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La classifica degli italiani più ricchi

Non ci sono solo Berlusconi, Moratti e Benetton, ma anche nomi quasi “sconociuti”

Dom 01 Feb 2009 | di Roberto Lessio | Attualità
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Si sa che la crisi è dura per tutti, ma un po’ meno per i ricchi e chissà se li troveremo ancora al “loro posto” (inteso come classifica) alla fine del 2009!
Come ogni anno “Milano Finanza” ha fornito la lista patrimoniale dei “paperoni” del nostro paese (gli uomini e la famiglie più ricche d’Italia). I dati sono stati inoltre confrontati con quelli degli anni scorsi, in particolare rispetto ai mesi precedenti alla crisi finanziaria: in pochi mesi la loro ricchezza si è dimezzata, ma niente paura, non stanno diventando dei “clochard”.
A capo della graduatoria dei “paperoni italiani” si è confermato il gruppo (quasi sconosciuto all’opinione pubblica) che fa capo a Gianfelice Rocca e i suoi fratelli. Sono i figli di Roberto e nipoti di Agostino Rocca, cioè colui che per circa un decennio è stato ai vertici dell’Istituto per la Ricostruzione Industriale (il famoso gruppo IRI), voluto da Mussolini a seguito dello scoppio della grande crisi  finanziaria ed economica del 1929. L’Istituto fu finanziato dalle tre principali banche italiane dell’epoca, anch’esse nazionalizzate, le cosiddette Banche di Interesse Nazionale (BIN), che di fatto crearono le condizioni economico-finanziarie per la creazione dell’immenso apparato delle “partecipazioni statali”, al punto che fu creato un apposito Ministero con tale nome. Dalla RAI all’Alitalia, dalle Ferrovie dello Stato all’ENEL, dalla Finmeccanica all’Alfa Romeo, dalle Autostrade all’Ansaldo, non c’era settore economico in cui non fosse presente lo Stato attraverso l’IRI e le sue “sorelle” (ENI ed EFIM).
Ed è proprio dalla dismissione dello Stato dalle proprie partecipazioni bancarie ed industriali con un percorso inverso a quello tracciato dal loro progenitore, che i Rocca hanno raggiunto il vertice della classifica dei “paperoni” italiani, pur essendo il loro “impero” esteso a livello internazionale (prima in Argentina e poi in altri paesi americani).
Secondo in classifica si è piazzato Leonardo Del Vecchio, il patron della Luxottica, azienda che controlla buona parte del mercato mondiale degli occhiali. Del Vecchio é anche presente nel capitale sociale della principale banca italiana (Unicredit), fortemente esposta nelle scorse settimane alla crisi finanziaria in corso a causa del facile ricorso ai cosiddetti “prodotti finanziari derivati”, e nel settore immobiliare attraverso la francese “Foncière des règions” che due anni fa ha acquisito il controllo di Beni Stabili.
In terza posizione troviamo i Benetton, nati come imprenditori nel settore della moda. I quattro fratelli di Ponzano Veneto (tre maschi e una femmina) sono capeggiati da Luciano, “l’inventore”, come dice lui stesso, di Flavio Briatore, quando lo ha posto alla guida della scuderia Benetton di Formula 1 e che a sua volta ingaggiò Michael Schumacher vincendo due campionati consecutivi. Allargando il loro “business” iniziale,  i Benetton hanno fatto fortuna anche loro con l’acquisizione di società “ex IRI”: Autostrade SpA, Autogrill, SME (poi rivenduta), con qualche “inciampo” su Telecom . Due anni fa hanno acquisito il controllo della disastrata Impregilo SpA (ex FIAT) insieme ai Rocca e ai suoi “alleati-avversari” facenti capo a Marcellino Gavio.
Quarto si è piazzato il finanziere-finanziato (soprattutto dalle banche) polacco-francese-bresciano Romain Zaleski. Era secondo nel 2007, ma gli osservatori fanno notare che quella posizione era “drogata” da molti debiti e troppo legata agli andamenti capricciosi dei mercati finanziari. è presente nel capitale sociale di Edison, A2A (municipalizzata controllata dai Comuni di Milano e Brescia che gestisce i rispettivi termoinceneritori e divide con Electricité de France – EdF – il capitale della stessa Edison), nelle Generali Assicurazioni, nel Monte dei Paschi di Siena, nella Banca Popolare di Milano, ecc.
Solo quinto, nel 2008, si è piazzato Silvio Berlusconi. L’attuale Presidente del Consiglio possiede oggi “appena” 3,048 miliardi di euro di valore azionario. Rispetto all’anno  2000, quando andavano molto in voga i titoli legati ad aziende che si occupavano di media e di Internet (c’era il boom della cosiddetta “new economy” – poi rivelatasi un disastro per molti risparmiatori) e rispetto a quando le quote e il valore delle azioni delle sue società valevano circa 15 miliardi di euro, il “patrimonio” del Cavaliere è sceso al 20%  in confronto a quello che era teoricamente disponibile nel suo portafoglio appena 10 anni fa. Teoricamente perché in realtà il portafoglio lo ha comunque gonfiato parecchio nel 2005, vendendo sul mercato borsistico il 12% di Mediaset  (prima aveva il 50%, ora ha il 38%), che comunque controlla come azionista di maggioranza relativa. Ma l’ha venduto a prezzi più che doppi rispetto a quelli attuali. A ben vedere, alla luce di quella manovra, tra tutti i “paperoni” italiani, il Cavaliere è quello che ci ha rimesso di meno rispetto alla crisi finanziaria in corso. All’epoca il Cavaliere era, come oggi, anche Presidente del Consiglio dei Ministri. Fu solo intuito?
Nella classifica dei primi dodici “paperoni” poi segue al sesto posto Marco Drago (del gruppo Drago-Baroli) proprietario della De Agostini, della Lottomatica (gestore del Lotto e del SuperEnalotto) e con partecipazioni anche nelle Generali Assicurazioni. Seguono i fratelli Moratti (quelli dell’Inter – petrolieri soci di Marco Tronchetti Provera in Pirelli; poi c’è Francesco Gaetano Caltagirone (noto costruttore romano presente nel capitale sociale del Monte dei Paschi di Siena, dell’ACEA, della Cementir e della Vianini Costruzioni, suocero di Pierfrancesco Casini oltre che editore de “Il Messaggero”, “Il Mattino” e del quotidiano free-press “Leggo”*);  segue Marcellino Gavio (vecchio amico dei Rocca e proprietario dell’ Autostrada Milano-Torino SpA e presente nel capitale di Impregilo, Generali Assicurazioni, Mediobanca e Sias); a “ruota” troviamo la famiglia Buzzi proprietaria delle industrie cementiere Unicem e della Buzzi SpA (dove sono presenti ancora una volta i Rocca).
Chiudono questa ipotetica classifica: il “patron” di Max Mara  Luigi Maramotti , presente nell’azionariato di Credem (Credito Emiliano) e di Unicredit (con il suo -64% è il recordman delle perdite in Borsa) ed Ennio Doris, socio di Berlusconi in Mediolanum.
Il patrimonio complessivo di questi primi 12 “paperoni” d’Italia è di circa 30 miliardi di euro, quasi il 50% in meno rispetto al gennaio dello scorso anno, ma comunque 5 milioni di volte in più della cifra annua prevista come reddito per ottenere la “social card”.

HANNO PERSO META' PATRIMONIO, MA ERA SOLO SPECULAZIONE
Coloro che superano il miliardo di euro di patrimonio personale (o della famiglia) hanno perso nel 2008 circa la metà della ricchezza che possedevano l’anno precedente. Ma a ben vedere, quella ricchezza  era ed è basata solo sulla speculazione delle Borse, che valutano la “capitalizzazione” delle imprese (cioè la capacità di attirare denaro sulle azioni delle proprie società nella speranza di buoni – e spesso facili – guadagni), mentre passa in secondo piano la reale capacità industriale di produrre beni e servizi. Dall’analisi della classifica dei “paperoni italiani” emerge in modo chiaro il problema del “capitalismo malato in mano ai baroni”. L’Autorità Antitrust (che già nel numero di luglio di Acqua & Sapone indicammo essere purtroppo ignorata), con una apposita relazionedel gennaio 2009 afferma che in Italia gli «intrecci personali e azionari fra concorrenti sono senza paragone in Europa. L’80% dei gruppi esaminati (la quasi totalità di quelli quotati in borsa, ndr) ha nei propri organismi soggetti con incarichi in gruppi concorrenti».


I CAPITALI “SGONFIATI” IN REALTÀ NON ESISTEVANO
Non date retta a quelle “notizie” che parlano di centinaia di milioni “bruciati” o “guadagnati” dalle Borse: sono schizofreniche variazioni di questo o quell’indice borsistico a seconda della direzione dell’ondata speculativa purtroppo ancora in corso. Soldi che erano virtuali e restano virtuali. Il valore di un prodotto e dell’azienda che lo produce non hanno niente a che fare con i giochi di Borsa che si sono sviluppati, fino a diventare un mostro finanziario, negli ultimi anni. Non si spiega altrimenti il fatto che in pochi mesi (potremmo parlare di pochi giorni), i “paperoni” (e le loro famiglie) più ricche d’Italia, hanno visto sgonfiarsi il loro patrimonio quasi della metà.
Sono diventati tutti più poveri?
Macché, come per le protesi al silicone, il loro portafoglio si è semplicemente “sgonfiato”. Ed è questo “sgonfiamento” il perno della crisi in corso: cioè i ricchi hanno paura di diventare un po’ meno ricchi rispetto agli altri “alleati-concorrenti”.


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