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Gina Lollobrigida

Ho conosciuto i presidenti degli stati uniti, ma ho imparato di piů dal terzo mondo”

Gio 01 Gen 2009 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
Foto di 8

Nel mestiere di giornalista ci sono quelle rare occasioni in cui incontri chi davvero non ha bisogno di presentazioni. Chi non conosce Gina Lollobrigida? È riduttivo usare aggettivi per la bellezza e il talento di questa donna forte e volitiva, diretta e orgogliosa.

Ha lavorato con i più grandi attori e registi della storia del cinema, ha fatto film entrati nel mito e basta il suo soprannome, la “Lollo”, per catturare l’attenzione di tutti, ovunque. E allora, per scorgere un po’ di questa vita (e carriera) meravigliosa, è meglio lasciare alla biografia il percorso incredibile di una donna che ha saputo reinventarsi, in particolare come fotografa, campo in cui ha raggiunto
vertici di intensità e bravura eccezionali.

E così ci abbandoniamo subito alle sue parole semplici, come ha fatto, al Festival di Roma, chi ha partecipato al suo incontro, in occasione del riconoscimento alla carriera tributatogli dalla rassegna.
Quante vite ci vogliono per vivere la sua: sette, otto?
«Il documentario l’ho fatto in fretta, per questo immenso onore che il Festival di Roma mi ha fatto attribuendomi il suo premio alla carriera. L’ho fatto per raccontare un po’ me stessa, oltre al cinema. La settima arte è comunicazione immediata e mondiale, tanto da avermi viziato: ancora oggi vengo riconosciuta e acclamata nei paesi più sperduti. Scultura e fotografia, le altre mie due grandi passioni, invece, sono ancora nicchie ristrette. Ho rispolverato la mia camera oscura perché la
fotografia per me è qualcosa di sempre più speciale. Così come la scultura che è stata da
subito il sogno della mia vita. Ho iniziato studiandola da giovanissima e continuerò a praticarla finché ne avrò forza».

Il cinema fu un ripiego?
«Al cinema arrivai con dei dubbi, ma De Sica mi convinse. Di artisti come lui ne nascono
pochissimi e mi ha portato a farlo in un periodo d’oro, quello degli anni ’50 e ’60, quando il grande schermo raccontava mito, fantasia e favole che facevano sognare gli spettatori.

Spero che i giovani autori di oggi conservino la magia di allora, di un cinema che era primo nel mondo. E, personalmente, devo dire che, grazie alla settima arte, ho vissuto esperienze indimenticabili, ho potuto proseguire il sogno della scultura e iniziare, negli anni ’60, l’avventura della fotografia».
Ci racconti come tutto iniziò.
«Io studiavo all’Accademia delle Belle Arti, ero indirizzata verso le arti plastiche. Mi fermarono più volte all’uscita dall’Accademia ed era difficile resistere: io ho lavorato per vivere e per mangiare dopo che la guerra mi aveva tolto tutto, casa compresa. A un certo punto, dopo molti rifiuti, mi dissero: “fai la protagonista”. Non volevo, voleva dire dedicare la vita al cinema, sceglierlo. Andai nei loro uffici per cortesia e per non dire di no dissi: “per un milione o niente, altro che mille lire”. Loro accettarono subito, rimasi di sasso! Non potevo dire di no. Ma se ho continuato, lo devo
appunto a Vittorio De Sica. Mi disse “Gina,dài passione a questo mestiere, perché sicuramente
riuscirai”. Io l’ho voluto ascoltare e lo ringrazio. Ho imparato molto, ho incontrato molte grandi persone: mi ha cambiato la vita. Non per la fama, ma per la crescita personale».


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