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Fare la mamma non è una scienza esatta

Aperto il dibattito sulla fase di inserimento dei bambini

Gio 22 Nov 2012 | di Lucrezia L. | Genitori&Figli

Avete notato che il tema dell'essere mamme è sempre più protagonista di articoli su seriosi giornali, manuali più o meno seri e trasmissioni televisive leggere? è un argomento che ci tocca da vicino, che fa discutere, perfino infuriare. Anche perché, fare la mamma non è una scienza esatta. Anzi, è il regno delle opinioni. Dunque volentieri riapro il tema trattato nel numero scorso: la fase di inserimento dei bambini accompagnati dai genitori che da qualche tempo viene praticata all'asilo. Nella precedente puntata di questa rubrica criticavo questa iniziativa e qualcuna di voi si è sentita punta sul vivo. Forse ad aver acceso le reazioni è stato soprattutto l'uso della parola “bamboccioni”, un termine tutto sommato piuttosto vacuo e che, soprattutto, negli ultimi tempi è stato abusato. Si potevano usare parole forse più precise, chirurgiche, come “rallentare l'acquisizione dell'indipendenza”? Probabilmente sì. Forse avrebbero richiamato un po' meno l'attenzione, ma pazienza. Una gentile lettrice, Ilaria, scrive che “l’indipendenza e la sicurezza non possono essere imposte dall’esterno, ma sono conquiste dei bambini che trovano in sé le risorse per superare la frustrazione del distacco e la paura dell’abbandono”. Ilaria, non potrei essere più d'accordo con lei: i bambini trovano in sé le risorse e io credo, in generale, che le troverebbero lo stesso anche senza che il genitore fosse lì all'asilo con loro per attutire questo piccolo scontro con la realtà fuori dalla famiglia. Io, anzi, ho il sospetto che, sottolineando troppo il debutto all'asilo non facciamo che accrescere la loro ansia. I bambini sono svegli: “Perché la mamma resta qui a proteggermi? Evidentemente l'asilo non è così rose e fiori come tutti me lo raccontano...”. Oppure, detto con le parole più accurate di Alberico, il direttore di “Acqua&Sapone”, “se proiettiamo su di loro la nostra ansia di non farli soffrire, comunichiamo loro inconsciamente che senza di noi non ce la possono fare. Renderli dipendenti da noi genitori può anche essere utile a noi per placare la nostra incapacità di rimanere soli o la inconscia paura di venire abbandonati anche da loro un giorno. Ma così li tradiamo nel profondo: se non siamo noi indipendenti, non li lasciamo vivere la loro natura di esseri fondamentalmente indipendenti”. Ragazze, sono solo ragionamenti tra mamme e papà: so bene di non avere la verità infusa, perciò per favore, non sentitevi comunque “scandalizzate”, non dite che criticare l'inserimento è “pericoloso”. Di tutto si può serenamente discutere, senza pretendere di dar lezioni, naturalmente. Di sicuro ci saranno bambini a cui l'inserimento fa bene. A me pare solo che l'asilo, rendendo istituzionale questa pratica, spinge tutte le mamme a farlo. Di un'altra lettera, quella evidentemente competente di mamma Claudia, mi ha colpito un passaggio: “Ogni genitore che ha fatto inserimento sa che il bambino nei giorni successivi allo stesso è irritabile e sapete perché? Perché l'ormone dello stress nel bambino cresce e il bambino prova un piccolo dolore dentro di sé”. Ecco per me il punto è proprio questo: la nostra generazione di mamme mi pare troppo impegnata a evitare ai bambini i “piccoli dolori”. Ancora una volta sono con Alberico: “Io so solo che spesso più è rapido il distacco meno è doloroso. Nel senso che quando accompagno le mie bimbe prima me ne vado meglio è, anche se talvolta piangono un po', non faccio in tempo ad uscire dalla porta principale che già hanno smesso. Sempre sottovalutiamo la capacità straordinaria dei bambini di adattarsi, di superare il dolore, di interessarsi immediatamente a qualcosa di nuovo”. Certamente, aver fatto l'inserimento non renderà i nostri figli “bamboccioni”. Ma rendere l'inserimento un passaggio obbligato per ogni bambino rivela un atteggiamento iperprotettivo. E quello sì che può, alla lunga, minare le sicurezze dei nostri bambini. Il dibattito, comunque, è aperto. 


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