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Strana economia quella dei rifiuti dove si punta sugli inceneritori, sistema che costa più e rende meno

Gio 01 Gen 2009 | di Roberto Lessio | Ambiente

Vi immaginate di entrare in un supermercato e trovate una promozione di un prodotto che dice “prendi uno e paghi quattro”? Nella realtà quotidiana capita l’esatto contrario, ma questo è effettivamente quello che succede alla parte non utilizzabile e non riciclabile dei prodotti che acquistiamo: i contenitori e gli scarti. è una tendenza generale di tutti gli esseri viventi quella di mantenere un proprio “ordine interno” (mantenendosi in vita), generando disordine verso l’esterno con la produzione di rifiuti; solo che noi umani siamo l’unica specie vivente che genera rifiuti che non possono essere riutilizzati da altri esseri viventi.

I FURBETTI DEL TERMOINCENERITORE
Per smaltire i rifiuti, qualcuno ha pensato che è conveniente (per loro e per nessun altro) bruciarli. Ma per bruciarli occorre energia, sotto forma di calore, che attualmente è disponibile soprattutto attraverso combustibili di origine minerale: petrolio, carbone, gas e uranio, che prima o poi finiranno. Bruciare i nostri rifiuti perché non sono riciclabili e riutilizzabili è una delle massime espressioni del perverso meccanismo per cui noi paghiamo 4 volte lo smaltimento di un rifiuto.

PAGHIAMO 4 VOLTE  PER SMALTIRE UN RIFIUTO
1) CIP/6: una tassa per sostenere un sistema antieconomico
Un termoinceneritore, o “termovalorizzatore” che dir si voglia (termine che esiste solo in Italia), ha sempre un rendimento energetico negativo: l’energia che è servita per produrre, trasportare e distribuire  bottiglie di plastica, giornali, scatolette, confezioni varie, ecc. è sempre maggiore rispetto a quella che si ottiene dalla loro combustione: quindi non è conveniente sotto il profilo energetico (e di conseguenza economico) bruciare quei rifiuti. Per questo qualcuno, fautore di questa “economia malata”, si è inventato gli incentivi economici a carico dello Stato per svilupparne la tecnologia.
Si chiama CIP/6 ed è una  delibera del 1992 approvata dall’allora Comitato Interministeriale Prezzi (attuale CIPE), che ha decretato l'inceneritore come “assimilabile” alle fonti rinnovabili (fotovoltaiche, eoliche, geotermiche, biomasse, ecc.). Il nostro, come detto, è l’unico paese al mondo che si è inventato questo “trucco”. Ci è costato fino ad ora circa 2,5 miliardi di euro all’anno.

2) CONAI: i consumatori pagano la differenziata che non si fa
Lo smaltimento dei rifiuti attraverso questa tecnologia assorbe anche buona parte dei contributi “indiretti” che ognuno di noi paga quando acquista un prodotto al supermercato. Sono i contributi cosiddetti “CONAI”. Il CONAI è il Consorzio obbligatorio nazionale che deve, per legge, recuperare tutti gli imballaggi che finiscono nella pattumiera. è finanziato dalle imprese che li producono, che a loro volta “scaricano” questa spesa sul prezzo d’acquisto; quindi sui consumatori. Anche questo contributo (come per le energie realmente rinnovabili) doveva servire a potenziare la raccolta differenziata ed invece, in questo modo, viene indirizzato verso l’esatto contrario.
Ma non è finita!

3) Una tariffa per i residui degli inceneritori
Gli inceneritori effettuano comunque uno smaltimento dei rifiuti, residui della combustione, quindi c’è l’applicazione di una tariffa (sempre a nostro carico): e siamo alla terza voce di costo.

4) I rischi per la salute
Infine, ma non per ordine di importanza (anzi), c’è la nostra salute a rischio o già compromessa dalle emissioni (fumi, gas e ceneri) di tali impianti.
Per questo parliamo di: “compri uno (lo smaltimento) e paghi quattro” (CIP/6, contributi CONAI, tariffa e salute).


LA SOLUZIONE PIÙ ECONOMICA È ANCHE PIÙ SALUTARE
Ora proviamo a capovolgere il discorso: “paghi uno e ottieni quattro”.
Per realizzare un termoinceneritore di medie dimensioni (circa 200-300 mila tonnellate annue di smaltimento) oggigiorno servono almeno 200 milioni di euro. Tranne che per l’attività di cantiere, questo tipo di impianti determinano una occupazione modestissima (40 – 60 unità per impianto a ciclo continuo). Il costo complessivo per ogni posto di lavoro si aggira intorno ai 300 mila euro all’anno.
Con queste stesse cifre si possono creare posti di lavoro (diretti ed indiretti) cinque volte superiori con la raccolta differenziata “porta a porta”.  Inoltre, sempre con la raccolta differenziata, saremo sicuri che il contributo CONAI vada a chi di dovere, cioè ai Comuni che la effettuano in modo corretto i quali, conseguentemente, ci dovrebbero ridurre la tariffa per l'immondizia. E per logica conseguenza anche la nostra salute (non solo quella fisica, ma soprattutto quella mentale) ne gioverà tantissimo. Appunto: “paghi uno e ottieni quattro”.


COSA PUÒ FARE OGNUNO DI NOI?
Questo semplice ragionamento (spero) ci fa capire una cosa: le tre “crisi” attualmente in corso, quella economica-finanziaria, quella occupazionale e quella ambientale (ci sarebbe da aggiungere anche quella morale, ma è un discorso a parte), o si risolvono tutte insieme oppure non c’è soluzione per nessuna. Ma questo dipende anche e soprattutto da noi, dalle nostre scelte e dalle nostre abitudini.
Da dove iniziare?
Intanto, già da domani, controllate che nelle confezioni dei prodotti che si acquistano vi sia impresso il simbolo del triangolo con le tre frecce ricurve; quello è un messaggio diretto con il quale un produttore virtuoso vi comunica che quel prodotto è riciclabile e che ha intenzione di riutilizzarne la parte che finisce nei rifiuti.
Poi bisogna collaborare per effettuare una raccolta differenziata corretta. Il CONAI accetta di ritirare i prodotti e paga il nostro Comune solo se c’è una percentuale di “purezza” per ogni frazione merceologica (plastica, carta, vetro, ecc.) oltre una certa percentuale (70%  e/o 90% in media), altrimenti risulta un rifiuto indifferenziato.
Infine controllate cosa fa il vostro Sindaco. Se vi dice che è meglio costruire un termoinceneritore (non necessariamente vicino a casa vostra), sceglietene un altro alle prossime elezioni.
Vi conviene.

IL PORTA A PORTA È FACILE E FUNZIONA
Parola di Paul Connett, candidato al Nobel, padre della strategia di riciclaggio “zero rifiuti”
Per arrivare a “rifiuti zero” abbiamo bisogno di 3 cose:
1 - responsabilità industriale “a monte” del problema, dove vengono prodotte le merci e dove stanno disegnando prodotti pessimi e imballaggio pessimo;
2 - responsabilità “a valle”da parte delle comunità;
3 - buon governo per far viaggiare le due responsabilità insieme a tutti i livelli. Ma soprattutto un buon governo politico, affinché mentre progrediamo con la responsabilità della comunità,  mettiamo pressione all’industria».
A parlare, in una intervista esclusiva concessa alla nostra redazione, è Paul Connett, docente di Chimica ambientale e tossicologica alla St. Lawrence University di New York, candidato al premio Nobel per la chimica. Ma soprattutto padre e fautore mondiale della filosofia “Rifiuti Zero”; filosofia che anche nel nostro Paese sta diventando una vera e propria strategia e che punta, da una parte a “costringere” le industrie a produrre prodotti già programmati per essere riciclati, cioè il contrario della filosofia “usa e getta”, mentre dall’altra spinge verso una responsabilizzazione dei cittadini e delle amministrazioni locali per adottare il sistema di raccolta differenziata con il sistema “porta a porta”, ossia la separazione in casa dei materiali ed il loro ritiro a domicilio. «Ho cominciato a lavorare su questa concezione – dice Paul Connett -  23 anni fa e mi ha portato in 50 Paesi diversi: dall’Australia al Brasile, dalla Cina all’Argentina... ben 35 volte in Italia». “Dio ricicla, il diavolo brucia” è il motto con cui chiude le sue conferenze.  «Qui avete più possibilità di altri Paesi per fare la raccolta “porta a porta” e risparmiarvi gli inutili, costosissimi e dannosi inceneritori - prosegue Connett -, già 2.000 comunità la fanno e la gente è contenta di farla! Ho visto esperienze incredibili, come ad esempio a Novara, dove hanno raggiunto il 70% di  raccolta differenziata in 18 mesi. è il trampolino per arrivare a “rifiuti zero”. E fare questo è semplice. Pensi a quando prepariamo il pranzo o la cena  e poi laviamo piatti, pentole e stoviglie; dopodiché mettiamo i piatti qui, le tazze lì sopra, i coltelli qua con i cucchiai, le forchette… Oppure quando laviamo i nostri vestiti: non si asciugano, non si stirano e non si mettono nell’armadio da soli: è una nostra quotidiana consuetudine.  A nessuno viene una crisi nervosa per questo! Ma questo è molto più complicato che fare la raccolta differenziata “porta a porta”, cioè mettere i materiali riciclabili lì, i compostabili qui e i residuali là. I politici sono pigri, dicono che la gente non è pronta, ma è falso! Come è falso che gli inceneritori servono e non inquinano. Il problema è la mancanza di volontà politica. Dove questa volontà c’è stata, le cose sono migliorate tantissimo e in breve tempo. E non è una questione di città piccole o città grandi, ovunque la raccolta “porta a porta” funziona e in tempi brevi».
Connett cita l’esempio di San Francisco in California: una popolazione di circa 1.800.000 abitanti, dove da molti anni ormai si ricicla oltre il 70% dei rifiuti. Esemplare, in Italia è stata in tal senso l’esperienza di Milano dove, dopo una delle sistematiche “emergenze rifiuti” che colpiscono periodicamente il nostro Paese, una Giunta municipale guidata dall’allora leghista Marco Formentini e con Assessore all’Ambiente  Walter Canapini (noto ambientalista), riuscì a portare in brevissimo tempo la raccolta differenziata al 30% in tutta la città; ma poi si costruirono anche degli inceneritori che dovevano “integrare” l’offerta di smaltimento.
Il risultato è stato che la raccolta differenziata è rimasta al 30% e tutto il resto si brucia.
A Milano negli ultimi anni si sono spesi 135 - 140 euro ad abitante per smaltire i rifiuti, contro gli 80 – 85 euro di Aicurzio (Mi) dove oltre i 2/3 dei rifiuti sono differenziati. Esattamente come il prof Connett dimostra. 

IL CASO SERMONETA
Sermoneta: 8.000 anime sui Monti Lepini, in provincia di Latina. Un gioiello medioevale, tra i Comuni più ricicloni d’Italia. Un caso che il Prof Connett cita spesso.
«Prima con i vecchi cassonetti e con le “campane” riciclavamo meno del 5% - racconta il giovane Sindaco Pina Giovannoli -, poi abbiamo avviato la raccolta “porta a porta” raggiungendo in breve il 74%, che vogliamo aumentare. Ora la bolletta dell’immondizia è tra le più basse della provincia».


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