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La corte si ritira: ripassi nel 2023

Processi lenti, tribunali ingolfati: la giustizia-lumaca ci costa quanto una finanziaria

Ven 28 Set 2012 | di Maurizio Targa | Attualità

C’è un posto dove l’81% dei reati resta impunito, 150mila gravi violazioni di legge ogni anno vanno in prescrizione, un omicidio su due non ha colpevoli e solo nel 3% dei casi c’è un responsabile per i furti denunciati. Un record del mondo in negativo. Ai cittadini di quello Stato conviene fare i delinquenti, penserete: guardatevi intorno con circospezione allora, perché quel Paese è il nostro. Gli uffici giudiziari italiani rischiano di collassare da un momento all’altro sotto il peso complessivo di nove milioni di processi pendenti e di due milioni e mezzo di reati denunciati annualmente. Ad arginare questa marea di carte bollate non c’è un’adeguata struttura informatica a garantire maggior efficienza, trasparenza e qualità come previsto da decreti e linee guida, ma una macchina farraginosa che più che a una struttura performante somiglia a un mulo recalcitrante. 
E non è ancora chiaro quali saranno gli effetti della recente riforma della giustizia varata dal governo Monti, che comporterebbe notevoli risparmi di spesa per lo Stato. Ma, a detta di quasi tutti i soggetti interessati, porterà ulteriori complicazioni per i cittadini e le aziende in cerca di giustizia.

Informatizzazione chimera
Secondo un’indagine dell’Istituto di ricerca sui sistemi giudiziari (Irsig) del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Bologna, il sistema giudiziario italiano versa in uno stato tecnologicamente sconfortante: la posta elettronica è diffusa, ma non essendo considerata mezzo ufficiale è ancora limitata a preannunciare documenti inviati poi via fax o per posta; il protocollo informatico invece è stato attivato, ma solo come registro e perciò non consente l’archiviazione e lo scambio di documenti.  «Dal punto di vista tecnologico - sottolinea il professor Giuseppe Di Federico, direttore dell’Irsig - il Ministero della Giustizia ha fatto dei passi in avanti nella realizzazione delle infrastrutture di base, grazie soprattutto ai cospicui e crescenti fondi investiti durante gli anni ’90, ma se si guarda alle tecnologie di supporto al lavoro di cancellieri e magistrati, per non parlare dell’e-justice, cioè dell’utilizzo delle reti informatiche per scambiare dati e documenti giudiziari, i risultati sono ancora lontani dall’essere soddisfacenti. Alcuni esempi pratici? Secondo Davide Carnevali - che con Marco Fabri e Francesco Contini ha svolto la ricerca Irsig - fra gli applicativi (programmi informatici) funzionanti, ma che necessiterebbero di radicali aggiornamenti, vi è il Re.Ge, Registro Generale, per la gestione di procedimenti penali, installato in tutti i 165 tribunali (diventeranno 128 con l’applicazione della riforma Monti - ndr), nelle relative procure della Repubblica e nelle 26 corti d’Appello. Nei rari casi, però, in cui si è cercato di migliorare l’applicativo a livello locale, abbozzando utili integrazioni con i programmi di videoscrittura per la creazione automatica dei provvedimenti, la Direzione generale Sistemi informativi automatizzati del ministero ha disincentivato tali iniziative. «Migliaia di cittadini si rivolgono ogni anno alla Corte europea dei diritti dell’uomo – spiega Michele Ainis, ordinario di diritto pubblico - denunciando quasi sempre i tempi biblici dei tribunali». E Strasburgo concorda con gli analisti appena menzionati. «Il comitato ha rilevato con interesse i progressi ottenuti - si legge in una nota diffusa in sede di Consiglio europeo -, sottolineando tuttavia come vada ancora trovata la soluzione definitiva al problema strutturale della durata dei processi, dati i 5,5 milioni di casi civili e 3,2 milioni di casi penali pendenti, come anche in ambito amministrativo». 

Poche risorse? No, investite male
E la giustizia del nostro Paese, specialmente quella civile, nel tempo è diventata ancora più lunga. Una procedura fallimentare che negli anni ’80 durava in media poco più di quattro anni, ora ne dura più di nove (dati Istat), frapponendo maggiori ostacoli alla crescita delle aziende. Eppure la Commissione europea sull'efficienza della giustizia, organo del Consiglio d'Europa, ha calcolato che lo Stato italiano spende 70 euro per abitante per far valere il diritto (dati 2009) contro una spesa francese di 58 euro pro capite, dove la lunghezza media di un procedimento civile è la metà che in Italia. Non basta, i giudici italiani sono anche pagati un po' meglio: lo stipendio base è superiore del 20% circa rispetto ai colleghi francesi. Ma va anche detto che sono tra quelli che smaltiscono più cause a testa e che a gennaio 2012 erano 8.834 a fronte di un fabbisogno di 10.151. Dunque i soldi si spendono, ma sono mal impiegati. I tribunali appaiono troppo piccoli e distribuiti sul territorio secondo criteri antiquati non consentendo la specializzazione dei magistrati, i cui avanzamenti di carriera seguono prevalentemente l'anzianità di servizio anziché il merito e la competenza. Senza contare l’ingolfamento; in Italia si ricorre troppo spesso ai tribunali con una litigiosità quasi doppia di quella dei cugini transalpini e otto volte quella britannica per la gioia degli avvocati nostrani, che hanno salutato la moltiplicazione per 2,5 volte del numero dei procedimenti dal 1985 ad oggi, e la conseguente esplosione del numero dei legali passati da uno ogni mille abitanti di 27 anni fa a quasi 3,5 nel 2010. 

Digitale è bello
Un rimedio possibile? L’informatizzazione spinta. Un progetto che mira ad un procedimento civile senza carta è in cantiere dal 2000 – fa sapere l’Irsig – e prevede che tutte le transazioni fra le parti e l’ufficio giudiziario (giudice, personale di cancelleria, ufficiale giudiziario) avvengano elettronicamente, dando vita al cosiddetto fascicolo elettronico. I programmi del ministero prevedono la sperimentazione in sette uffici giudiziari pilota (Bari, Bergamo, Bologna, Catania, Genova, Lamezia Terme e Padova) e il successivo sviluppo in almeno altri cinquanta. Questo progetto ha comportato una spesa di quasi 5 milioni di euro nel 2003, di 3,8 milioni di euro nel 2004, ma ancora non decolla nonostante un successivo stanziamento nel 2007 pari a 20 milioni di euro. Altrettanto auspicabile è la connessione del sistema giudiziario italiano con quelli europei, è molto atteso il decollo definitivo del portale europeo della giustizia elettronica. 

Fabbrica di sfiducia
La giustizia è quindi anche un bene, un servizio che viene prodotto in quantità più o meno adeguate, per quanto ciò possa suonare offensivo nella patria del Diritto. A differenza della stragrande maggioranza degli altri beni, però, il cattivo funzionamento della giustizia non ha un impatto solo diretto sul vivere civile e quindi sul benessere di una popolazione, ma ha anche e soprattutto effetti indiretti, perché incide in modo profondo sugli ingranaggi del sistema economico. È, infatti, una componente fondamentale di quella speciale benzina che si chiama fiducia. 

 


 

LA LENTEZZA COSTA SALATO
Dai confronti internazionali l'Italia esce costantemente con le ossa rotte. Il nostro Paese vanta un poco invidiabile secondo posto per numero di condanne presso la Corte europea a causa dell'irragionevole lunghezza dei procedimenti: un processo civile di primo grado dura in media 533 giorni, contro i 286 della Francia e i 129 dell'Austria. Occorrono 1.210 giorni per risolvere una controversia commerciale, con un costo pari al 30% del suo valore, contro i 394 e il 14% in Germania e i 331 e il 17% in Francia. Come accade per la maggior parte dei servizi pubblici, ci sono enormi differenze territoriali giacché al Sud di solito i processi sono molto più lunghi (fino a 4 volte). Nel 2011, lo Stato italiano è stato condannato a pagare 84 milioni di euro per ritardi di giustizia e 46 milioni per errori giudiziari o ingiusta detenzione. In media ogni anno si celebrano 2.369 procedimenti per queste situazioni. 


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