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Quei piccoli aiuti che arrivano dall’alto

Social card, sostegno sui mutui. In una fase difficile tutto fa brodo. Ma l’Italia è anche l’unico Paese che non ha un vero sostegno alla disoccupazione. E c’è un perché

Dom 01 Feb 2009 | di Armando Marino | Soldi

Il governo si è impegnato a coprire il costo dei mutui variabili che eccede il 4%. Ha varato la social card e altre misure di supporto che porteranno in tasca alle famiglie con i redditi più bassi fino a mille euro l’anno. Sono le misure giuste per fronteggiare la crisi spalleggiando anche le famiglie oltre alle banche che questa crisi l’hanno provocata? Innanzitutto va detto che la misura sui mutui è stata varata alla vigilia dei ribassi del tasso di interesse deciso dalla Banca Centrale Europea. Quindi il governo sapeva che la maggior parte dei mutui sarebbe scesa al di sotto della soglia del 4%. Per quanto riguarda la social card, certamente 40 euro al mese non cambiano la vita, ma per chi prende una pensione da 4-500 euro possono essere un piccolo ma sostanzioso aiuto. Alcune critiche in questo senso mi sono sembrate preconcette.
Personalmente, però, io sono contrario a ogni forma di aiuto che tende a prolungare la dipendenza della persona aiutata, anziché a renderla indipendente. La social card insomma va bene per gli anziani con redditi sotto la soglia di povertà: l’età in cui potrebbero migliorare la propria situazione lavorando l’hanno già superata, bisogna aiutarli a tirare avanti dignitosamente.
Per i giovani il discorso è diverso. Quello che manca davvero è un sostegno universale alla disoccupazione che esiste nella maggior parte dei Paesi europei. La cassa integrazione riguarda solo alcune categorie di lavoratori. Un reddito minimo di disoccupazione dovrebbe spettare a chiunque perda il lavoro. Dovrebbe essere una cifra tale da garantire il sostentamento, ma durare per un periodo limitato di tempo, un anno o due. Accompagnandolo a misure per il reinserimento nel mondo del lavoro, un sussidio di questo genere ridurrebbe anche la sensazione di precarietà, consentirebbe di cercare un’occupazione con più serenità quando la si è persa, spingerebbe a darsi da fare per tornare a essere indipendenti. I sussidi attuali, invece, spettano solo ad alcune categorie e devono essere erogati per decisione dello Stato o dei Comuni. In sostanza tendono a diventare una “concessione” dell’autorità che in questo modo si garantisce un potere nei confronti anche dei più deboli. Forse è proprio per questo che una riforma del genere non l’ha mai fatta nessuno in Italia.


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