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Una vita di scorta: s, ma per chi?

Tante persone conservano privatamente in banche estere il cordone ombelicale del proprio figlio. Ma secondo i pi solo un business del tutto inutile

Gio 26 Apr 2012 | di Sabrina Protano | Salute

Fino a qualche anno fa la questione non si poneva nemmeno: il cordone ombelicale era considerato soltanto un’appendice, che al momento della nascita di un bambino non aveva più ragion d’essere e veniva gettata via. Poi si è scoperto che nel sangue in esso contenuto c’è una buona quantità di cellule staminali di origine midollare, che possono dar vita ad altre cellule in grado di rigenerare un midollo osseo colpito da gravi malattie. Da allora sono nate in tutto il mondo migliaia di banche per la conservazione del cordone ombelicale, ritenuto ormai un’importantissima riserva di vita. Ma è qui che nasce il dilemma: è meglio donarlo a banche pubbliche con fini solidali oppure conservarlo per il proprio figlio, esportandolo all’estero in banche private a pagamento? Qual è la scelta non tanto più giusta, quanto più utile, per non sprecare questo tesoro?

La battaglia dei cordoni
I pareri in merito sono letteralmente contrapposti e danno vita ad una netta divisione dell’opinione pubblica. Insomma, è davvero utile conservare per sé le cellule staminali presenti nel sangue del cordone ombelicale? 
Per il mondo della scienza non ci sono dubbi: l’unica opzione sensata è la donazione a fine solidaristico. Secondo la comunità scientifica, infatti, le promesse delle biobanche private estere non sono supportate da valide rilevanze medico-scientifiche e l’unica certezza sarebbe un appetibile  giro d’affari per chi si offre di congelare il sangue cordonale a colpi di migliaia d’euro. Un business ben architettato, dunque, che sfrutterebbe la disinformazione e l’ingenuità di tanti genitori in apprensione per la salute dei figli. 

Donare o conservare? 
Ma procediamo con ordine passando in rassegna i 3 tipi di conservazione del sangue del cordone ombelicale, e quindi delle cellule staminali in esso contenute. 
1) C’è la conservazione allogenica o donazione, attraverso cui il sangue del cordone ombelicale è donato per essere messo a disposizione della collettività; in questo caso, le banche di raccolta sono strutture pubbliche facenti parte del Sistema Sanitario Nazionale, che mettono a disposizione questo sangue per chi un giorno potrebbe averne bisogno, attraverso un Registro internazionale dei donatori.  
2) Poi, c’è la conservazione dedicata, con cui il sangue cordonale è riservato ad un familiare compatibile che sia affetto da una patologia per la quale è indicato un trattamento terapeutico che prevede l'utilizzo di cellule staminali emopoietiche (come quelle contenute nel cordone); questo caso può verificarsi solo previa autorizzazione medica. 
3) Infine, c’è la conservazione autologa, cioè per uso privato, attraverso cui il sangue del cordone ombelicale viene riservato per lo stesso donatore (il neonato), a cui potrebbe servire in un secondo momento; questo è l’unico caso in cui le spese per la raccolta e la conservazione in banche private (estere) sono a carico della famiglia.

Cosa prevede la legge italiana
In Italia la legge vieta la possibilità di conservare il sangue del cordone per uso privato (conservazione autologa) e, in base alle disposizioni dettate da un decreto ministeriale del 2009, prevede esclusivamente la donazione altruistica presso strutture pubbliche, salvo l’eccezione di poche malattie genetiche per le quali è consentita la “conservazione familiare dedicata”. 
È tuttavia consentito raccogliere a scopo personale (autologo, per l’appunto) il sangue del cordone per esportarlo in strutture private al di fuori del territorio italiano. Per questo le future mamme italiane che decidono di conservare il cordone per il proprio figlio devono necessariamente affidarlo a banche private estere, pagando profumatamente (mediamente, tra i 1.000 e i 2.500 Euro). Queste banche inviano al cliente un kit da consegnare in ospedale il giorno del parto; quello stesso giorno, dopo la raccolta del sangue del cordone, un corriere della banca estera si occupa del ritiro del kit e della sua consegna presso i laboratori delle banche in questione. Quindi le possibilità, per la mamma italiana, ci sono entrambe: donare il cordone (gratuitamente presso strutture pubbliche italiane) o conservarlo per sé (presso banche private estere, pagando fior di quattrini). Quale scegliere?

Conservazione per uso privato: i favorevoli
Secondo le banche private estere, il sangue cordonale è un’assicurazione sulla salute, un’assicurazione biologica che può durare anche 20-30 anni (tale è, a detta loro, il periodo di conservazione delle cellule staminali congelate), una riserva di vita da utilizzare per curarsi in caso di malattie che normalmente necessitano del trapianto di midollo osseo, come la leucemia.
Inoltre, le biobanche estere sostengono che sia saggio decidere di conservare il sangue cordonale per uso privato soprattutto per alcune difficoltà che si riscontrano nella donazione pubblica: innanzitutto, non sempre chi partorisce capita in strutture ospedaliere attrezzate per raccogliere il sangue cordonale (che, di conseguenza, viene purtroppo gettato via); in secondo luogo le banche pubbliche, a differenza di quelle private, non procedono alla conservazione del sangue se i campioni non hanno un certo quantitativo di centilitri di sangue, che non sempre si riesce a raggiungere. Infine, e questo a detta delle banche private è il motivo più importante, le probabilità di trovare del sangue compatibile in banche pubbliche sono pochissime, circa una su 40.000.

Conservazione per uso privato: i contrari
Ossia, la comunità medico-scientifica internazionale. Infatti, se l’impiego solidale delle cellule staminali cordonali è ormai ampiamente consolidato dalla letteratura scientifica, con comprovata documentazione d’efficacia, lo stesso non si può affermare per la conservazione autologa. Diversi autorevoli esponenti della comunità scientifica internazionale continuano a ribadire la “non utilità” di questa opzione, perché non esiste finora alcuna evidenza che le cellule staminali del sangue cordonale conservate possano essere d’utilità per lo stesso neonato donatore. Questo è il punto fondamentale su cui si batte la scienza: il bambino che dona il cordone per se stesso alla nascita è un bambino sano e la probabilità che egli necessiti di utilizzare il suo cordone è in media 1 su 100.000; in ogni caso, nessuna malattia genetica può essere curata dall’autodonazione, perché evidentemente in quel caso anche le cellule cordonali risultano affette dalla medesima patologia. La comunità scientifica, inoltre, sostiene che non sia ancora dimostrabile che il sangue cordonale possa essere conservato per 30 anni, come molte banche estere raccontano: considerando che si è iniziato a conservare il sangue cordonale da pochi anni, non è ancora possibile sapere se dopo 15 o più anni di congelamento le cellule staminali cordonali mantengano la stessa attività di quelle "fresche". Tra l’altro, sottolinea la scienza, non è vero che le probabilità di trovare del sangue compatibile in banche pubbliche siano pochissime. Anzi: visto che il “database” pubblico dei donatori è unico, la persona che ha donato il proprio cordone e che in caso di necessità facesse richiesta di cellule staminali cordonali, al 90% delle probabilità riceverebbe dalle banche pubbliche proprio le sue, visto che comunque, prima di trapiantare queste cellule in un paziente, si effettuano dei test di compatibilità (e quali cellule potrebbero risultare più compatibili delle nostre, per il nostro organismo?). E poi, conclude la scienza, le strutture ospedaliere che praticano la donazione del cordone, sono ormai in continuo aumento e quindi le difficoltà logistiche per il donatore sono sempre meno.

Spesa necessaria o ennesima leva psicologica?
Insomma, alla luce di quanto espresso da medici e scienziati di tutto il mondo, viene da chiedersi se, tra le centinaia di spese che i futuri genitori di oggi sono chiamati a sostenere nel vortice del business pre-maman, sia davvero opportuno aggiungere anche questa. Forse si tratta realmente di un’illusione che induce le mamme al sacrificio economico, facendo leva sul fatto che per la salute della propria creatura non si deve badare a spese. Ma solo i futuri (eventuali) utilizzi delle cellule cordonali per curare se stessi potranno dare una risposta certa. Ai posteri l’ardua sentenza.

 


DONARE IL CORDONE
Ecco i riferimenti dell’associazione nazionale a cui rivolgersi qualora si decidesse di donare il cordone ombelicale del proprio figlio a fini solidali.
ADISCO – Associazione Donatrici Italiane Sangue Cordone Ombelicale
Sede nazionale: c/o Az. Ospedaliera Universitaria Policlinico Tor Vergata - ROMA
Telefono: 06.20903895
E-mail: segreteria-nazionale@adisco.it   


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