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Alessandro D'Alatri: la vita è testimonianza

La ricerca della coerenza e della Fede necessarie per non diventare “cattivi maestri”

Mar 23 Giu 2009 | di Giuseppe Stabile | Zona Stabile
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È facile intendersi con un artista disponibile, gioviale e profondo come Alessandro D’Alatri. Noto regista ed autore, nella sua carriera ha sempre cercato di comunicare la Vita che pulsa nel cuore di ogni essere umano, senza arrendersi alla mediocrità imperante. E proprio dal valore della Persona inizia il nostro colloquio.

«Apprezzo molto lo sforzo del mensile ‘Acqua&Sapone’ di mettere al primo posto il rispetto della Persona, perché questo è sempre stato quello che ho cercato di fare nella mia esperienza personale e professionale. Credo che dobbiamo porre di nuovo la Persona al centro della vita, della storia e dell'economia: questa è la responsabilità che abbiamo per i prossimi anni, altrimenti siamo destinati a scomparire».

Il cinema può contribuire alla costruzione di una società migliore?
«Ritengo che la comunicazione audiovisiva possa dare un notevole contributo, ma in generale sono convinto che tutta la vita è un atto d'amore, compreso il proprio lavoro, qualunque esso sia. Io sono figlio di un operaio e di una contadina, quindi vengo da un ceto sociale basso, ma altissimo nei valori. I miei genitori erano orgogliosi del loro lavoro: ritengo che questo sia molto importante».

Oggi tante persone soffrono della loro situazione lavorativa.
«Purtroppo è vero, ma non soltanto perché c’è la disoccupazione. Molti fanno un lavoro che non gli piace: su quest’argomento ho girato il film “La febbre”, perché è un'influenza che ha contagiato tutti. Capisco che bisogna mangiare e pagare il mutuo, ma in questo modo si porta veleno nella propria casa. Non si può rinunciare alla propria creatività: ognuno dovrebbe battersi perché sia riconosciuto quello che sa fare».

Come fare emergere i propri talenti?
«Naturalmente ci vuole un po’ di fortuna, ma soprattutto bisogna avere un atteggiamento d’indipendenza dalle cose, dalle istituzioni e dalle persone. Ad esempio, le sceneggiature dei miei film me le finanzio da solo, a costo di una fatica enorme. In questo modo sono libero di scegliere i contenuti e di cercare un produttore che accetti quello che ho scritto, rimanendo sempre disponibile ad ascoltare suggerimenti intelligenti. Però se io prevendo il mio lavoro creativo, ho già venduto l’anima».
   
Riesci a essere coerente nella tua professione?
«Sono precario da sempre e ci sono molti lavori che rifiuto: ad esempio in tv evito di fare le fiction, perché credo che non riuscirei a essere orgoglioso del prodotto che sarei costretto a fare. La coerenza è un lusso che mi permetto a caro prezzo, ma quando torno a casa la sera tardi, stanco della giornata di lavoro, guardo le mie figlie che dormono e mi dico: possono essere fiere di me. Di questo sono orgoglioso e questo mi ripaga: è la mia testimonianza».

Che cosa vuol dire essere testimone?
«La mia generazione ha lottato ed ha cercato di mettersi in discussione, ma la frase più rivoluzionaria che mi sono tatuata nel cuore l'ha detta il grande Papa Paolo VI, un personaggio apparentemente conservatore: “Non abbiamo più bisogno di maestri, ma di testimoni”. Credo che la testimonianza oggi sia il valore più forte: alle mie figlie di dodici e tredici anni posso spiegare qualsiasi cosa, ma se io non sono il primo testimone che metto in pratica quello che dico, allora divento un “cattivo maestro”. Con i maestri ormai non ci facciamo niente, perché abbiamo capito che sono tutti falsi. Solo i testimoni sono veri».

Siamo accerchiati da cattivi maestri…
«È vero, ma i testimoni sono più facili da riconoscere, perché si mettono in gioco con la loro vita. Oggi con la diffusione dei media potrebbe essere più semplice rendersi conto se un personaggio pubblico è un vero testimone: chi non si comporta coerentemente con quello che dice è un cattivo maestro. Ad esempio, sono davvero scandalizzato da tutto quello che quotidianamente ascoltiamo di molti nostri politici, tra intercettazioni telefoniche e veline varie».

Non temi di apparire un po’ fuori moda?
«Oggi paga solo la novità, ma non ho mai avuto vergogna di sembrare conservatore rispetto a certi valori, se questo significa salvare parti sane che sono patrimonio dell'umanità. Valori primari come il rispetto della persona e dell'infanzia, oppure la spiritualità e la poesia, oggi sembrano cose antiche, ma sono necessarie e la gente ne è assetata. Dobbiamo assolutamente buttare via tutto ciò che non appartiene a questo: per fortuna ormai sono crollate anche tutte le ideologie che costringevano tante persone ad affrontare la realtà in modo innaturale».

Come riappropriarci dei valori veri?
«Nel cammino di ognuno ci sono dubbi e incertezze, ma alla fine della passione c'è il concepimento della Verità. Credo che un cammino segnato dai dubbi sia davvero civile: se ci fermiamo alle nostre pseudo certezze, finiamo per essere chiusi, restando nel nostro orticello che non porta a nulla. Il vero obiettivo, anzitutto personale, è arrivare alla Verità, facendo il proprio, difficile percorso. Lo stesso Gesù Cristo ha affrontato un grande Calvario per arrivare a sperimentare completamente la Verità».

Chi è Gesù per te?
«Gesù è un mio caro, vecchio amico, un personaggio che frequento abitualmente. Lui non offre soluzioni, ma le cerca insieme con noi ed è un vero testimone. Con la Fede, naturalmente Gli si attribuiscono anche altri valori, ma in ogni caso non possiamo non tener conto di ciò che Lui ha detto e fatto».

La ricerca spirituale ha inciso sul tuo lavoro?
«Per girare il mio terzo film “I Giardini dell'Eden”, ho trascorso quattro anni a studiare le Sacre Scritture, non solo cattoliche, che riguardano Gesù. Quell’approfondimento fu un vero privilegio che mi consentì di avvicinarmi a un Cristo autentico, senza iconografia. Mi sono sempre definito un cattolico distratto, ma dopo quel percorso lo sono stato molto meno».

Girare quel film su Gesù ha rappresentato un momento di svolta nella tua esistenza?
«Sì, anche perché mi ha fatto riflettere su un sacco di cose. Avevo circa quarant’anni, erano appena nate le mie due figlie e mi sono posto molte domande rispetto all'intangibile. Mi resi conto che di Gesù non sapevo niente: nonostante tutti i sacramenti che avevo fatto e tutti gli anni di catechismo e di scuola, non avevo mai letto completamente i quattro Vangeli, senza contare il Vecchio Testamento. Ho pensato che a un personaggio del genere dovevo avvicinarmi cercando di capire chi fosse, come e dove avesse vissuto. Alle mie bambine, insieme alle fiabe, leggevo passi della Bibbia dalla quale sono tuttora affascinate. Alla fine, ho compreso che il Vangelo non si legge, si vive».

Com’è il tuo rapporto con la Chiesa?
«Vado poco a Messa, anche perché con la mia famiglia spesso finiamo per annoiarci: probabilmente nelle celebrazioni liturgiche ci dovrebbe essere più partecipazione e meno ascolto passivo. Mi sento più un fratello e collega di Gesù: credo che ognuno debba impegnarsi per scoprire Dio in se stesso, per elaborarLo e viverLo, fino a donarLo agli altri. La testimonianza nelle relazioni umane è l’atto più grande di Carità che ogni cristiano dovrebbe fare».

Una cosa che proprio non sopporti.
«La cosa che detesto di più è la contemporaneità, mi fa schifo - dice scoppiando in una fragorosa risata -. È assurdo questo nostro modo di vivere sempre preoccupati dei problemi quotidiani, senza uno sguardo rivolto a cose più alte e all’eterno. Personalmente, mi sento in continuo cammino e solo alla fine potrò dire ciò che ho fatto. Ogni giorno c'è un momento di svolta nel rapporto con me stesso e con Dio: tutto quello che sto facendo è per dopo e non per adesso».

REGISTA E TESTIMONE
Nato a Roma il 24/2/1955 da una famiglia molto semplice, Alessandro D’Alatri esordisce giovanissimo come attore lavorando con grandi maestri del cinema italiano come Vittorio De Sica. Negli anni ’80 scopre la sua passione per la regia, iniziando a girare molti e popolari spot pubblicitari. Il suo primo film è Americano Rosso (1991) con il quale vince subito il David di Donatello. Dopo due anni esce nelle sale il suo Senza Pelle seguito nel 1998 da I Giardini dell’Eden, con il quale tenta di raccontare la giovinezza di Gesù. Nel 2002 affronta invece il tema della crisi del matrimonio con la nota pellicola Casomai, mentre nel 2005 esce nelle sale La Febbre. A Natale 2006 presenta Commediasexy, con il debutto cinematografico di Paolo Bonolis. Nel 2008 riceve il Premio Città di Trieste alla carriera per il Cinema, mentre nei mesi scorsi ha diretto il videoclip della nuova canzone di Renato Zero Ancora qui.

FIUGGI FAMILY FESTIVAL
Alessandro D’Alatri è il presidente della giuria della seconda edizione del Fiuggi Family Festival, che, dal 25 luglio al 1° agosto, si riproporrà come l'unico festival interamente pensato per le famiglie. In un contesto coerente e strutturato per consentire una vacanza intelligente e ricca di stimoli a genitori e figli, si potranno godere anteprime, rassegne, incontri e divertimento a misura di famiglia. «Oggi è molto difficile vivere pienamente la famiglia - ha spiegato il regista D’Alatri -, anche perché è pressata e condizionata da molti fattori esterni. Basta guardare alle tante falsità e superficialità che arrivano dalla televisione, dalle riviste e dalla pubblicità. Tra l’altro, siamo spinti verso la trasgressione e il tradimento, quasi a dimenticare che ognuno, per avere pace e salute, ha bisogno soprattutto di relazioni d’autentico amore all’interno del proprio nucleo familiare. Dunque sono molto contento di partecipare a questo Festival che assume una notevole importanza».
Info su programma e soggiorni: Fiuggi Family Festival - 0775/547612 - www.fiuggifamilyfestival.org


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