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Vin Diesel: venero le donne e sono un uomo d’onore

Torna l’ultimo grande “duro” dell’action movie: icona dell’antieroe virile e burbero, regala molte sorprese

Sab 09 Mag 2009 | di Manlio Dolinar | Interviste Esclusive
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La giacca fa fatica a contenerlo, le sue pupille scure ti scrutano con severità gentile, è parco nei sorrisi che gli illuminano il viso con discrezione. In una stanza dell’hotel Hassler di Roma incontro l’unico vero duro rimasto nel cinema internazionale, con un po’ di timore. Eroe di molti film, è entrato nell’immaginario col fantascientifico Riddick, il guascone Cage, il pilota spericolato e acrobatico Dominic Toretto. Ed è tornato nelle vesti di quest’ultimo per Fast & Furious - solo parti originali, a chiudere (?) un ciclo con gli stessi amici e colleghi di un tempo. Ti aspetti il supercafone, arriva un professionista serio, gentile e che scopro sensibile e colto. Uno che si scalda parlando di videogiochi, «perché - spiega - è un media nuovo e una forma espressiva che dà diverse possibilità, una forma individuale di intrattenimento che con i giochi di ruolo in Rete ha assunto una valenza sociale fortissima. Può far ridere, ma se Socrate e Freud potessero vedere questo fenomeno, ne parlerebbero a lungo». Ama il teatro che definisce «sacro e prezioso, perché è memoria storica e allo stesso tempo sperimentazione per il futuro». Bello veder demolìti i propri pregiudizi, soprattutto se in positivo. E ora capiamo perché l’incantevole Michelle Rodriguez ci ha confessato che «a Vin ruberei cervello e sensibilità». Non l’avreste mai detto, vero?
E sono quattro. Fast & Furious è la saga che l’ha reso famoso.
«Più che una saga, è un franchise, questo quarto capitolo in verità è il vero sequel dell’originale. In Tokio Drift (il terzo) ho fatto un cameo e solo perché mi avevano promesso di mettermi a capo del progetto anche come produttore. Non faccio un sequel per  soldi, o perché so che sarà un successo, ma per ritrovare l’essenza vera di questi personaggi, l’inevitabile continuazione di una storia, secondo lo spirito di Francis Ford Coppola. Hollywood e gli studios vogliono sempre spremerti, ma io non scendo a compromessi: ho un mio codice d’onore, una lealtà che devo ai film che faccio e ai miei spettatori. Devi essere onesto, integro e coinvolto sempre al massimo. In tutto».
Ci tolga una curiosità. Guida come Toretto? E in cosa le assomiglia questo duro e puro?
«Quando cresci a New York, passi più tempo nella metro che non dietro ad un motore di una macchina, quindi questa è una cosa che ho imparato andando a Los Angeles quando ho avuto finalmente una macchina mia. Credo che la lealtà del personaggio sia la mia, così come l’amore per le donne, che per lui sono sacre. Queste cose riflettono bene la mia vita e il mio modo di fare».
La definiscono l’ultimo duro: contento?
«è strano, quando iniziai a recitare avevo 7 anni ed ero tutto tranne che un duro. Dai 17 ai 22 anni ho fatto la guardia di sicurezza, il buttafuori e facevo provini su provini per ogni ruolo esistente. Lì sì è costruito il mio fisico e l’espressione “ti spacco la faccia”, che non mi rispecchia. Mi pesa un po’ che Hollywood etichetti tutto e tutti. Se è vero che ci sono ruoli che un attore, per quanto bravo, non può fare, perché troppo lontani da lui, non va dimenticato che sono stato premiato al mio esordio per un ruolo drammatico con Spielberg (Salvate il soldato Ryan) e un festival esigente come Berlino mi ha applaudito in Prova a incastrarmi di Sidney Lumet, in cui sono ingrassato e mi hanno truccato pesantemente. Mi piacerebbe essere messo alla prova su altro, per questo cerco nei miei film più piani di lettura. Di stupire il pubblico, anche con il politicamente scorretto».
Però i veri duri sono in via d’estinzione...
«Non solo a Hollywood, ma anche fuori. Io per duro intendo chi sa prendersi le proprie responsabilità e subirne le conseguenze, come fa Toretto pur essendo un criminale, uno che è disposto a combattere per le proprie idee, i propri valori, l’amicizia e l’amore. Il famoso codice d’onore di cui parlavo prima. Quindi ben vengano film di questo tipo: in America è difficile trovare un film che finisca come Fast & Furious, c’è un amore e una celebrazione per la ribellione in questo film che non è americana e che credo di non aver mai visto nel cinema recente di Hollywood. Un film può essere morale, ma non deve essere moralista. Qui la fine è un duro colpo al sistema, e credo che la gente lo apprezzi. Mi tolgo il cappello davanti alla Universal che ci dà il permesso di raccontare queste storie. Rispetto per una major che mi ha concesso di girare un corto prequel indipendente su Fast & Furious, per rispetto della storia e dei personaggi, senza motivazioni commerciali. Ecco perché il mio “duro” di riferimento è uno imperfetto e “cattivo” come James Cagney, più che Schwarzenegger, che ti dava una sensazione di onnipotenza».
Lei sa che il suo film ha rinfocolato la voglia di corse clandestine e motori modificati?
«Le prime vanno combattute, i secondi vanno capiti. è un movimento quasi politico, modificano macchine comuni: è la rivincita dei poveri, la dimostrazione che si può “vincere” anche partendo dal basso. C’è un difetto che il nostro mondo non riesce a togliersi: emarginare, escludere chi non segue le sue regole spesso ipocrite e benpensanti. Se qualcuno sente l’esigenza di agire in maniera diversa, cerchiamo di conoscerlo, capirlo. Frequentando questo movimento, ho scoperto cose interessanti, più vere della vita normale. Apprezziamo la diversità, scopriamo sistemi di valori alternativi quando sono positivi. E invece noi ci chiudiamo alla novità, al diverso. Difetto americano e di tutto l’occidente». 


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