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Giovanni Floris: Non č pių tempo di favole

Luciditā e logica per parlare ogni settimana dei problemi dell’italia. E per sfogarsi c’č sempre il calcio

Ven 28 Set 2012 | di Angela Iantosca | Interviste Esclusive
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Giovanni Floris è tornato. E con lui “Ballarò”, la trasmissione di informazione di RaiTre in onda da 11 anni. 
Lo spot della pubblicità, quest’anno, annuncia che non è più tempo di favole. 
«Il claim dello spot girato da Paolo Genovese è adatto alla stagione che riparte. Noi, come “Ballarò”, abbiamo deciso, in una stagione che sarà molto difficile, complessa, accesa, di mantenere il tratto caratteristico di “Ballarò”, cercando di guardare la realtà con lucidità, di affrontare i problemi con la logica, di far parlare tutti i punti di vista sui problemi  che l’attualità ci pone davanti. Abbiamo deciso di mantenere il tratto giornalistico con il quale abbiamo affrontato tutti gli 11 anni di trasmissione. Come sempre lavoriamo sui problemi  con concretezza, cercando di portare tutto il dibattito sempre a una griglia pragmatica, chiedendo agli ospiti quale è la loro soluzione concreta dei problemi. Tutto questo lo facciamo anche puntando su una redazione forte, su un gruppo autorale molto attento alle cose».

Da quest’anno ponete molta attenzione anche al web.
«Abbiamo intensificato l’attività sul web perché ci siamo resi conto che, l’anno scorso, dopo esserci presentati sulla rete, abbiamo ottenuto ottimi risultati. Abbiamo dei dati che ci fanno capire che dobbiamo insistere. Sul sito abbiamo inserito anche la storia di “Ballarò”, le interviste più forti, i momenti più importanti: ci siamo accorti che abbiamo un patrimonio grosso, 11 anni di trasmissione».

Avete anche voi dei fuori onda conservati, come abbiamo visto a “Piazza pulita” su La7? Una domanda per chiedere quale è il vostro modo di fare i giornalisti?
«Il lavoro del giornalista non ha un’unica chiave di lettura ed è sempre brutto quando si impone o si tenta di imporre un unico modello di fare il giornalista. A noi non è mai capitato di mandare dei fuori onda: quando l’abbiamo fatto, abbiamo reso non riconoscibile la fonte, e lo abbiamo fatto se serviva qualcuno che all’interno di una azienda si lamentava per qualcosa che non andava, e questo per far emergere la cosa di cui si lamentava. Questo è il nostro metodo: certo non vuol dire che sia il metodo migliore».

Quale un momento di grande soddisfazione vissuta dalla squadra o un momento di frustrazione?
«Di delusioni non me ne ricordo di particolari… mi ricordo quando abbiamo avuto ospite la generalessa iraquena Karpinski: noi eravamo convinti di aver fatto lo scoop mondiale e non ci ha visto nessuno! Il giorno dopo ricordo che ci rimasi malissimo. Avevamo fatto tutta una puntata su di lei, difficilissima averla, uno sforzo grosso della trasmissione. Parlava per la prima volta nel mondo. E tutti hanno guardato tutto il resto! Non sempre uno scoop giornalistico corrisponde ad uno scoop televisivo. Di soddisfazioni, invece, ne abbiamo avute tante. Siamo contenti di essere riusciti, da quando siamo partiti, a indirizzare il dibattito politico sulla concretezza e sulla soluzione dei problemi concreti. È stato un lavoro che piano piano non si può dire che abbia cambiato il dibattito, ma che sia riuscito ad influenzarlo, siamo riusciti a porre l’attenzione su cose che non erano considerate così importanti. Fare dei servizi sulle tariffe, sulla casa e dare loro la dignità di prima serata politica è un processo molto lento che ci rende molto soddisfatti. Parlare di “piccole cose” mentre tutti andavano alla ricerca di grandi notizie che cambiavano il mondo è stata una scommessa che piano piano ha cambiato le cose».

Vorresti avere Monti in trasmissione?
«Certo! Il Presidente del  Consiglio non è mai facile averlo. Bisogna dire, ad onor del vero, che Berlusconi venne a sedersi e a confrontarsi con chi la pensava diversamente. Noi vorremmo avere tutte le persone che riescono ad avere un peso sulla realtà sociopolitica italiana. Monti in primis».

E Grillo?
«Noi abbiamo una regola che vale per tutti: ci si confronta con chi la pensa diversamente. Non abbiamo mai avuto ospiti unici, se non degli stranieri, ex premier stranieri o cariche istituzionali, ma i politici si devono confrontare e “Ballarò” rimane aperto a tutti quelli che fanno politica. Se Berlusconi torna a far politica, tornerà anche da noi. Quando è cambiata la stagione l’anno scorso, noi, dal punto di vista degli ascolti, abbiamo ottenuto una serie di record, perché andiamo bene se ci sono notizie. Se ci sono notizie, si guarda “Ballarò”. Se non ci sono, “Ballarò” trova notizie! La nostra assicurazione, penso, è che facciamo i giornalisti».

Ti sei occupato di scuola nel tuo libro “La fabbrica degli ignoranti”: cosa pensi di questa scuola?
«Era un libro che fotografava la situazione drammatica di una scuola che non aiuta chi ci entra a mettere in luce il proprio talento, a capire quale sia il proprio talento e segnalava anche la frustrazione di una classe insegnante che era la prima a pagare la mancanza di criteri meritocratici nella propria vita e che si confrontava continuamente con la mancanza di fondi, che frustra la propria professionalità. Io ho sempre pensato una cosa della scuola: è una macchina vecchia che non funziona, che consuma molto. Tutto va bene nella scuola, ma la prima cosa da fare è cambiare la tendenza e tornare ad investire. Poi si possono inserire criteri di meritocrazia importanti… si possono pensare nuovi concorsi e il problema è che questi nuovi concorsi non risolvono i concorsi precedenti e lasciano delle graduatorie aperte. Ma tutti questi sono particolari. L’unica cosa vera è dare un segnale. I soldi che mettiamo altrove mettiamoli nella scuola. Scommettiamo sugli italiani. Se si chiedono sacrifici agli italiani, bisogna anche dirgli “noi su di te crediamo tant’è che noi formiamo i tuoi figli, te e dopo che ti abbiamo formato ti aiutiamo a trovare lavoro”. Allora poi si può chiedere di più».

 A fine estate si è sparato a Terracina, a Nettuno e a Scampia e “finalmente” ci si è accorti che la criminalità esiste anche qui. In Italia bisogna morire perché qualcuno si accorga che esiste un problema?
«A me sembra che i Magistrati e le Forze dell’Ordine non abbiamo mai dimenticato queste cose. L’Italia può essere orgogliosa di polizia e magistratura forti contro le criminalità e posso dire che anche la politica ha dato molta attenzione al problema. Anche noi ce ne occuperemo!».

 Tu hai due figli: se in Italia non è più tempo di favole, con loro funzionano ancora?
«Ho due figli, di 8 e 5 anni e con loro non funzionano più. Stiamo leggendo insieme “Il Corsaro nero” e già il grande comincia a lamentarsi!».

E per quanto riguarda la loro scuola?
«Pubblica! Sono convinto dei risultati che può dare, perché e un mondo reale non un mondo costruito in provetta, dove tutti la pensano nello stesso modo. Poi, dopo esserti costruito queste basi, l'Università la puoi fare anche all'estero!».

Come fai a mantenere il self control durante l’anno?
«Gioco a calcio e mi sfogo! Ma questa estate mi sono rotto il menisco: sarà dura. Comunque mi sfogo anche andando allo stadio a tifare Roma, passione condivisa con mia moglie! E poi la forza la troviamo tutti in una rete come RaiTre che è solida e che sostiene il coraggio di affrontare con serenità i problemi, perché il Direttore, Antonio Di Bella, ti permette di farlo. Ci sostiene con le parole e con atti concreti che danno fiducia a “Ballarò” di poter fare quello che vuole fare. Ogni anno che passa ci crediamo sempre di più. Ci guardiamo dietro e la rete ci sostiene. Guardiamo davanti e il pubblico c’è… perché non continuare?».  

 


 

DA 11 ANNI “BALLARÒ”
Diplomato al liceo classico di Roma, Torquato Tasso, si è laureato con lode in Scienze politiche alla Luiss di Roma. Ha collaborato con diverse riviste e giornali, tra cui l'Espresso, l'Avanti!, Il Messaggero. Assunto dal Giornale Radio Rai nel 1996, dove è stato redattore economico, inviato e conduttore. Corrispondente per la RAI dagli USA, con sede a New York, nel 2001, dal 2002 è conduttore del nuovo talk-show di Rai 3 ““Ballarò”. È autore di diversi saggi, tra cui “Monopoli” (Rizzoli 2005), Mal di Merito” (Rizzoli 2007), “La Fabbrica degli Ignoranti” (Rizzoli 2008), “Separati in patria” (Rizzoli 2009), "Decapitati" (Rizzoli 2011). è sposato e padre di due figli maschi. 


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