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La tua strada libera

Andrea, 22 anni, vivo ed amato

Dom 01 Feb 2009 | di Malu 1983 - nostra lettrice | Io Giornalista

Andrea ha 22 anni e da due la sua vita è cambiata: il 14 gennaio 2007, dopo aver pranzato dai nonni, decide di andare a casa a riposarsi. Andrea è un ragazzo normale, come tutti, e speciale nelle sue particolarità: ama il calcio, ha una passione per l’azzurro, ma non quello della sua Napoli, città natale, ma per la Lazio, la sua squadra del cuore. Andrea ama la musica e ballare, frequenta una scuola di balli caraibici ed è un bravissimo ballerino. Cerca di portare a termine gli studi di scuola superiore, ma non è un amante dello studio. La sua strada è libera, come deve esserlo a 20 anni, serena, divertente, piena di amici e sogni da realizzare. Anche quel pomeriggio la sua strada era libera, finché un sorpasso di un auto sulla carreggiata opposta lo impaurisce e lo fa frenare bruscamente. Comincia così un testa coda che termina con lo schianto nel muro di un ristorante poche centinaia di metri più avanti. La macchina è intatta. Andrea anche. Intatto. Non ha un graffio né una goccia di sangue. Un solo livido sulla parte sinistra della testa. Una collisione che gli sarà fatale. Trauma cranico, coma e ricovero presso il reparto di terapia intensiva del Cardarelli di Napoli. Ore interminabili lì dove vi è una linea sottile che divide la vita dalla morte. Un corridoio lungo e grigio della luce dei neon che diventerà sede di pellegrinaggio dei numerosi amici e familiari che aspetteranno che Andrea vinca questa partita. Questa è davvero importante, è la partita della vita. Poi il risveglio e la scoperta dei danni subiti al cervello. Da qui il viaggio della speranza. Andrea viene portato a Crotone in una clinica di riabilitazione e poi a Telese. L’ho rivisto una settimana fa dai giorni del coma. Andrea è presente, i suoi occhi sono bellissimi e comunicano in un modo straordinario, si commuove quando mi vede e si stanca parecchio perché vorrebbe comunicare con la parola, cosa che al momento gli manca. Ma è vivo. La strada è lunga, forse un po’ meno libera di allora, ma è vivo. Gli tengo la mano e,  anche se fissa il vuoto, so che mi vede e mi sente. Lo capisco perché faccio una grave gaffe, gli ho portato un cuscino della squadra del Napoli anziché della sua amata Lazio, i colori sono uguali e lo spacciamo per il cuscino del Napoli, ma alla domanda “Andrea questo è il cuscino della Lazio?” lui alza il dito indice per dire di no. Gli domando “ma sei felice anche se il cuscino è del Napoli?” lui alza il dito pollice per dire sì e accenna un sorriso, una piccola lacrima… anche questa è vita. Ci sono tanti che sono in queste condizioni: stategli vicino, amateli, lo sentono. La loro vita è cambiata ma anche la nostra, la frenesia della quotidianità, il caos delle nostre piccole realtà, fermarsi a fargli una carezza e scoprire che è lì che nasce tutto, uno scambio di emozioni indescrivibili.


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