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Ben Stiller: “perché prendo in giro la guerra e il cinema”

Che fatica rimanere se stessi a hollywood!

Gio 01 Gen 2009 | di Manlio Dolinar | Interviste Esclusive
Foto di 8

Bello incontrare Ben Stiller tra San Sebastian e Roma. Ama l’Europa questo attore che fa della comicità surreale e demenzialmente geniale il suo cavallo di battaglia. è divertentissimo, ma serio, colto, ma popolare. Ha saputo tener testa a Bob De Niro (in Ti presento i miei e sequel), Matt Dillon e Cameron Diaz (in Tutti pazzi per Mary) e ora in quel Tropic Thunder, di cui è regista e coprotagonista e che è forse il suo film più maturo e irriverente, ha fatto impazzire il festival internazionale di cinema che si tiene a settembre nelle terre basche. Ama fare tutto e parlare di tutto, ha deciso “di essere abbastanza adulto e incosciente per rimettere mano a Zoolander e fare il sequel, visto che me lo chiedono tutti” e ora “dopo vent’anni di carriera, sento di poter rischiare di più”. Parla di tutto, soprattutto di politica e, spiando tra le sue parole, riesci a intuirne un animo saldo, uno spirito malinconico e una determinazione enorme. Altro che star o divo, Ben è un talento naturale che non ha mai smesso di lavorare e migliorarsi. E nel mondo del reality e del successo facile - quello che genialmente prende in giro in Tropic Thunder - è qualcosa di speciale.

Nel suo ultimo film da regista prende in giro la guerra e il cinema.
«Perché sono due rappresentazioni esagerate, improbabili e, con le debite proporzioni, pericolose. Amo i war movie, sono il genere che più ha dato al cinema da trent’anni e più, vedi i film sul Vietnam. “Tropic Thunder”, per esempio, nasce dal mio primo grande film, negli scherzi sul set de L’impero del sole di Steven Spielberg. Il mio, però, è soprattutto un film sullo star system, su Hollywood. La politica e la comunicazione vengono dopo».

Ridicolizza i divi. Quindi anche se stesso?
«Ridicolizzo un sistema in cui e di cui gli attori sono un effetto, non la causa. In cui diventano idoli da venerare, circondati da yesmen, disabituati all’insuccesso e al rifiuto, a rischio di crollare miseramente alla prima difficoltà. è difficile mantenere i piedi per terra, guardare al di là delle apparenze, smettere di voler essere riconosciuti a ogni costo. Io spero e credo di riuscirci. Ma con fatica! Dobbiamo sempre ricordare i valori profondi, dagli affetti ai princìpi, capire che il successo non lo è e può sparire da un momento all’altro. Un uomo non è quello che appare, ma quello che è e che fa».

In questo senso è straordinaria, cinematograficamente e non, la scelta di Tom Cruise come produttore cinico e irriconoscibile.
«Lui è in qualche modo una vittima del nostro sistema. Si dicono tante malignità su di lui, lo si sottovaluta molto professionalmente e non. Eppure è un genio, quel producer calvo e cattivo nasce soprattutto da lui, gli ha dato battute e movenze che io non potevo neanche immaginare».

Tropic Thunder è un film politico-surreale, ma strutturato come un kolossal.
«Volevo che il film mantenesse quel livello satirico-umoristico che permettesse al pubblico di relazionarsi in maniera forte con i personaggi. Non miravo al solo divertimento, m'interessava che si comprendessero le dinamiche della storia. Altrimenti dopo venti minuti di sketch, anche se ride, lo spettatore ti abbandona: rispetto a tanti anni fa chi va al cinema è maturato, è più educato alla visione e quindi anche più esigente».

La colonna sonora è straordinaria…
«Amo molto i film con una soundtrack pesante e pensante. Qui mi sono ispirato a Full Metal Jacket, senza imitare nessuno però, anche perché cercavo un pubblico giovane e una commistione forte di generi».

Da democratico convinto che pensa delle elezioni?
«Che se dovessi scritturare Sarah Palin per un mio film le farei fare il cattivo, il bad guy. Ma spero di non scoprire mai come recita! Sono felice della vittoria di Barack Obama e Joe Biden, perché credo che nel mio paese sia necessario un cambiamento forte e loro sono gli unici che potranno realmente portarlo. Quello che dice e il modo in cui si sta muovendo mi fa pensare che torneremo a guardare lontano e non a difendere gli interessi meschini di pochi privilegiati. L’America rimane un grande paese, pieno di ideali e forza, ma aveva bisogno di ricordarlo, di ritornare in sé. Con questa svolta storica credo ci sia riuscita».

Arriviamo a Madagascar 2, non è mica facilissimo immedesimarsi in un animale.
«Per me Alex è un attore, un newyorkese, un performer. Così l’ho sempre considerato e in questo ritratto mi identifico completamente, il resto è opera di questi fantastici animatori che ci hanno regalato un gioiello che mi stupisce ogni volta».

Lei ha mimica, talento, spesso scrive quello che recita. Qui usa “solo” la sua voce.
«Ed è bellissimo, perché questi sono i lavori in cui la libertà è maggiore e l’improvvisazione benvenuta. Noi entriamo in sala di registrazione che c’è solo lo script e qualche schizzo, film e animazione si devono ancora fare. E così i personaggi si adattano a noi, alle nostre parole e invenzioni, ti puoi sfogare. Si può anche eccedere, è più vicino alle esibizioni dal vivo. E poi parliamo anche e soprattutto ai bambini. Far ridere loro, entrare nei loro cuori e nelle loro teste, è ciò che c’è di più difficile nel nostro lavoro. E ci aiuta a ritrovare la purezza, l’incoscienza e l’innocenza della nostra infanzia».

Cosa l’affascina dell’avventura di Madagascar?
«Il fatto che sia qualcosa di diverso dal solito, che sia un progetto ampio e ragionato (nasce come una trilogia - ndr) e il messaggio che dà, il tema dell’amicizia attorno a cui ruota. Si può avere affinità con chi non ti somiglia e lo diciamo ai bambini. Lo trovo bello e importante. E in questo momento, pubblicamente e privatamente, è qualcosa di speciale insegnare tutto questo».

Molti la considerano il figlio cinematografico di Mel Brooks.
«Magari, per me è un maestro assoluto che mi ha sempre ispirato e che non mi vergogno di imitare. Vedevo i suoi film da ragazzino, adoro il modo di fissare uno sguardo e un tono solo suo sul film, realistico e comico. Pensa a Frankenstein Jr, sembrerà strano, ma il mio Zoolander è nato dall’influenza che quel capolavoro ha avuto su di me».

Ale e Franz lei e Chris Rock li avete sentiti? Che ne pensate?
«Loro hanno lavorato davvero! Adattare nella propria lingua la comicità del film, seguendo paletti precisi e l’interpretazione di un collega, quello sì che è difficile. Essere credibili e unici senza il gusto della nostra libertà. Loro sono veri attori! ».


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