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Antonio Albanese: ora dirigo alla scala

Per molti è il numero uno dei comici moderni. Ora stupisce tutti con la lirica

Mar 23 Giu 2009 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
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Un ottimo comico fa ridere. Un eccellente comico fa riflettere e ridere. Un genio della comicità prima ti fa ridere, poi ti fa riflettere, infine anticipa i tempi. Se Antonio Albanese può essere ricordato per Frengo o Epifanio, surreali caratterizzazioni che regalavano divertimento inusuale per il pubblico italiano, con una comicità latino-anglosassone unica nel suo genere, il ministro della Paura e l’onorevole Pilu sono visioni sul futuro cupo del nostro paese, personificazioni delle atroci correnti di estremismo e terrorismo psicologico che la nostra politica cavalca e strumentalizza. Eppure Antonio Albanese, lombardo meridionale, è molto di più di questo: un bravo regista, per esempio, e un attore di cinema completo ed eclettico, il primo in Italia, forse, ad aver raccontato con grande chiarezza, emozione e profondità il dramma del precariato di mezza età. Lo ha fatto diretto da Silvio Soldini in “Giorni e nuvole”, una pellicola speciale che ce l’ha mostrato fragile e dolcemente disorientato. Un po’ come in “Questione di cuore”, gioiello di Francesca Archibugi. Un’opera che ti entra dentro, forse la migliore della regista, anche grazie a quest’uomo che sa raccontare le debolezze, fisiche e morali, di un cuore malato, e la capacità dei sentimenti di sanare ferite di ogni tipo, di un dolore che può diventare amicizia e poi fratellanza. Con Kim Rossi Stuart in “Questione di cuore” ha composto una coppia imprevedibile e imprevista, due convalescenti a contatto con la morte e, contemporaneamente, con una rinascita. Antonio Albanese, infine, è soprattutto uno che quando lo intervisti ti guarda negli occhi e ti parla come se fossi la persona più importante del mondo. Ci tiene a farti capire chi è, come vive e lavora, cosa fa. Una persona e un professionista speciale. Forse unico.

Nell'ultimo film assistiamo alla tua prima volta con una donna.
«Detta così, fa un po’ strano! Comunque è vero, è la mia prima volta al cinema con una donna. Ma vale solo per il grande schermo: nella vita le donne mi dirigono sempre».
Sei l’alter ego di Umberto Contarello, autore del romanzo autobiografico “Questione di cuore”. Bella sfida.
«L’essenza del mio mestiere: sfidarsi e giocare la partita. E, possibilmente, vincere... ma è la cosa meno importante. Conta quello che devi fare per riuscirci, il lavoro, lo studio, l’ascolto, intuire quello che nella vita di un quarantaquattrenne capita quando un evento traumatico e forse definitivo la sconvolge. Da attore devi saper assimilare e memorizzare i suoi dolori, diventare paziente e vivere in orizzontale, creare empatia e dimenticarti di tutto il resto. E questa capacità la trovi nel tuo lavoro, ma anche e soprattutto nella tua anima: tutti abbiamo avuto parenti che stavano male, tutti abbiamo sofferto. Tutti abbiamo vissuto».

Interessante l’uso della parola “sfida” per definire la partecipazione a un film.
«Lo è stata, anche se piacevolissima. Merito dell’atmosfera liscia del set, eravamo sempre d’accordo con Francesca, nessuna gelosia o individualismi, lei è stata una straordinaria direttrice d’orchestra. E poi era un ruolo in cui io non m’ero mai sperimentato: interpretare un intellettuale, per di più malato, non è facile. E poi far coppia con Kim. Un sogno, ma non era ovvio il nostro affiatamento. Stimo il suo percorso, il suo lavoro, è un attore e una persona straordinaria. E questi elementi, umani e professionali, per me sono fondamentali almeno quanto un’altra colonna: la sceneggiatura».

Tu e Kim sembrate esservi contaminati.
«Ero emozionato al pensiero di lavorare insieme. Ed è vero, lui si è cimentato qui con un registro di commedia che non aveva mai toccato, io con uno più drammatico. E come con altri compagni di set, m’è venuta voglia di lavorare ancora insieme. Chissà se ci riusciremo, è un’idea che già avevo avuto con Bentivoglio e Rubini, e Kim me l’ha pure chiesto. Amo lavorare con chi stimo, sono tendenzialmente un solitario nella professione e non uno snob come potrebbe sembrare da una frase come questa. Posso permettermi di pronunciarla perché non ho la puzza sotto il naso, per la mia morfologia mi sarebbe impossibile essere snob, basta guardarmi!».

E ora quale altro progetto?
«Una cosa pazzesca, sto lavorando su qualcosa che mi riempie di gioia, la regia di un Donizetti alla Scala. Un bel regalo che la città di Milano mi ha fatto e che mi mette addosso fibrillazione ed entusiasmo».

Sembri avere l’ossessione di stupire, cambiare continuamente.
«Io non ho ossessioni, ho solo il piacere e desiderio di fare questo lavoro ed evitare le ripetizioni che tanto mi annoiano come spettatore. Tu da giornalista ti occupi di spettacolo, ma anche di cronaca o di architettura. O almeno dovresti, perché è importante saper fare tutto e aver voglia d’altro. Se lavori, e hai piacere di migliorarti, rispetti il tuo lavoro e lo spettatore».

E non hai paura di perdere e far perdere l’orientamento?
«Il punto è che mi annoio ogni 12 secondi e penso che anche lo spettatore non può non stufarsi di chi recita un prete o un poliziotto per 15 anni. L’attore deve sempre riscoprirsi, un tempo uscivi dall’accademia che sapevi ballare, cantare e recitare. Io l’ho fatta, con grandi maestri che mi hanno insegnato a usare me stesso come uno strumento da accordare in tanti modi. Solo quando comprendi questo, puoi andare avanti. Recitare è come uno sport che inizi a praticare e grazie ad esso scopri, dai dolori e la fatica che ti provoca, muscoli di cui non sospettavi l’esistenza. Pensa che il mio direttore d’accademia stravedeva per me come attore drammatico, ma come comico mi diceva che non avrei mai fatto ridere nessuno. Non è straordinario spaziare, stupire, smentire pregiudizi?»

Sembra di sentir parlare i Monty Python (autori e interpreti di una serie tv comica degli anni 70 trasmessa sulla BBC).
«Monty Python? Magari, mi sembra troppo. Ma, certo, loro ti insegnano che devi lavorare sodo e godere nel farlo. So che la parola lavoro è ormai sconosciuta nel nostro ambiente, ma è importante, ti fa sentire realizzato e felice di quello che sei e fai. E vivendo e lavorando così, lo confesso, godo come una bestia!»

Uno, nessuno, centomila
Nato a Olginate (Lc) da genitori di origine siciliana, si iscrive alla Civica Scuola d'Arte Drammatica di Milano dove si diploma nel 1991. Ma la sua vera passione è la comicità. Si esibisce, così, nel piccolo teatro dello Zelig a Milano. Nel 1992 è al “Maurizio Costanzo Show”. Ospite fisso del varietà di Paolo Rossi “Su la testa!”, esplode comicamente a “Mai dire gol”. Protagonista di diverse trasmissioni tv, è nel cast di “Che tempo che fa”. Al cinema è stato nel cast di “Vesna va veloce”, "La Lingua del Santo", “La seconda notte di nozze”, “Giorni e nuvole”. Ad aprile l’ultimo film, “Questione di Cuore”, con Kim Rossi Stuart” e Micaela Ramazzotti. In autunno sarà alla regia alla Scala di Milano.

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