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Jim Carey faccia di gomma

Non credete ai guru, ma ai messaggi di vita

Dom 01 Feb 2009 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
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Bello, come non te lo aspetteresti. L’uomo che si è distorto in “The Mask” e invecchiato in “Number 23”, è prestante e affascinante. Se poi apre bocca, scopri che in quella testa, in quel cuore c’è molto: intelligenza e sofferenza, la storia di una vita non facile, proprio come la sua carriera. Con un filo di audacia potremmo dire che ha vissuto un personale “Truman show” - il suo film più conosciuto e apprezzato da critica e pubblico - e ne è uscito con cicatrici importanti che l’hanno fortificato. La risata e le smorfie sono contagiose, lui lo sa e ogni tanto le usa per nascondere un pensiero troppo profondo o non in linea con la sua immagine pubblica, ma intuibile da un occhio vispo quanto triste. La sua più bella e difficile interpretazione, forse, è stata quella nella biografia del comico Andy Kaufman, “Man on the moon”. E lui sembra proprio venuto dalla luna. è protagonista di un film delizioso, “Yesman” (a gennaio nelle sale), divertentissimo pamphlet su un uomo deluso dall’amore e dalla vita che abbraccia una filosofia-religione che “obbliga” i suoi adepti a rispondere un deciso sì a tutte le domande e richieste che gli vengono poste. False religioni e veri disagi, il film nasconde dietro la dolce storia d’amore con la luminosa e bizzarra Zooey Deschanel una lotta contro miti improbabili, alla ricerca della vita vera. E Jim questa battaglia la combatte da molto, contro il mondo e persino contro se stesso.

“Sì”: due lettere, un’arma potentissima e a doppio taglio. Quali sì ha dovuto ingoiare Jim Carrey per questo film?
«Ho dovuto dire sì a tutto, la cosa più difficile è stata il cambiamento di sesso!  Scherzi a parte, non mi sono negato nulla, anche buttarmi giù da un ponte, ed è stata pure un’idea mia. Mentre fluttuavo nel vuoto, non facevo che chiedermi: “cosa dirò a Gesù Cristo, come giustificherò le mie notti ad Amsterdam?”. Ero terrorizzato, la paura mi scuoteva tutto».

E nella vita reale com’è? Preferisce i rifiuti?
«Figuriamoci, finora avrò detto, in 45 anni, 795mila sì e 5 no! Ma mi piacerebbe saper dire “no”, i rifiuti sono molto più difficili, perché sono un sì al tuo valore, alle tue esigenze. Ti costringono a metterti a confronto con le altre persone, rischiando di deluderle. In un momento della mia vita scoprii un buco dentro di me, il riempirlo è stato un “sì” alla comprensione. Qualsiasi o qualunque cosa sia che ci ha creato, io so sempre che non fa errori. E a quello che mi manda dico sempre sì. Quello all’amore è stato il più importante».

La parola Yesman, soprattutto nell’economia, ha una pessima accezione.
«La connotazione della definizione yesman è sempre negativa, è vero, ma qui è un gioco di parole per un uomo che decide di abbracciare la vita e la sfida a viso aperto. Molti di noi possono identificarsi con Carl, tutti ci siamo sentiti a pezzi, depressi, insoddisfatti e qui l’espressione del titolo sta a significare che devi accogliere l’universo dentro di te. E a me l’universo parla sempre, anche quando mi cadono “mattoni” in testa. Non c’è nessuna ricompensa senza rischio: se sono a disagio, come spesso mi accade, vuol dire che c’è una nuova avventura per me».

Un enorme “no” sembra però che lo diciate alle nuove religioni usa e getta, ai falsi guru.
«Non bisogna guardare le esperienze altrui con snobismo o senso di superiorità. Devi cercare ovunque per mettere insieme la tua filosofia, qualsiasi cosa ti faccia superare la notte, che ti faccia gestire questo viaggio pazzesco che è la vita è assolutamente benvenuta. Qualsiasi strumento che ti aiuti in questo percorso mai privo di dolore è importante e va sperimentato».

Però c’è chi se ne approfitta…
«Di guru ce ne sono tanti in giro, alcuni sono fantastici e sanno trasformare le persone, altri hanno il culto della propria personalità, il limite è che in tutte le filosofie si tende a deificare i predicatori, invece quello che conta è il messaggio di vita che comunicano e realizzano».

Uno degli strumenti di cui parla può essere la comicità?
«La commedia credo che sia il modo migliore per far arrivare un messaggio, una pillola con lo zucchero. Vogliamo far ridere, e questa era la ricetta perfetta per una commedia perfetta. Un’ottima opportunità per dire qualcosa di reale, e io voglio sempre far andare a casa il pubblico con qualche sensazione, con qualcosa su cui riflettere e discutere. Un comico porta sollievo ad altri attraverso i sentimenti comuni, fa appello all’ego collettivo per far sentire il pubblico superiore a lui. Non ha paura di mostrarsi anche vulnerabile e sciocco per far star meglio il prossimo».

Dei suoi colleghi con chi vorrebbe lavorare?
«Avrei paura, lo ammetto, ma muoio dalla voglia di lavorare con Roberto Benigni, anche se di sicuro mi si arrampicherebbe addosso. è un talento fantastico e un’anima bellissima, gioia e amore puro per la vita e per gli uomini».

Un film è un viaggio di vita. Lei come li sceglie?
«Fare un film ti comporta tante cose. Devi lavorare su tutto, dall’accento alla preparazione fisica. Ma sono i ruoli che scelgono te, come il partner perfetto nel ballo perfetto. Ho sposato i copioni quando non potevo farne a meno. Vedi “Se mi lasci ti cancello”, ero distrutto e arrivava nel momento giusto con il suo carico drammatico. Com’è avvenuto con quest’ultimo film: avevo bisogno di qualcosa di positivo, avevo ricominciato ad impegnarmi di nuovo nella vita. È come essere attratto da una sola donna in una stanza affollata. è solo con lei che si deve ballare».

Yes, we can. è il mantra di questo film e del nuovo presidente degli Stati Uniti.
«Mi piacerebbe dire che gliel’ho suggerito io, ma io e Peyton Reed abbiamo solo intuito qualcosa che aleggiava nel Paese, un’esigenza nuova di sognare e ricostruirsi. Succede di anticipare le mode e qualche volta, come in questo caso è capitato a noi, accade di anticipare un movimento di pensiero, anche se in maniera bizzarra. Questo film significa intrattenimento ma anche impegno. Ecco il mio suggerimento per Obama: comprensione e inclusività per il resto del mondo, più degli ultimi 8 anni. Non ci vorrà poi tanto, visto il disastro Bush!» 


UN UOMO DA 35 MILIONI DI DOLLARI
È arrivato a prendere 35 milioni di dollari a film. Ma vita e carriera di Jim “faccia di gomma” Carrey, non sono state affatto facili. Famiglia numerosa, padre contabile ma soprattutto musicista, adolescenza sfaticata e irrequieta. Tanto che i professori del suo liceo, per punizione, lo costringevano a rimanere oltre l’orario scolastico obbligatorio, per seguire corsi facoltativi. Tra questi, quelli di teatro erano quelli che lo rendevano più insofferente. La sua ribellione era imitare i grandi attori: amici e compagni di allora ricordano ancora quelle di Henry Fonda e James Stewart. Un talento aggiuntivo (recentemente ha spopolato in tv quella che ha fatto del regista Dj Caruso) insieme a quella faccia alla Totò e a un doppio risvolto, comico e drammatico, della sua recitazione. Quindici anni fa ha sbancato i box office con The Mask, poi seguìto da Ace Ventura e Bugiardo bugiardo (prima lo si ricordava solo per essere stato l’amico di Nicolas Cage in Peggy Sue si è sposata). Già divo superredditizio, è il ’98 a consacrarlo con la critica, con il Golden Globe per The Truman Show, film epocale sui pericoli della tv reality, bissato dall’ottimo e discusso Man on the moon. Nel nuovo millennio commuove ed esalta Eternal sunshine of spotless mind (Se mi lasci ti cancello), forse il suo film più bello. Adora leggere, dipingere, il cibo messicano e la sua nuova compagna. Si dice sia Jenny McCarthy, bella e comica come lui. Dio li fa…


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