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Mafia nel pallone

Riciclaggio, scommesse, macchina del consenso: cos'è diventato il calcio?

Gio 26 Apr 2012 | di Boris Sollazzo | Attualità

Questa è la storia di un viaggio che inizia a Rizziconi. Pochi chilometri da Gioia Tauro, Calabria, nota per essere sotto la “protezione” del Clan Crea. La prima volta che ci entri sembra una città fantasma. Forse perché, come ci dice Don Pino De Masi, coraggioso sacerdote di Polistena e presidente della cooperativa Valle del Marro - Libera Terra, «qui l'intonaco esterno non lo cura nessuno, non c'è gusto per il bello, non c'è senso della collettività e si vuole nascondere la ricchezza: così abbiamo case lussuosissime dentro e diroccate fuori». Ma in questa città c'è una perla che brilla, un campetto da calcio costruito su un terreno confiscato alla 'ndrangheta: 110 bambini compongono le varie squadre dell'A.S.D. Giovanile Rizziconese e arrivano a 180 con i tornei estivi. Un gioiello che gode del lavoro gratuito e appassionato di Renato Naso. Uno, per intenderci, che i suoi ragazzi li squalifica solo in due casi: se si comportano male sul campo e mancano di rispetto agli avversari o ai compagni e se prendono un brutto voto a scuola. Affiancato dal giovane e appassionato Mister Mustica, occhiali da sole e giornalista quando non è sul campo. «Dalla Repubblica Ceca a Lignano Sabbiadoro, i nostri ragazzi hanno sempre vinto il premio Fair Play - ci dice -: questa è la nostra più grande vittoria». Qui si è allenata la nazionale di Prandelli, su proposta di Don Ciotti, con un gesto simbolico straordinario. E fin qui, le belle notizie. 

Ma il calcio, lo stiamo scoprendo con dolore infinito dei veri sportivi, ormai sta diventando una cloaca. E non parliamo più del calcioscommesse di Rossi e Albertosi né della calciopoli dei radiati Moggi, Giraudo e Mazzini. Dal 1980 del primo al 2006 ce ne sono stati anche altri di scandali, in un quarto di secolo sono retrocesse persino squadre come Milan, Lazio, Juventus. Penalizzazioni e squalifiche, e poi il doping e le epidemie di malattie rare. Di tutto c'è stato. Ma ora, se possibile, è anche peggio. Le scommesse legali hanno attivato le mafie nazionali e internazionali: il giornalista Daniele Poto, autore di libri come “Le mafie nel pallone” e “Azzardopoli”, ci dice che probabilmente del fatturato mafioso (circa 140 miliardi di euro all'anno), il 10% passa per lo sport e il calcio in particolare. «Quanto si risparmia con la riforma pensionistica, per intenderci». 

Raffaele Cantone, il magistrato che ha saputo, con il processo Spartacus, dare colpi importanti alla camorra, ci dice che «il versante economico di quest'infiltrazione è quello più trascurabile, essendo in questo settore il riciclaggio in perdita. Molto più interesse nutrono i boss per il pallone per il consenso popolare che crea, per la possibilità, allo stadio, di avvicinare mondi altrimenti lontanissimi». E così, come Don De Masi la chiama, “la connivenza con la mafia diventa convivenza”. Cantone ricorda i casi dell'Albanova e della Mondragonese, direttamente gestite da boss o reggenti, «perché nei campionati minori si crea consenso senza mettersi troppo in mostra. Anche se va ricordato che nell'inchiesta, in cui fu coinvolto Chinaglia - indagine che purtroppo, con la sua morte, non avrà risposte -, si scovò una commistione strana tra Casalesi, faccendieri romani e altri pezzi di società per mettere le mani sulla Lazio. 

Tutti attratti dalla possibilità di sedere nel parterre dell'Olimpico, di essere in una delle squadre della Capitale e, così, avvicinare uomini di una certa influenza». 

E il giudice non si tira indietro quando denuncia che «per motivi fiscali si è voluto permettere ogni tipo di scommessa, aumentando la possibilità di corruzione. Non bisogna aver paura nel definire lo Stato, in questo caso, come un vero e proprio allibratore. Vale per il calcio come per i videopoker». Nel frattempo criminali slavi e mafia cinese hanno infierito falsando tutti i nostri campionati: anche A e B, ormai è chiaro. Da quell'ignobile autogol confessato da Masiello al Doni idolo degli ultrà atalantini che crolla in carcere e ammette di aver mentito a tutti, e soprattutto a loro, fino al colpo gobbo dell'avvelenamento di squadra attribuito al portiere Paoloni, ce n'è per tutti i gusti. «Nelle serie minori - ricorda Poto - ci sono tariffari precisi, come i 150.000 euro per cui Spadavecchia e Bianconi della Juve Stabia, un anno fa, finirono in galera». E se ci fossero dubbi, dai 50.000 euro rifiutati da Fabio Pisacane ai 200.000 rifiutati da Simone Farina - che poi, per questo gesto, fu convocato in un raduno della nazionale e alla cerimonia di premiazione dell'ultimo Pallone d'Oro - abbiamo le controprove (oneste) di questo squallido mercimonio. Incontrollabile, perché sempre il giornalista e saggista ricorda che “i cinesi comprano squadre in Finlandia solo allo scopo di falsare quei campionati in favore delle loro puntate. E non importa quanto sia seguito o amato quello sport in quel determinato paese, la macchina del profitto si aziona e macella tutto». Il viaggio prosegue da Rizziconi a Rosarno. Sempre pochi chilometri, ma sempre la stessa scena. Paese abbandonato a se stesso. Qui la 'ndrangheta, che come dice Don De Masi “è una realtà internazionale ma con radici locali potentissime, perché il dominio del territorio è fondamentale”, aveva preso il controllo di due squadre di calcio, l'As Rosarno e l'Interpiana. Confiscate al clan Pesce. E sembra un'amara ironia scoprire che lo stadio è dedicato a Karol Wojtyla, uno che lo sport lo amava profondamente, per i valori che trasmetteva. Eppure combattere la mafia nel calcio sembra ancora più difficile che altrove. Perché l'omertà è un difetto naturale di questo sport, di questo mondo. Non si ha traccia di calciatori italiani omosessuali, ad esempio. E sia solo statistica mente, è impossibile. Bergamini - giocatore del Cosenza morto, più di vent'anni fa, per mafia (le nuove perizie lo hanno confermato) - non ha ancora avuto giustizia. 

E il doping denunciato da Zeman o il morbo di Gehrig che colpisce i calciatori con frequenza assurdamente superiore rispetto ad altre categorie non hanno trovato testimoni disposti a far luce sulla loro diffusione. La criminalità organizzata avrebbe persino qualcosa da imparare da questa impermeabilità ed ecco spiegato il matrimonio inevitabile tra mafie e calcio. 

Con buona pace di chi - compreso il sottoscritto - urla e canta negli stadi, che ci crede ancora e che probabilmente quest'estate vedrà cancellati i risultati sul campo di molte squadre italiane. Siamo passati dal catenaccio alle catene che meriterebbero in tanti.


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