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Frankie Hi-NRG Mc: Viva la rivoluzione e la lotta amata

si chiama Francesco Di Gesù, non ha l’ipod e ascolta mina

Gio 01 Gen 2009 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
Foto di 4

“La logica del gioco in cui la sola regola è esser scaltro: niente scrupoli o rispetto verso i propri simili perché gli ultimi saranno gli ultimi se i primi sono irraggiungibili”. è una delle tante frasi geniali e cattive che sono uscite dagli album cattivi, arrabbiati e indignati di Francesco Di Gesù. è questo il nome del rapper Frankie Hi Nrg Mc, uno che quella musica la faceva quando tutti o quasi storcevano il naso e quei ritmi sincopati e incalzanti non erano di moda. “Fight da Faida” l’abbiamo sentita come sigla “civile” in una trasmissione di Antonello Piroso, “Quelli che ben pensano” (da cui è tratta la frase citata) un inno per chi combatte ipocrisia e differenze di classe (sociale e non), “Deprimo Maggio” un manifesto sul precariato vibrante e di sconcertante lucidità. Ci incontriamo a Verona, in quel bel festival che è “Schermi d’amore” (rassegna sul melò cinematografico alla sua 12a edizione), in una tavola rotonda sul videoclip con lui, i registi Gaetano Morbioli e Cristian Biondini e la giovanissima rock band dei Lost ragiona sul matrimonio tra immagine e musica, tra nuovi media e arte. Tante belle menti atipiche e io modero quella che diventa una discussione divertente, intelligente e originale. Un senso dell’umorismo simile e la passione quasi ossessiva per i giochi di parole ci unisce immediatamente e così ci sembra naturale sederci sulle scale del Palazzo della Gran Guardia di Verona a parlare di tutto. Il tempo passa veloce, si parla del mondo a pezzi e persino di San Remo, che definisce un “tritacarne”, e in cui ha portato la sua Rivoluzione, tassello di un’ode arrabbiata contro il precariato di massa.

Il precariato. Tutti ne parlano, pochi lo conoscono. Nel tuo disco si sente la disperazione tranquilla dei giovani di oggi, la natura di malattia sociale di questa peste moderna.

«”Deprimo maggio” come titolo nasce da quanto trovo grottesco che si festeggi il lavoro in un periodo in cui manca tanto, mi sembra più giusto commemorarlo. Il mio precariato, da musicista, c’è sempre stato, ma è diverso, non è lo stesso di chi diventa carne da scaffale. Se sono davvero riuscito a raccontarlo, è perché mi sono avvalso di esperienze di precari veri e di persone che meglio di me sanno descriverli, come Ascanio Celestini».

Addentrandoti in questo inferno, cosa ti ha sconvolto?
«Sono stato travolto dall’horror vacui che lo circonda. A mio giudizio pochi sono i precari che si rendono realmente conto dell’enormità della situazione in cui si trovano. Molti giovani e meno giovani la vivono come un dato di fatto, qualcosa di assodato e inevitabile. E questo mi sciocca e mi traumatizza, paradossalmente è quasi più offensivo di chi sfrutta la precarietà. Mi dà la sensazione rivoltante che provo per le baby gang che rapinano i ragazzini per comprarsi i jeans di marca».

E questo perché accade?
«C’è una palese assenza di memoria storica e personale, l’incapacità di ricordarsi come stavano, vivevano, lavoravano i nostri genitori. Si vive una situazione peggiore della schiavitù. Il padrone degli schiavi pagava, comprava e possedeva uno schiavo, come fosse un trattore. E come tale lo manteneva, lo revisionava, aveva investito in un bene e doveva dargli un minimo da mangiare, cure mediche essenziali, perché producesse. Ora neanche più quello, perché gli schiavi sono in affitto, anzi in leasing. Se uno si rompe, cosa gliene frega al padrone? Lo butta via e ne prende un altro. E gli schiavi a cottimo sono talmente tanti, che nessuno di loro può rivoltarsi, perché viene isolato, c’è un esercito per sostituirlo ed essere affittati. Dov’è la memoria? Nessuno si ricorda chi ha detto chi, cosa, quando. Nessuno ricorda atti, fatti, dichiarazioni, contraddizioni del potere e dei politici, però tutti sono aggiornatissimi sulla forma dell’anello che Sarkozy ha regalato a Carla Bruni. è un cancro che ci portiamo appresso».

Quando parli e quando canti sembri non lasciare spazio alla speranza…
«Non c’è speranza nelle mie canzoni, è vero, ho un approccio documentaristico quando scrivo. Il documentario non deve dare speranza, ma solo raccontare come stanno le cose. La mia speranza è riuscire a evidenziare quanta bruttura ci sia e generare indignazione nelle persone».
E con interi pezzi d’Italia fuori dal Parlamento non si può che peggiorare…
«La coscienza sociale dovrebbe essere il grido di battaglia di chi è rimasto fuori dal parlamento. Non è un invito al qualunquismo, ma al buon senso. Si deve lottare se è giusto farlo e non rifiutare per ideologia di appartenenza partitica o simili. Lottare per qualcosa e non l’uno contro l’altro, ormai è in gioco la nostra sopravvivenza, democratica e fisica.
Parliamo delle cose pratiche, sarebbe già una bella rivoluzione, smettiamo di ribadire cose dette da altri super partes. In una mia canzone, Generazione di mostri, parlo dei vampiri che stanno sopra e che ci invitano a uno scontro orizzontale, distraendoci dalla lotta di classe, di casta, dal conflitto “giusto”, quello dalla base verso l’alto. Stare sopra un terrazzo e guardare chi si ammazza nelle piazze è quanto di più antidemocratico e anticostituzionale per una nazione che si considera del primo mondo, senza rendersi conto che non siamo bianchi ma olivastri, non siamo occidentali, ma medioccidentali. Sai, Boris, il problema è che bisognerebbe tornare alla “lotta amata”. Hai capito bene, non lotta armata, ma amata. Tornare ad amare il conflitto, il piacere di lottare per qualcosa e non averne paura».

Tu dici di scrivere solo canzonette. Ma sei tu che raccogli l’eredità di De Andrè o Gaber
«De Andrè o Gaber? Io sono una loro versione un po’ scamuffa. In loro trovo tuttora una forza, una coerenza, una cultura, una modernità che io me le sogno. Non è mia ambizione esserne un remake e, quando me li incollano addosso, la pelle mi tira. Storia di un impiegato è molto più attuale di “Deprimo maggio”, per questo ce n’è un pezzo nell’album».

C’è qualcosa di inconfessabile nel tuo i-pod?
«Non ho l’ipod e ascolto pochissima musica. Quella che ascolto più volentieri è Mina. E non è campanilismo, non lo dico solo perché vivo a Cremona!».
Ce ne andiamo a cena. Prendiamo la stessa strada che lui percorre di corsa, nel bellissimo videoclip di Rivoluzione, diretto da Morbioli e dove compare anche Enrico Ruggeri. Speriamo porti fortuna. O almeno una voglia nuova di lotta. Amata, ovviamente.

BIOGRAFIA
Francesco Di Gesù, in arte Frankie Hi Nrg Mc, nasce a Torino il 18 luglio 1969. Origini siciliane, cresciuto a Caserta “dove con degli amici replicavamo i giochi per il Commodore 64”, ora vive a Cremona. Da più di 15 anni è uno dei rapper più importanti d’Italia, i suoi testi sono sempre stati staffilate sociopolitiche al sistema. Moralismo, precariato, rabbia civile, ha sempre anticipato momenti e movimenti con le sue parole, sapendoli descrivere con indignazione e potenza. La sua ascesa inizia nel 1992 quando comincia ad aprire i concerti dei Run DMC e dei Beastie Boys, mentre l’anno dopo l’album Verba Manent mostra tutto il suo talento e lo lancia con il singolo, ormai storico, Fight da Faida, pezzo che si scaglia contro mafia, camorra, terrorismo e corruzione. La consacrazione arriva nel 1997 con il pluripremiato La morte dei miracoli in cui spopola Quelli che benpensano, hit seguita da Autodafé e Giù le mani da Caino. L’ultimo bellissimo album Deprimo Maggio, che contiene Rivoluzione, in gara a San Remo, e vede le collaborazioni di Roy Paci, Enrico Ruggeri e Samuele Bersani. Un genio con la faccia da simpatico operaio che ora, a partire dai videoclip, si sta mostrando anche regista e sceneggiatore di talento.


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