Idita Extreme sulla distanza di 560 km ed arriva al terzo posto. «... E lì cominciò il mal d’Alaska. È un luogo, un paesaggio in cui ancora il sistema culturale non ingloba quello ecologico. Ma quello ecologico condiziona il sistema culturale. C’è una grossa differenza. L’Alaska è davvero l’ultima frontiera». L’anno dopo, partecipa ancora sulla medesima distanza, facendo segnare il primo posto ex-equo. Nel 2002, la competizione cambia nome e diventa “Idita Trail Invitational”. Roberto partecipa sulla distanza di 1765 km con variante nord e in questa edizione abbatte due record: prima abbassa di oltre 10 ore quello sulla distanza dei 565 km, impiegando 5 giorni e 16 ore. Al secondo traguardo, dopo 1765 km, migliora il precedente record di 4 giorni e mezzo. L’edizione del 2003, ridotta a 1265 km per questioni climatiche, lo vede vincitore assoluto: è la prima volta nella storia di questa competizione che un runner precede i concorrenti con gli sci e le mountain bike. Nel 2004 è ancora in gara: bloccato da una tromboflebite alla gamba, conquista comunque il primo posto tra la categoria runner, infliggendo 11 ore al secondo classificato. Il film “Running wolf”, girato nell’occasione dal regista Marco Preti, è una testimonianza della impresa compiuta. 

Quanto è importante la testa nell'affrontare queste prove?
«La testa gioca una componente fortissima. Io non dormivo. Riuscivo a dormire al massimo un’ora o due al giorno e procedevo per 100 km al giorno. Quando tornavo a casa mi sentivo svuotato. Nel 2005, quando tornai, non dormii per 11 giorni. Ero vigile, come se stessi ancora in “gara”, anche se non si trattava di una gara in senso tradizionale, era un incontro tra la vita e la morte: non volevo perdere la vita, ma ero pronta a perderla».

Ha mai avuto paura?
«Sì, ma sono sempre fuggito in avanti rispetto alla paura! Il coraggio è andare avanti in un momento in cui hai paura. La paura mi ha riportato a casa. Non solo la paura, ma soprattutto la mia parte femminile: la donna, che crea la vita, è la parte più attaccata ad essa».

Come l’ha sostenuta la sua compagna?
«Quando ho cominciato a vivere nella e della natura, ho avuto la fortuna di avere accanto una compagna che ha aderito a questa scelta: io studiavo Ingegneria, ma lei era al Centro sperimentale di Brescia, aveva un lavoro sicuro. Insieme decidemmo di costruire una aziendina. L’idea non era di fare un’azienda agricola, ma una piccola realtà montana che ci permettesse di vivere dignitosamente. Per anni ho falciato e munto a mano: un lavoro durissimo per noi che venivamo dalla città, ma per 30 anni abbiamo tenuto l’azienda e noi stiamo insieme da 41 anni! Abbiamo fatto un discorso di qualità: le stagioni, quando vivi in mezzo alla natura, le vedi, vedi il movimento della natura. Io ho bisogno di questo rapporto simbiotico con la natura. Là in Alaska perdevo i confini del mio corpo e diventavo parte integrante dell’ambiente: ero un fiocco di neve, una pianta, una foglia. Non era un rapporto dualistico lì, né qui. Io e la natura siamo un tutt’uno. Il mio respiro è il respiro delle piante. Ma non pensare che sia un asceta. Non è così che la vivo la natura. Sono molto vigile: io vado sul monte ogni giorno con lo spirito di un bambino che per la prima volta va in montagna».

Fuga o ricerca di sé?
«Sto scappando da qualcosa e sto inseguendo qualcosa. Probabilmente il mio destino doveva farmi passare per l’Alaska e farmi vivere in solitaria 4 anni e farmi rimanere ancora altri due. Mi chiamavano lupo e per gli indiani il lupo è l’animale che ha avuto la possibilità di andare in un avamposto tra la vita terrena e quella celeste. Ha visto Dio ed è potuto rientrare e aiutare gli altri. Io in Alaska ho visto tre volte il lupo ed è raro incontrarli...».

La sua passione ha contagiato anche sua figlia?
«Come padre sono ingombrante. Per questo, ad un certo punto, lei è partita. Sicuramente l’ho condizionata: fa la maestra di scii, ma lontano da noi. A volte l'amore di un padre diventa possesso. Ho provato un dolore enorme, quando se n’è andata, come se mi avessero staccato un pezzo di corpo. Ma credo che una volta che metti al mondo qualcuno, abbiamo il dovere di aiutarlo ad ascoltare se stesso. È un compito difficile perché significa rinunciare alla parte egoistica. Attraverso quelle esperienze in solitaria ho imparato a stare accanto alle persone, nel rispetto del solco ineliminabile che c’è tra gli individui».

La sua esperienza fa pensare al film di Sean Penn “Into the wild”.
«Ho parlato con degli indiani di questo ragazzo che loro conoscevano. Per loro è stato uno ‘stupid’ ad avventurarsi in posti nei quali per 10 mesi l’anno c’è neve e si arriva ai meno 30 di media, dove il vento è impetuoso, e tutto questo per cercare una verità…».

Quale è la sua prossima impresa?
«Dalla mia ultima “gara”, nel 2005, non ho più fatto nulla, dopo 60mila km tra allenamenti e gare. Però sto ancora sognando e sto aspettando una chiamata. Dopo questa storia ho avuto un bombardamento dai media. Mi sono ritirato. Avevo bisogno di riprendermi. La vera sfida è stata rientrare, non stare lì 6 anni, ma dovevo passare da quella esperienza per andare verso un sentiero più ripido, quello della conoscenza».

Cosa le manca di più dell'Alaska?
«La voce del silenzio, linguaggio che non sappiamo più riconoscere. È una voce profonda. È la pietra angolare del carattere, secondo gli indiani». 

Ci pensa mai all’Alaska?
«Con l’animo le direi una bugia se le dicessi di aver saltato un giorno… sono attimi… sono flash… ma ogni giorno torno in Alaska!».        


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