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Kasia Smutniak: ho imparato il valore della libertà

Bella e sempre più brava, è la protagonista del musical (sacro e profano) di Davide Ferrario “Tutta colpa di Giuda”

Sab 09 Mag 2009 | di Manlio Dolinar | Interviste Esclusive
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Attrice per caso ma, come spesso accade, piena di talento. All’inizio un po’ selvatico, discontinuo come quello sguardo che sembra sempre avere una luce diversa, rispecchiare un turbine di pensieri ed emozioni. Pochi avrebbero puntato su questa bellezza polacca così particolare, su quei lineamenti gentili e decisi. Con umiltà e impegno l’ha messi al servizio del lavoro d’attrice, mutando spesso etica ed estetica dei personaggi, tra tv e cinema. E molti meno avrebbero puntato sulla relazione con Pietro Taricone, apparentemente stratagemma per due semisconosciuti dello show-biz, in realtà amore profondo e tormentato, che ha dato loro una bambina e che ha superato anche ostacoli durissimi. Ma, tornando alla carriera, il meglio deve ancora venire, tra piccolo e grande schermo, tra l’Italia e l’estero (un film prodotto da Luc Besson, una probabile partecipazione a Venezia 2009, il terzo episodio di “Goal!”, il già discusso “Barbarossa” dell’eccentrico Renzo Martinelli). È sensibile ma anche leggera, fuori e dentro dal set: i suoi occhi possono raccontare un mondo che vale mille parole. Così in “Caos Calmo” il suo piccolo ruolo di una giovane donna, che si limita a portare a spasso il cane nello stesso parco dove stanzia Nanni Moretti, ruba la scena. Così è anche in “Tutta colpa di Giuda” di Davide Ferrario, musical drama carcerario, in cui lei è una regista che deve mettere in scena “La passione di Cristo” con attori - carcerati. Parlarle è bello, se non si rimane ipnotizzati.

 

Il set è una prigione dorata. Ma tu qui in carcere ci sei entrata veramente.
«Sì, ed è difficile non dire banalità a tal proposito, non offrire emozioni standard. So che sentivo un senso di assenza. Alla fine di ogni film ti scambi indirizzi e numeri di telefono, vuoi rivederti con parte di cast e troupe. Qui, era tutto diverso. Davide aveva chiamato a recitare i carcerati con cui lavora da anni, degli attori non professionisti e, quindi, fin dall’inizio sapevamo che dopo, probabilmente, non l’avremmo rivisti. Una cosa molto dolorosa».
Cosa ti ha colpito di più?
«Le perquisizioni all'ingresso e i cancelli che mi si chiudevano dietro, tanto che all'inizio cercavo soltanto di mantenere un basso profilo, finivo per avere un atteggiamento di inevitabile chiusura. Per fortuna la naturalezza con cui mi sono venuti incontro alcuni detenuti, la semplicità con cui mi salutavano quei ragazzoni, mi ha fatto arrossire della diffidenza iniziale e ha creato lo splendido rapporto attuale».
Ti ha cambiato questa esperienza?
«A livello professionale e personale, certamente, ma non è facile descriverlo. È qualcosa che senti dentro e che è difficile esternare. Posso dirti, però, che molti pregiudizi sono caduti, anche tramite mie gaffe - riferimenti al mondo esterno, ovvi per noi ma a loro proibiti - o piccole scoperte. E ne sono uscita anche un po’ disorientata. Alla fine del film mi sentivo molto più protetta dentro che fuori. Ti faccio un esempio: quando arrivavo sul set, tutti i ragazzi mi salutavano. Altro che gli attori veri, spesso presi da se stessi, che ti ignorano o parlano al telefonino e ti fanno segni d’intesa, o ti salutano velocemente e nervosamente. C’era una gentilezza in loro che noi, fuori, non abbiamo più. Ma io ero in una realtà “privilegiata”, in un blocco di detenuti agevolati per buona condotta. Non posso parlare della situazione italiana delle carceri, ma posso dire che mi sembra un Purgatorio in cui non si è più né buoni, né cattivi».
Sei una lavoratrice molto diligente. Difficile lavorare con Ferrario, senza sceneggiatura?
«Diciamo pure che sono una rompiscatole e una pignola. Ma, se un regista è bravo, mi piace eccome lavorare in libertà. In un monologo piuttosto difficile avevamo un problema costante: la pioggia, che ci interrompeva sempre sul più bello. Al terzo giorno lui si è “stufato” e, mentre tutta la troupe riparava se stessa e le strumentazioni come poteva, Davide mi seguiva con la videocamera “presa” a una ragazza che stava girando il backstage. Un pazzo, ma questo è cinema, questo è un regista. Uno che scommette su di me, che non sapevo praticamente ballare né suonare la fisarmonica, o su Luciana Littizzetto suora, che non si accontenta della strada più facile e immediata. È bello arrivare sul set e non sapere fino in fondo cosa succederà. Questo personaggio ce lo siamo inventati con Davide al parco. Più che recitare, è vivere: non a caso lui mi buttava in mezzo e i suoi mi riprendevano di nascosto con la Genesis, la macchina da presa digitale di Apocalypto di Mel Gibson».
Moretti, Del Monte e altri nel prossimo futuro. Tanti grandi registi: quali altri sogni?
«Garrone, lui sa quanto lo apprezzi fin dal suo esordio. E Saverio Costanzo, sono cineasti che giocano tra realtà e finzione per raccontarci la “verità”. Molto diversi dalla “normalità” del cinema italiano». 


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