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Francis Ford Coppola: amo il cinema odio il suo business

Il regista quattro volte premio oscar vorrebbe girare un film con verdone

Mar 23 Giu 2009 | di Manlio Dolinar | Interviste Esclusive
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Camicia gialla alla presentazione del film, blu nel nostro incontro pomeridiamo. Barba, sguardo vispo, sorriso largo, forse per l’ovazione ricevuta dal pubblico della Quinzaine des Realisateurs di Cannes. Il suo “Tetro”, forse il film più personale, sorta di immaginaria - ma neanche tanto - autobiografia familiare, ha ricevuto una calda accoglienza. Famiglia d’artisti i Tetrocini (di cui vediamo padre e discendenza: Klaus Maria Brandauer, Vincent Gallo e la nuova scoperta Alden Ehrenreich), così come i Coppola, che dal maestro jazz Carmine, padre di Francis, al nipote Jason Schwartzman, passando per la figlia Sofia, ha visto sotto un’unica insegna straordinari attori, registi, musicisti. L’esperienza di questa famiglia di artisti i cui nonni di Bernalda (Matera) si sono installati in America, sembra andare in controtendenza, sebbene il genio assoluto è di sicuro quest’uomo acuto e ironico, autore forse dei più grandi cinecapolavori del dopoguerra, allievo ideale di Ejzenstejn e Griffith, ma cresciuto anche e soprattutto in quella New Hollywood che lo vide spopolare dopo i B-movie (e anche peggio) per Roger Corman. Un nonno soddisfatto, un’artista che ancora ama prendersi i suoi rischi con una saga familiare caotica. O quando vuole rispondere a delle domande.

Ci incontriamo a Cannes. A quest’età c’è ancora molta emozione?
«Certamente, non c’è più semmai l’ansia della vittoria, arrivare primo o secondo per me non è più importante, così come, pur rispettandole, non mi rendono ansioso critiche e recensioni. Ovviamente questo lo dico perché sono venuto alla Quinzaine, l’unica sezione non competitiva di Cannes!».

Perché proprio questa sezione? Aveva rifiutato il festival francese e sembrava diretto verso Seattle.
«Non mi sembrava giusto prendere il mio film più indipendente (15 milioni di dollari di budget) e mostrarlo in una serata di gala, con smoking e passarella alla Montée del Marches (così si chiama il mitico red carpet del più grande festival di cinema del mondo). Pur rimanendo onorato dell’invito, non mi sembrava coerente, sarei stato un ipocrita, e chi mi conosce sa che tutto posso essere tranne questo. Quando Olivier Père, il direttore della Quinzaine, mi ha chiamato, ho capito che quella era la collocazione ideale. Potevo parlare con la gente, indossando questa semplice camicia».

Un film molto importante per lei. Il più personale?
«Certamente. Non solo per i molti riferimenti alla mia storia familiare che voi critici avete notato in maggior quantità rispetto a quelli che io ho voluto inserire, ma perché è solo la terza pellicola di cui scrivo la sceneggiatura, un momento importantissimo del fare cinema, tanto che dei miei precedenti successi, da “Il Padrino” a “Dracula”, ho sempre sottolineato la “paternità” degli autori, da Mario Puzo a Bram Stoker. Ma se mi chiedi quanta autobiografia ci sia in questa storia, dico solo che…nulla è accaduto, ma è tutto vero!

Un inno alla libertà quest’opera?
«Lo è soprattutto alla mia libertà! Dopo “Un sogno lungo un giorno” e il flop commerciale che ne è conseguito, travolgendo la mia casa di produzione Zoetrope, per un decennio ho fatto quasi un film all’anno per pagare i miei debiti con le banche, senza avere più il controllo pressoché totale che avevo ottenuto con “Il Padrino”. Ora sono un uomo e un regista indipendente, che si è affrancato come ha fatto Vincent Gallo nel film- a proposito, a differenza di ciò che si dice di lui, è uno degli attori più rigorosi e simpatici con cui abbia lavorato- e che può infischiarsene del movie business».

Questo cinema non le piace più?
«No, non quello che si vive tra le mura degli uffici marketing, che pensa alla televisione - soffro nel vedere quanto è stupida quella italiana - e pretende grandi incassi a discapito della qualità, della voglia e la gioia di creare. Sono stufo di questo cinema in cui un budget sempre più grande è proporzionale alla stupidità dell’opera. Io sono un uomo fortunato: ho vinto tutti i premi che un uomo di cinema possa desiderare, dalle Palme d’Oro agli Oscar. E se sono un uomo ricco, lo devo al mio vino. Così faccio cinema perché lo desidero, non perché ne ho bisogno. Per scoprire nuovi attori come Alden o lavorare con attrici straordinarie come Maribel Verdù».

Perché proprio una saga familiare?
«Perché è il nucleo più importante. Perché se amo questo lavoro, forse, è perché posso parlarne con mia figlia Sofia, così diversa, caratterialmente e cinematograficamente, da me, perché posso lavorare con mio figlio Roman, e poi guardare i documentari che mia moglie fa sui miei set, un gioco nato dopo che le regalai la sua prima super16. Nella famiglia succede tutto, lì trovi quasi tutte le domande e molte delle risposte».

La sua fu una generazione d’oro: grande talento e coraggio. E ora?
«Basta, il rimpianto del passato è uno stereotipo. Guardiamo il presente con obiettività, senza pessimismo. Nel cinema, per esempio, vedo tanti bravi registi: da Spike Jonze (suo ex genero) ad Alexander Payne, passando per Catherine Hardwicke, Tamara Jenkins, Gus Van Sant, Steven Soderbergh. Certo non è il mainstream il loro terreno privilegiato, ma l’arte indipendente. Sono tanti e straordinari, forse è il mondo a non meritarli, e non il contrario. Qualcosa che dovremmo valutare, quando giudichiamo le giovani generazioni, in tutti i campi».

L’Italia occupa sempre un posto importante nella sua vita. E il suo cinema?
«Quest’estate inaugurerò un nuovo albergo in Lucania, e torno appena posso, anche per la mia scuola di cinema. È un paese che per me significa molto, anche se mi preoccupa spesso! Nel cinema mi sono rimasti nel cuore le commedie feroci di Pietro Germi, Vittorio De Sica, Mario Monicelli, Francesco Rosi. E quello straordinario attore di Alberto Sordi, che ho potuto anche conoscere. Lui mi parlò di un attore-regista molto bravo».

Benigni?
«No, Carlo Verdone: aveva appena girato un film con lui (“In viaggio con papà”). Chissà, se avesse una bella sceneggiatura, sarebbe bello fare un film insieme!».


REGISTA DA OSCAR E “BOSS” DEL VINO
Settant’anni lo scorso 7 aprile, Francis Ford Coppola è stato il migliore in tutto quello che ha fatto (e fa). Regista da Oscar, boss dell’industria vinicola, in costante estensione (soprattutto in Italia) come imprenditore alberghiero. Fa parte della generazione degli anni ’70 che rivoluzionò Hollywood con la forza della gioventù e della ribellione. In quel decennio partorì i capolavori che da Cannes agli Oscar raccolsero premi e ovazioni, di pubblico e di critica: Il padrino I e  II, La conversazione e Apocalypse Now. Negli anni ’80, dopo il flop finanziario del bellissimo Un sogno lungo un giorno, rincorre le banche e i debiti contratti con esse, con altri splendidi film, tra cui Rusty il selvaggio, Cotton club e Tucker, un uomo e il suo sogno. Sarà Dracula a riportare lui e la sua Zoetrope in piedi, e da lì comincerà un certo allentamento del rapporto col cinema: troppi capolavori o troppo stress, difficile sapere il perché. Alla sua altezza arriveranno solo L’uomo della pioggia e Apocalypse now Redux, prima degli ultimi due film, ambiziosi quanto imperfetti: Un’altra giovinezza e Tetro, riflessione sui massimi sistemi, su famiglia, spazio, tempo, natura umana. Un genio assoluto, completo, che occupa in forze la storia del cinema. Uno dei migliori di sempre.


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