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Filippo Timi: Alla ricerca dell'amore che salva la vita

Un artista fuori dagli schemi e pieno di sorprese

Ven 01 Mag 2009 | di Giuseppe Stabile | Zona Stabile
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Ci sono persone di fronte alle quali non si può fingere e la propria abituale, rassicurante maschera diventa inutile. Davanti a Filippo Timi ci si sente così ed è impossibile nascondersi dietro vani ragionamenti. Lui, scrittore, sceneggiatore e bravissimo attore, da sempre cerca la strada per dare “precedenza all’anima”.
«Mi piace molto il titolo di questa rubrica – esordisce con la sua impetuosa sincerità - perché provo sempre a mettere l’anima al primo posto. Anche lavorare a teatro mi ha insegnato a cercare di cogliere lo sguardo interiore del personaggio: l’anima è ciò che caratterizza ogni persona».
Come vivi le tue relazioni personali?
«Ho imparato a non basarmi sull'estetica nelle relazioni con gli altri. Punto tutto sulla percezione, su quello che sento, senza tener conto di quello che appare. Quindi, anche qui si mette in gioco l'interiorità».
Percepire è più importante di capire?
«Senza dubbio. La nostra razionalità, così come l’esteriorità, a volte crea dei blocchi, mentre il sentimento e la percezione immediata sono più intimi. In questo modo siamo più sinceri, anche se ci spaventiamo perché perdiamo il controllo. Nella vita come nel teatro, le idee hanno un valore solo se servono per tirar fuori la propria anima».
Come si è sviluppata la tua grande sensibilità?
«Non ho mai sopportato la superficialità. Inoltre credo abbia influito anche l’aver vissuto un’infanzia travagliata, caratterizzata da una madre apprensiva e da vari problemi di salute: ancora oggi ho difficoltà di linguaggio ed un difetto alla vista che mi permette di vedere solo i contorni degli oggetti o del viso che sto guardando».
Come sei riuscito a diventare un attore così bravo e richiesto nonostante i tuoi problemi fisici?
«È stato difficile ed anche oggi mi trovo un po’ in difficoltà quando davanti alla cinepresa devo essere inquadrato in primo piano o devo guardare negli occhi qualcuno sulla scena. Ma ho avuto la caparbietà di trasformare i miei cosiddetti difetti fisici in caratteristiche che mi appartengono: da problemi sono diventati segni di distinzione che mi hanno caratterizzato e, forse, reso più simpatico. Ad esempio, allo spettatore può sembrare eclatante che sul palcoscenico io riesca a fare un lungo monologo senza balbettare, mentre, se mi incontra al bar, magari non riesco a chiedere un caffè».
Prima di affermarti nel teatro e nel cinema, hai trovato molte porte chiuse?
«Naturalmente, ma sono cose normali che bisogna mettere in conto nella vita. L'importante è avere una passione seria, vera, profonda che ti dia forza per andare avanti. Con la consapevolezza che non si arriva mai e ogni giorno puoi comprendere meglio ciò che non sei».
Hai sofferto dell’idea che avevi di te stesso?
«Ognuno vive veramente solo se esprime se stesso in pienezza, anche se realizzare questo è molto complicato. Per tanto tempo ho avuto un'immagine di me diversa da quello che ero, un’immagine che altri mi avevano messo addosso. All'inizio pensavo che fosse migliore di me ed è stato shockante non riconoscermi. Dobbiamo però anche accettare le nostre debolezze e trovarci nel nostro inferno. È duro, perché ci si immagina sempre migliori, già salvati. Ma il Paradiso comincia da qui: siamo già salvi se vogliamo e siamo condannati se inseguiamo qualcosa che non è nostro».
Preferisci scrivere o recitare?
«Scrivo da quando sono bambino ed ho iniziato a recitare per caso, senza frequentare nessuna scuola di teatro. Non so cosa preferisco, l’importante è esprimere l’Amore che mi porto dentro! Dobbiamo assolutamente sconfiggere la paura di amare e di essere amati, altrimenti ci ammaliamo. Anch’io a volte ho paura, ma so che solo l’Amore può salvarmi».
Nel tuo recente libro “Peggio che diventare famoso” scrivi che all’età di undici anni domandasti al tuo parroco come diventare santo. Che successe?
«Avevo dentro di me l’immagine dell’Amore puro. Di fronte alla mia domanda il sacerdote mi spiegò che l’unica cosa che dovevo fare è essere me stesso: poi, con naturalezza, sarebbe arrivato tutto il resto. Ho imparato che la Vita non si può razionalizzare e, soprattutto, che non si possono accettare le mezze misure. Con il passare degli anni sono diventato più dolce con me stesso, ma rimane l’obiettivo di fondo: o santo o niente».
È realistica la ricerca di una radicalità che porta a vivere pienamente nell’Amore?
«Sono convinto che ognuno, confrontandosi con le proprie debolezze, paure e lotte interiori, può arrivare ad essere vero. E non occorre pensare necessariamente a grandi personalità come Madre Teresa di Calcutta. Infatti, sono certo che Gesù sia continuamente presente in mezzo a noi: in ogni bambino che viene al mondo, ma anche in una mia zia che una volta superò un dolore immenso aprendosi ad un amore sconfinato. Pure in quell’occasione Gesù c'era, è tornato».
Come vivi la presenza di Cristo nella tua professione artistica?
«A teatro la vivo dal punto di vista fisico, cercando il cuore, la parte più lucente del personaggio che interpreto. Guarda caso, quasi tutti i ruoli sono cristici, anche perché ci si impegna per far risorgere personaggi di autori spesso vissuti molti secoli prima. Nel 2006, inoltre, ho girato il film di Saverio Costanzo “In memoria di me” che indaga sul rapporto tra l'essere umano e Dio. Con il regista abbiamo partecipato ad un corso e a dei ritiri spirituali per avvicinarci ad una interpretazione della Bibbia e del silenzio: è stata un'esperienza fortissima».
Come incontrare Dio nella propria esistenza?
«La ricerca di Dio risponde al desiderio di liberarsi nell’Amore. La Verità è molto semplice: quando amo, lì c'è Dio. Abbiamo tutti bisogno di spogliarci delle sovrastrutture e della nostra volontà, andando un po' oltre quello di cui crediamo di aver bisogno. Semplicemente per capire davvero quali sono le nostre esigenze più intime. Questo non significa rinunciare alla propria personalità: ad esempio io amo molto il mio lavoro e mi piace godere della mia esistenza. Io sono fedele a me stesso, ad un Dio che sento e vivo nel quotidiano, lontano da ogni approccio istituzionale».
La cultura nella quale siamo immersi non ci aiuta ad andare in profondità.
«È vero, ma dobbiamo anche imparare a guardare più al contenuto che alla forma: ci sono molte cose che sembrano profonde, ma spesso sono superficiali. Nel sorriso di una persona ignorante, che magari non va mai in chiesa, spesso trovo più profondità che in un testo teologico. Quello che più mi fa soffrire è che alcuni degli ostacoli che impediscono alle gente di avvicinarsi a Dio sono prodotti proprio dalla Chiesa, anche attraverso un’interpretazione della Bibbia che viene imposta. Però capisco che siamo uomini e, senza giudicare, devo essere in grado di confrontarmi anche con queste difficoltà, consapevole che dobbiamo stare attenti a quale forma diamo a Dio. Anche Gesù che, in nome dell’Amore, nasce bambino, povero e rivoluzionario, può essere soffocato dalle strutture e dai ragionamenti».  
Qual è il tuo modello come uomo ed artista?
«Fin da giovanissimo mi sono sempre sentito francescano. Il santo di Assisi amava la Natura e la semplicità,  insegnandoci che tutto ciò che è umano e vivo, dal sudore allo sputo, è espressione magnifica di Dio. San Francesco era una rockstar: ad un certo punto si accorge che vuole essere Gesù e lo imita, provando a farsi Sua immagine».
Cos’è che non sopporti?
«L’ipocrisia e tutto ciò che offende la dignità umana. Ma c’è anche un’altra cosa che non tollero: il potere che pretende di dirti ciò che è giusto, anche se capisci che è giusto solo per il potere stesso. Molti hanno potere: un professore, un bidello, un politico, un genitore, un prete, un giornalista. Il loro ruolo è molto delicato, perché se non sono persone libere e mature possono condizionare gli altri».
Il tuo desiderio più grande?
«Credo che ognuno, attraverso l’esperienza personale dell’Amore assoluto, debba arrivare alla piena maturazione della propria identità sessuale di maschi e femmine creati da Dio. Spero un giorno di poter diventare padre. Non è semplice, ma, anche attraverso la relazione con le due figlie di mia sorella, so quanta gioia donano i bambini: nel loro sguardo c’è il sentimento più autentico. Però tutti dovremmo ricordare che i figli non sono nostri. Mi ha molto colpito una frase che lessi qualche tempo fa: “ci sarà sempre la guerra finché una donna amerà il proprio figlio più di quello degli altri”».


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