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Stalking: quando l’amore non c’entra

In ascesa il numero delle donne uccise per mano di un familiare

Gio 26 Apr 2012 | di Angela Iantosca | Attualità
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“All’inizio non te ne accorgi, tu ami qualcuno e all’improvviso inizi ad odiare quella persona. L’odio è forte e non te ne accorgi e ti distrugge la mente. Non è troppo amore, come qualcuno vuole far credere, ma è odio…”. A parlare così Aldo, presunto stalker guarito. Siamo nel 2005 quando Aldo, all’epoca sposato, inizia una relazione extraconiugale con una donna di cui si innamora follemente. Lui vive a Milano, lei in Abruzzo. Un giorno Aldo decide di andarla a trovare e racconta di una “visione strana”: la trova con un altro. Lei decide di troncare e lui perde il controllo. «Più odiavo e più stavo bene. Lei mi aveva lasciato e io non capivo il perché. Allora cominciai con telefonate, messaggi, mail, fax. Usavo ogni mezzo per raggiungerla. Non accettavo il suo rifiuto. Sentivo questa voce che mi diceva: “se tu stai male, è colpa sua. Quindi per star bene tu devi far star male lei”. Anche suo papà aveva paura. Ed è stato proprio lui che un giorno mi fece conoscere il dottor Massimo Lattanzi (Coordinatore nazionale del Centro Presunti Autori - ndr), che da allora mi ha preso in cura…». Aldo oggi si dice “guarito”, nonostante ci tenga a sottolineare che non è una patologia lo stalking. E ciò che rivendica è la necessità di un maggiore dialogo tra le parti: «Mi sono reso conto in questi anni che il problema è alla radice, nella mancanza di comunicazione nella coppia. A volte sarebbe meglio urlare, arrabbiarsi, scontrarsi e anche darsi uno schiaffo, piuttosto che far finta di niente, frapporre il silenzio, accettando lo stato delle cose o, per meglio dire, facendo finta di accettarle. Spesso è questo silenzio che scatena l’odio».

Dall’altra parte c’è Maria, una vittima: «Volevo riprendermi la mia vita, dopo 10 lunghi anni di convivenza con il mio ex compagno, padre di mio figlio». Maria, anni fa, decide di ribellarsi e dire “no” ad una relazione che non la fa più stare bene. È, così facendo, scatena l’inferno. «Me lo ritrovavo dappertutto – racconta –: mail, sms, telefonate a casa, sul cellulare e sul posto di lavoro». Alla prima querela, Maria si sente dire dal Maresciallo dei Carabinieri: «Signora, in fondo è solo innamorato, è il padre dei suoi figli, è sicura di volergli fare questo?». Diverse denunce, 5 anni di processo e un’assoluzione per prescrizione dei tempi; tutto questo con un giudice donna. «Sento la responsabilità su mio figlio di 13 anni - racconta Maria –, anche lui diventerà un uomo, anche lui potrebbe fare stalking». Lo stalker, nel suo caso, non si è arreso: ora sta cercando di colpirla portandole via il figlio; finora gli è stato concesso l’affido condiviso, ma lui ha richiesto quello esclusivo. Così, Maria parla di una nuova forma di stalking: quello giudiziario, che permette al suo persecutore di appagare il suo senso di controllo, utilizzando il figlio, l’unica cosa che li terrà per sempre legati.

IMPARARE A “SEPARARSI”
«Non è una gara a chi soffre di più – spiega Tiziana Calzone, Coordinatrice del Centro Presunti Autori –: lo stalking danneggia inevitabilmente chi lo subisce, ma anche chi lo pratica». Per questo è importante operare sulla vittima, ma anche su chi pratica lo stalking. Il Centro Presunti Autori, progetto finanziato dall’Assessorato alle Politiche Sociali e Famiglia della Regione Lazio, ha messo a punto un Protocollo Preventivo Riparativo, per insegnare a queste persone a “sapersi separare”. Ma al di là degli interventi possibili, dei numeri, delle colpe, alla base di tutto c’è una società malata, in cui il senso della coppia e della famiglia va rivisitato, dove nessuno è più disposto al sacrificio, dove il dialogo non esiste e dove i più prediligono il silenzio, l’accondiscendenza,  che non è amore, dove per paura della solitudine spesso si accetta tutto o ci si “appiattisce” sull’altro senza pensare che sia giusto e naturale il confronto. Dove non si accettano più dei “no”. Forse un po’ tutti dovremmo interrogarci sulla direzione che intendiamo prendere: i rapporti di coppia non sono dei conflitti, è un camminare insieme, prendersi per mano nel rispetto reciproco.

 


Confessione di uno stalker 
Ecco come nel mio inconscio la separazione significava morte

“Dopo tanti anni posso dirlo: più che amore, era un immenso desiderio di amore, che è ben altra cosa. Amore è quando c’è un livello sufficiente di maturità in entrambe le persone, che permette di mantenere sempre un livello di rispetto sotto il quale non si va mai, anche in caso di difficoltà o separazione. Se, però, una delle due persone, in genere il maschio, ha un livello d’immaturità tale per cui è incapace di gestire il rifiuto, allora è facile che si trasformi in stalker e magari cominci ad avere reazioni violente, come è successo a me. Il meccanismo era questo: ti voglio più di ogni cosa, tutta la mia vita dipende da te, se mi lasci non c’è più senso nella mia vita, quindi se non c’è speranza mi sento morire e la rabbia cieca prende il sopravvento. Scatta l’istinto di sopravvivenza, talvolta incontrollabile e divento violento contro la persona causa della mia ‘morte’. Lavorando molti anni su questo problema per capire e superare questi meccanismi, è venuto fuori che tutto partiva dal rapporto con mia madre. In pratica rivivevo quel senso di abbandono che avevo sperimentato nella prima infanzia a causa dell’assenza di mia madre per una grave malattia che la costringeva all’ospedale per lunghi periodi. Nel mio inconscio la sua assenza equivaleva a un suo rifiuto che scatenava in me rabbia, disperazione e senso di morte”.

 


L’OSSERVATORIO
L’Osservatorio Nazionale sullo Stalking organizza training per gli operatori socio-sanitari e della sicurezza, incontri di sensibilizzazione per la cittadinanza e, attraverso un monitoraggio nazionale, vuole evidenziare lo stato dell’arte dello stalking in tutti i contesti, offrendo sostegno alle presunte vittime, ai familiari e presunti autori di stalking; pubblica materiale divulgativo; raccoglie dati riferiti agli omicidi che hanno come prologo atti di stalking; svolge attività di prevenzione primaria, secondaria e terziaria (www.stalking.it).

 

 


LUISA RANIERI Dà VOCE ALLE VITTIME 
È una Luisa Ranieri che non ti aspetti quella alla conduzione di “Amore criminale”, il sabato sera su RaiTre. Dopo Victoria Cabello, a dar voce alle donne, alle violenze che hanno subìto, allo stalking c’è l’attrice napoletana. «Dò voce alle donne schiacciate da queste storie, con sobrietà e semplificazione, senza morbosità: detesto i programmi che entrano troppo nella vita degli altri e che vogliono commentare per forza. Raccontare la violenza non è semplice. E le storie che raccontiamo riguardano donne che, prima di arrivare a subire violenza, avevano già difficoltà di relazione ed erano completamente soggiogate. Nell’intervistare le donne sopravvissute ho dovuto trovare un certo garbo e rispetto delle loro storie. Certamente, se non si sono ribellate, è perché c’è un motivo alla base… Quando abbiamo letto gli atti processuali, sembravano talmente assurdi che abbiamo sempre cercato di fare un passo indietro, offrendo a chi guarda la possibilità di capire e interrogarsi. Si parla di sentimenti, senso di colpe, vergogna, mancanza di comunicazione. Sono storie che riguardano tante persone che vivono accanto a noi».

Perché hai accettato questo programma?
«Credo che questo sia un buon esempio di servizio pubblico che, attraverso “l’intrattenimento”, parla di temi che fanno un po’ parte del nostro dna. Storicamente le famiglie italiane sono quelle in cui l’uomo domina e la donna è suddita ed è un dato angosciante. Si parla tanto di parità e invece, in questa lotta per la parità, noi donne ci stiamo facendo carico di troppe responsabilità e non crediate che la violenza viene esercitata solo tra i ceti più bassi. La violenza è trasversale e racconta una mentalità di fondo che non è cambiata»

Da donna come ti sei avvicinata?
«Non c’è stato distacco emotivo, a differenza di quando recito. Mi sono emozionata e mi sono resa conto che basta un lampo sbagliato del cervello e la tua vita va in un’altra direzione. Non credo che una persona sia un criminale, credo che spesso ci siano incontri tra due vite sbagliate che non sanno comunicare. Andiamo tutti di fretta, siamo tutti stressati e non ci si ferma più a parlare. Prima che si arrivi alla violenza fisica, c’è quella psicologica. Perché l’uomo cerca di demolire l’autostima, cerca di tagliarti le forze, la volontà. Credo che si debba fare tantissimo lavoro ancora. Credo che vada scardinato un certo sistema di famiglia».

Da neomamma come ti poni di fronte al tema della violenza?
«Mi auguro di non dovermene mai occupare… spero che mia figlia assimili i valori che noi famiglia le diamo!».

Cosa è cambiato in te?
«Non pensavo fosse così feroce la paura dell’abbandono. Arrivare ad ardere una donna viva con i suoi figli o sparare ad una ragazza di 21 anni in testa solo perché lei ti vuole lasciare non si può sentire…».


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