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Mio figlio e la fede

È giusto che i figli siano liberi di sviluppare il loro credo

Dom 01 Feb 2009 | di Lucrezia L. | Genitori&Figli

Eravamo in visita a Pompei e la guida stava spiegando come la città sia stata colta di sorpresa e distrutta dalla lava, quando mi sono accorto che il piccolo Alessandro stava ascoltando con estremo interesse e gli occhi quasi sbarrati. Gli ho chiesto cosa pensasse e lui ha esclamato: "Ecco com'è morta la Madonna!". E ancora: passeggiata nei boschi, gli indico un fungo e gli spiego che è velenoso, che chi lo mangia rischia di morire. E lui di nuovo: "Allora è morta così la Madonna?". Ora, io lo giuro: non so assolutamente come questo tarlo sia entrato nella mente di mio figlio, non ricordo di nessuna discussione su questo tema. In entrambe le occasioni, sono stata davvero colta di sorpresa. Perché questa ossessione per la Madonna e per la sua morte in un bimbo di quattro anni? A volte è difficile immedesimarsi nel modo di ragionare di un bambino piccolo. Di certo il loro rapporto con il soprannaturale è molto diverso da quello degli adulti, più immediato credo, dominato più dalle suggestioni che da ragionamenti logici. Di sicuro è l'età della vita in cui è più facile abbandonarsi al mondo dell'invisibile e quindi superare i paletti che in seguito la razionalità finirà col piantare nella nostra psiche. Una capacità di viaggiare in un altro mondo, quello del trascendente, che tutto sommato noi adulti invidiamo ai bambini. è per questo che, nel dicembre scorso è scoppiata una rivolta tra i genitori di un paese della provincia lombarda quando il loro parroco ha detto in chiesa, di fronte a tanti bambini, che Babbo Natale non esiste. Perché privare i bambini prima del tempo di un'illusione così gioiosa? La materia diventa ancora più difficile da trattare quando, anziché Babbo Natale o le fate, di mezzo c'è Dio. 
Mi ha fatto riflettere in proposito, ciò che ha scritto Albert Biesinger, un diacono e docente dell'Università tedesca di Tubinga nel libro "Non inganniamo i bambini su Dio". La mia prospettiva è diversa e, essendo mio marito non credente, ritengo giusto evitare di essere dogmatica con i miei figli, non riempirgli la testa di certezza che sarà molto meglio che acquisiscano da soli in seguito. Però credo sia altrettanto giusto lasciare la loro strada verso la fede sgombra da ostacoli, ad esempio evitando che accumulino cattivi ricordi del loro rapporto con Dio da bambini. è per questo che mi ha particolarmente colpito il passaggio del saggio di Biesinger in cui spiega che "se vi è stato annunciato un Dio che punisce e reso difficile il dialogo con lui, sarà più complicato venirne fuori. Ma è importante rivelare ai propri figli il Dio che ama, quello che Gesù ci ha mostrato". Per riuscirci, secondo me, bisogna tornare con la mente alla propria infanzia e tentare di richiamare alla mente lo spirito con cui ascoltavamo le storie della Bibbia da bambini. Io ricordo una grande curiosità e che alcune delle storie mi suscitavano un'impressione profonda e mille interrogativi. Ma ricordo anche, purtroppo, tanti aspetti negativi dell'educazione religiosa impartita da preti e catechisti. Alcuni di loro cercavano di forzare noi bambini, calcando la mano proprio sulla nostra impressionabilità, come se, sapendo quanto eravamo sensibili, volessero lasciarci nell'anima segni che non saremmo riusciti a dimenticare. Ma l'anima non può essere terra di conquista, inclusa quella dei bambini. E come dice Biesinger, "anch’io ho vissuto determinate immagini di fede non troppo positive. Per esempio la pressione psicologica finalizzata alla pratica religiosa e la paura di un «Dio-contabile» che sa e che annota tutto è stato un impedimento allo sviluppo iniziale della mia personalità". Tranquillo papà dei miei figli, non imporrò la fede ai nostri piccoli. Ma nemmeno tarperò loro la capacità di credere.


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