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Mark Wahlberg: dalle baby gang ad hollywood

Faccio domande senza temere di fare la figura dell’imbecille

Dom 01 Feb 2009 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
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Che uomo. Anzi, senza ipocrisia, molte donne che lo vedono pensano e spesso dicono “che maschio”. Mark Wahlberg è uno che la vita l’ha presa a morsi, è cresciuto sulla strada e da lì ha conquistato il mondo. Con il rap prima, era Marky Mark, e il cinema poi, scelto da tanti grandi registi. Eclettico, viso pulito e grinta da vendere, dall’all star Italian Job all’ultimo videogioco Max Payne, ha sempre sfidato se stesso, inanellando nel suo curriculum Scorsese, Shymalan, Peter Jackson e tanti compagni di set illustri, da Charlize Theron a Martin Sheen. «Sono fortunato, scelgo solo campi di gioco in cui tutti sono più bravi di me. Nella vita e nel cinema il segreto è uno solo: imparare ad imparare». Ha riscoperto se stesso grazie alla religione e al dolore, non ha neanche 40 anni e ha vissuto già due vite. è paziente, ci vediamo tre volte in un giorno e alla fine, tra il serio e faceto, mi abbraccia. è attento e ironico, divertito e divertente, risponde con sobrietà e spontaneità. Racconta la sua conversione. Da scapestrato a padre di famiglia maturo, da rapper ad attore.

Subito la domanda più ovvia e difficile. Qual è il segreto del suo successo?
«Fare domande, non temere mai di far la figura dell’imbecille. Piuttosto, ho il costante timore di diventarlo, da qui viene la mia ossessione di imparare tutto da tutti. Ho iniziato a sfidare gli altri e me stesso sulla strada e ora “proseguo” sul set. E vale anche per i sentimenti: mi gratifica arrivare al limite, a piangere, a farmi toccare da quello che faccio. Adoro gli estremi, non amo la generica normalità. Per questo mi metterò alla prova con la commedia dopo tanti ruoli drammatici».

I grandi registi la cercano continuamente. Come si vive sui loro set?
«Benissimo, con tutti i loro pregi e difetti. Shymalan è un comandante dal polso di ferro, non puoi prendere iniziative; Tim Burton passa il tempo a strappare la sceneggiatura mentre ti illumina col suo genio; Peter Jackson si presenta ogni mattina con cinque pagine nuove dello script, pensate la notte prima, e per me che imparo ogni lettera a memoria non è mica facile! Martin Scorsese ti consente di improvvisare, forse anche perché ero l’unico nel cast ad aver vissuto la realtà newyorkese che cercavamo di riproporre in The Departed. E poi c’è anche Aronofsky, bravo ma sfortunato con il suo The Fighter, per cui mi sto allenando da pugile da due anni, svegliandomi tutti i giorni all’alba! Siamo fermi, non abbiamo ancora iniziato, ora forse arriverà Daniel Craig come protagonista e ripartiremo. Speriamo, credo molto in questo film».

Ma lei è un duro o fa solo finta?
«L’uno e l’altro. Ho due Mark dentro di me, sempre in conflitto. Un giorno mi sveglio senza speranze, un altro felice da star male. E così la recitazione diventa equilibrio per me, fonte di sanità mentale. Nei primi casi sembro un duro, nei secondi un tenerone».

Nella sua vita, la ribellione ha lasciato il posto alla maturità, alla spiritualità. Merito del cinema e di Dio, almeno così lei dice.
«C’è qualcosa di trascendente e più potente di noi che ci sovrasta. Un esempio? Non presi il volo United 93 (il quarto aereo dell’11 settembre, che cadde in Pennsylvania per la rivolta dei passeggeri contro i terroristi) per partecipare al Festival di Toronto. Avevo una prenotazione su quell’aereo, anche se confesso che me lo ha ricordato solo giorni dopo la mia assistente: quel giorno partimmo in macchina facendo un giro strano, non troppo sensato. E per questa fortuna, ringrazio Dio ogni giorno, appena mi sveglio. Ma per le cose su cui abbiamo completo controllo, se sbagliamo, dobbiamo pagare. Io, per esempio, da adolescente ho fatto molti errori e ho passato molti guai, tra cui la prigione. La fede mi ha dato una seconda possibilità. Ora cerco di usare la mia fama, le mie conoscenze, per aiutare chi, come me, è cresciuto in quartieri difficili, infestati da violenza, droga e criminalità, cose che possono attrarre molti. Come successe a me, io ne ho fatte molte di cose di cui non andare fiero. Direi anche troppe».

Quella che lei descrive sembra una missione.
«Mi sembra un termine forte, credo solo di avere un compito e di doverlo svolgere al meglio. Credo di essere al mondo per una specifica ragione e in questo vedo come positiva la morale del film E venne il giorno di Shymalan, dove a seconda di come agisci vieni ricompensato o punito da una forza divina. Senza la fede come faremmo ad affrontare un mondo così difficile? Io ho creato una Fondazione a cui molti miei colleghi partecipano. Facciamo molto, dai regali di Natale ai doposcuola che tolgono i ragazzi dalle strade, passando per le borse di studio per mandarli al college. Quello che la musica e il cinema hanno fatto per me, io cerco di fare per questi giovani».

Lei va a messa tutte le domeniche. Come si sente vedendo chi invoca Dio per uccidere?
«La fede è qualcosa di privato, purtroppo molti la usano come pretesto per altro. Ma questo non cambia la forza di quei valori, penso al perdono, la virtù più difficile da esercitare».

Forse il motivo è che lei parla con Dio, invece Bush e Bin Laden sostengono che Lui parli con loro.
«Un atto di arroganza insopportabile e pericoloso. Non funziona così e bisogna pregare per loro. Io prego Dio per sapere cos’è giusto, soprattutto da quando sono diventato padre sono cambiato molto, mi preoccupo più per i figli che per me e, pur amando le sfide sul lavoro, sono sempre più preso dalla famiglia e l’immedesimarsi per mesi in un altro non so per quanto ancora riuscirò a farlo. Ci sono delle priorità nella mia vita, e intendo seguirle, anche sacrificando la carriera».


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