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La Calabria che parla greco

In moto sulla costa Jonica verso Bova e Roghudi fino alle caldaie del latte e alla rocca del drago

Lun 26 Mag 2014 | di di Angela Iantosca foto di Pino Anfuso | Bella Italia
Foto di 12

Domenica mattina. La città ancora dorme cullata dalla pioggia di maggio. L'appuntamento è sul lungomare di Reggio Calabria, da “Cesare”, dove secondo alcuni fanno il gelato più buono della città. Protetti dagli alberi, cerchiamo di non bagnarci. Quando siamo tutti, indossiamo i caschi e partiamo. Direzione: l'area grecanica, una zona di circa 454 km² compresa tra il basso Jonio reggino e l'Aspromonte. Siamo in 8 a bordo di 6 moto, tutte del Multistrada Team. Procediamo compatti lungo la strada che costeggia il mare. Le nuvole si diradano, appena fuori da Reggio, e il Sole asciuga la pioggia che ci ha bagnati.  Io, a bordo di una Ducati, mi godo la velocità nel mio ruolo di “zavorrina”. Unica “incombenza”: sopportare il peso dello zaino e del vino locale che mi è stato dato in custodia!
Negli altri zaini pane casereccio, sopressata e pecorino.

Sullo Jonio

La strada corre lungo lo Jonio. Sento l'odore del mare. Le spiagge sono libere da costruzioni: pochi gli stabilimenti e gli hotel. La montagna incombe su di noi. La strada è stretta e le curve improvvise. Poca gente in giro. Incrociamo una gara ciclistica. Ma presto abbandoniamo la strada principale per dirigerci verso Bova, uno dei paesi dell'area dove gli anziani parlano ancora greco, dove le insegne sono in lingua greca e dove si respira una atmosfera diversa dal resto della Calabria. Gli anziani che incrociamo lungo il percorso ci guardano come se fossimo stranieri. I pochi bambini sulla strada ci salutano. Ogni tanto un agglomerato di case indica la presenza di qualche vivente. Mentre saliamo, l'Aspromonte si mostra in tutta la sua bellezza: la sua vegetazione, i rilievi che si abbracciano senza mostrarci la fine di quell'abbraccio, le grotte che si vedono e si immaginano su quella montagna resa nota negli anni Settanta dai sequetsri di persona. Ma l'Aspromonte è molto di più: è il riflesso del mare che si vede da lontano, è prodotti genuini, è ricotta, formaggi, latte appena munto, è odore di montagna e sottobosco, è aria pulita. È un luogo che riserva sorprese, che ti fa incontrare mucche che pascolano libere, che ti fa sentire il silenzio e il cielo, che lì è più vicino.

Bova - Chòra tu Vùa
Capitale della cultura greca in Calabria, il paese è arroccato sul versante orientale dell'Aspromonte a circa 1000 metri di altitudine. La Storia fa risalire Chòra tu Vùa, questo il nome greco, al IV millennio avanti Cristo, anche se il suo fulgore risale all'epoca greca. Originariamente costruita lungo la costa da una regina, così come narra la leggenda, passò sotto la tirannide di Siracusa e sotto il dominio romano, per poi essere spostata, in seguito alle invasioni dei Vandali, sulle montagne. Arrivati nel paese montano e parcheggiate le moto, facciamo un giro e non possiamo non notare le scritte in greco. Nella piazza principale i carabinieri passeggiano e chiacchierano con la gente. Gli anziani seduti sulle panchine si raccontano il passato. Una scena che mi fa pensare alle atmosfere del musical “Aggiungi un posto a tavola”, dove tutto è visibile, a portata di mano, semplice. Incontriamo una amica di un ragazzo del gruppo: si intrattiene con noi e ci racconta qualche aneddoto, oltre a darci qualche consiglio culinario. Facciamo un giro sull'altalena per i bambini e saliamo sulla locomotiva a vapore che qui è stata portata in ricordo del lavoro dei ferrovieri bovesi: per farla entrare nella piazzetta fu addirittura allargata la strada che porta al paese!

La fonte del latte e la rocca del drago

Riprendiamo le moto e ci dirigiamo verso le “Caldaie del latte”, che si trovano sulla strada che porta a Roghudi, altro paese dell’area. Incrociamo solo una macchina su quelle strade, il cui percorso è tortuoso e reso più complicato dalla pendenza, gli strapiombi e le pietre sull'asfalto. Sono strade poco battute quelle. Dopo un breve tragitto, di fronte a noi vediamo il monolito biancastro delle "Caldaie del latte", una roccia costituita da sette piccole protuberanze sferiche affioranti dal terreno da un blocco unico di roccia friabile. È stato Pino, uno di noi, a volerci portare lì ad ammirare quella formazione rocciosa detta “Ta vrastrucia”, che tradotta dal greco significa, appunto, “Caldaie del latte”. Infatti la forma particolare della roccia assomiglia a quella delle pentole in cui si bolliva il latte, la “cardara”. A pochi metri la "Rocca del Drago", una roccia dalla forma strana, che ricorda il volto di E.T., un dolmen di epoca preistorica, con tre cerchi scavati secondo un ordine misterioso, che sembrano 3 occhi. Secondo la leggenda, la pietra è custode di un tesoro che sarebbe stato assegnato a chi riusciva a superare una prova di coraggio, che consisteva nel sacrificio di tre esseri viventi di sesso maschile, costituiti da un bambino appena nato, un capretto ed un gatto nero. Nessuno nel corso dei secoli volle affrontare questa prova. Quando nel paese nacque un bimbo malformato, rifiutato dai genitori, fu prelevato da due uomini che misero in atto la prova di coraggio. Si uccise sia il capretto che il gatto, ma quando fu il momento del sacrificio del bambino una tempesta improvvisa provocò la morte di uno dei due uomini, l’altro uomo sopravvissuto fu perseguitato dal diavolo sino alla sua morte. Nessuno successivamente pensò più al ritrovamento del tesoro... Leggende, tesori, draghi e diversi racconti tramandati di generazione in generazione. Verià o fantasia poco importa: sono storie che popolano le fantasie locali e i sogni dei bambini. Proprio da qui parte un percorso attraverso le montagne di circa 6 ore, consigliato agli amanti del trekking... E noi qui, all'ombra del drago, meno propensi alla passeggiata che al cibo, decidiamo di fermarci per il nostro pic-nic, mentre le mucche e i loro vitelli ci fanno compagnia, prima di essere richiamate da un suono a noi impercettibile da un'altra pare.

Roghudi, paese fantasma
Riprendiamo la strada e proseguiamo verso Roghudi Vecchio, il paese fantasma che si affaccia sul greto ghiaioso della fiumara Amendolea. Abbandonato dopo due fortissime alluvioni avvenute nel 1971 e nel 1973, è abbarbicato su uno sperone roccioso. Passiamo da quella via che lo attraversa. Silenzio. Un sistema di illuminazione moderno fa immaginare che sia illuminato di notte. è sicuramente uno dei paesi più particolari d'Italia. Le saracinesche abbassate, porte mancanti. Ma, in mezzo a quell'abbandono totale, spicca la chiesa che è stata ricostruita per volontà dei fedeli che, si dice, l'abbiano sistemata a loro spese. Il panorama è mozzafiato: la fiumara che ha devastato il paese è ridotta ad un ruscello, ma il letto bianco di quel corso d'acqua taglia in due le montagne e prosegue fino al mare che si vede in lontananza.
Proseguiamo e costeggiamo uliveti e fiori multicolori che ogni tanto ci fermiamo a fotografare. La vegetazione non è fitta e a spezzare la pace siamo solo noi con le nostre moto. Qualche contadino è seduto con le gambe penzoloni sulla fiumara. Si girano verso noi stranieri. Ci osservano perplessi. Qualcuno pulisce l'appezzamento di terra. Immagini da custodire e portare in città... Il silenzio, mano a mano ci avviciniamo alla costa, si perde tra il rumore delle macchine.
Raggiungiamo Melito Porto Salvo per una pausa caffè, prima del ritorno a Reggio e della prossima gita aspromontana.       


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