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La penisola del Sinai: nella terra di Mosè

Lontano dalle mete turistiche, nel cuore del deserto, in compagnia dei beduini, per imparare il valore della pazienza e del silenzio

Mar 23 Giu 2009 | di Angela Iantosca | Mondo
Foto di 9

Il vento che soffia caldo dal deserto, gli uomini vestiti con abiti lunghi, i colori della terra, i tramonti intensi, l’odore di spezie, il suono di una lingua non mia, il silenzio appena fuori dalla città. è ciò che sento appena atterro al Cairo. L’Egitto è un paese dal multiforme aspetto: è piramidi, Sfinge, Nilo, grattacieli, business, traffico per le strade. Ma è anche il paese del deserto del Sahara e della penisola del Sinai, è Africa ed Asia, è il Paese che ha dato i natali a Mosè e ai 10 comandamenti, è la terra dei beduini, del rito del tè, del vitello d’oro, dei cammelli, dei bambini che si accalcano intorno agli stranieri, della tradizione, della fede, della pazienza.  

Verso il mar rosso la baia dello sceicco
Ad un’ora di volo dal Cairo si trova una delle mete turistiche più apprezzate al mondo, dagli italiani, ma anche (anzi soprattutto) dai russi: Sharm el-Sheikh, la baia dello sceicco. Qui chi desidera rilassarsi trova ogni tipo di confort e, in modo particolare il Mar Rosso con le sue acque cristalline e la barriera corallina. «Sharm – spiega George, la mia guida (un 29enne egiziano cristiano, uno dei pochi visto che solo il 10% della popolazione è cristiana e il 90% è musulmana) – è una località di puro intrattenimento: qui ci sono più di 300 strutture alberghiere ed è difficile trovare case private. Come è difficile trovare egiziani che abbiano la residenza in questa località e in tutta la penisola del Sinai dove, per lo più, ci sono lavoratori stagionali. è il risultato questo di una precisa politica del Governo che tende a non voler dare la cittadinanza agli egiziani in questa area considerata pericolosa per la vicinanza ad Israele».

Immergersi nel deserto
Il modo migliore per vivere questa terra è integrarsi, immergersi nel deserto, lasciarsi trasportare dal vento, inseguire solo se stessi e magari condividere questa esperienza con chi nel deserto vive da sempre: i beduini. Mentre mi dirigo verso il Santuario di Santa Caterina, ai piedi del Sinai, intorno a me vedo solo distese di deserto roccioso. Da Sharm sono circa tre ore di viaggio, durante le quali veniamo fermati 4 volte ai posti di blocco per il controllo dei documenti. Forte il contrasto tra la terra in cui siamo e i mitra puntati verso di noi. I volti dei militari sono sereni, alcuni ridono. Ma il mitra è puntato contro di noi.
Si prosegue senza difficoltà. Una sosta in un “bar”, in cui vendono cd di Ricky Martin accanto a quelli di musica locale. Nel cortile, delle caprette nere cercano del cibo. Al bancone servono caffè italiano (dicono) e cappuccino. Di tanto in tanto si vedono case dalla forma squadrata, forme di vita, qualche cammello abbandonato sul ciglio della strada ed altri a "guardia" delle case, degli uomini stesi all'ombra, molti fuoristrada di ultima generazione. George mi spiega che sono beduini.

Gli abitanti della badiya
Nessuno sa quanti siano i beduini (abitanti della badiya - steppa): non sono registrati all’anagrafe, vivono nel deserto da sempre e preferiscono non integrarsi, non hanno un conto in banca, non hanno documenti e sono di religione musulmana. Facile incontrarli in punti di sosta per i turisti. Qui i beduini, rigorosamente uomini, dagli 8 agli 80 anni, si accalcano per vendere i loro prodotti: tappeti, pietre, quarzo, collanine realizzate con i semi che masticano i cammelli, tappeti cuciti dalle donne. Per convincerti a comprare, tentano anche l'arma della persuasione con una tazza di tè (dal sapore intenso, realizzato con le piante del deserto, di solito dagli effetti terapeutici: nulla a che vedere con il nostro comprato al supermercato). Per noi occidentali conviene comprare: con un euro si acquistano collane realizzate con i semi che masticano i cammelli!

Le tribù
Sono circa 20 le tribù di beduini presenti nella penisola del Sinai. Le principali sono 7. Ognuna delle quali capeggiata da un capo tribù. Il grado di importanza all’interno della comunità si riconosce dal colore della veste. Gli uomini più alti in grado vestono di bianco. Per le donne, invece, il nero è sinonimo di rispetto.

Società maschilista
Le donne sono escluse dalla "sala dei bottoni". I matrimoni sono combinati e, dagli 8 anni, sono costrette a vestire abiti che celano le loro forme e il loro viso. Come previsto dalla religione musulmana, i mariti possono avere più mogli. Nonostante queste condizioni di vita per noi inconcepibili, nessuna di loro fugge o cerca altro. Cresciute secondo questi principi, non immaginano una vita lontano dal deserto.

Il mezzo di trasporto
Il cammello è il mezzo di trasporto dei beduini, ma anche il loro alimento principale: quando la "macchina" è troppo vecchia, diventa carne da macello. Ottimo anche per “spillare” soldi ai turisti: salire sul cammello costa 1 euro, raggiungere la vetta del Sinai ne costa 10: sempre più economico dei gladiatori al Colosseo!

I colori dell’hamada
Il deserto roccioso (hamada) cambia colore: a volte è rosa, a volte azzurro, a volte più sabbioso, sempre roccioso. Ad un tratto un’oasi formata da alcune palme si nasconde tra le rocce. Poi una valle ampia. Impossibile trovare dei punti di riferimento. Solo gli occhi esperti dei beduini ne sono capaci. Eppure anche loro lo temono: non si avventurerebbero mai senza almeno 10 litri di acqua ed in totale sicurezza. Impensabile, poi, attraversarlo con il navigatore satellitare: un punto può essere a 2 soli km da quello in cui ci troviamo, ma a frapporsi tra noi e lui può esserci una montagna insormontabile di roccia.

La fede nel cuore del deserto
Arriviamo al Santuario. Siamo a 1570 metri, nel cuore del Sinai. La sensazione è che da qui sia cominciato tutto e che da qui si debba ricominciare. Sono le 10 del mattino ed il sole è alto nel cielo. Un beduino mi prepara il turbante, metto una tunica bianca e mi dirigo verso il Santuario, da cui comincia il cammino per l’ascesa al Monte Sinai. è in questo luogo che, a partire dal IV secolo, cominciarono a riunirsi molti eremiti attratti dai ricordi biblici dell’Esodo, dalla rivelazione a Mosè, al soggiorno del popolo ebraico in fuga dall’Egitto. Secondo la tradizione il primo Monastero edificato dall’Imperatrice Elena, madre di Costantino, subì incursioni da parte dei nomadi del deserto, fino all'ecatombe del 373. Per proteggere la vita e l’attività dei Monaci l’Imperatore Giustiniano, negli anni 527-535, vi costruì l’attuale monastero, con l’aspetto di una vera roccaforte, e radunò i monaci fino ad allora dispersi. Oggi nel monastero vivono 21 monaci. Un luogo sacro nel quale non si può accedere con le ginocchia e le spalle in vista. Dove è richiesto il silenzio e dove uomini e donne non possono toccarsi. Al fianco della chiesa c'è una moschea, oggi chiusa, sintomo di una integrazione ancora possibile.

Brucia ma non si consuma
A Santa Caterina posso toccare con mano la nostra storia, la storia di chi crede. Qui c'è il "Roveto ardente", l'arbusto che bruciava ma non si consumava e attraverso le cui fiamme Dio si manifestò a Mosè. C’è chi ci crede e chi pensa che siano solo racconti che nascondono altri signifcati. Eppure il capo tribù beduino Ahmed, di fede musulmana, mi racconta che una volta con i suoi tentò di piantare la pianta all'esterno del monastero. Inutilmente, perché inesorabilmente seccò. All'interno del monastero, invece, è tuttora miracolosamente viva.

Il pozzo... del matrimonio
Il pozzo si trova nel Santuario. Secondo la tradizione, qui Mosè conobbe sua moglie. Motivo per cui, fino a poco tempo fa c’era un pellegrinaggio costante di donne (di tutto il mondo) che venivano a berne l’acqua attirate dalla speranza di trovar marito nell’arco di un anno! Il pozzo è stato chiuso... ma la speranza delle donne egiziane - e non solo - non si è ancora prosciugata.


A pranzo con Sheik Ahmed
Sedersi alla stessa tavola di un capo tribù beduino è un grande onore. Mangiare con lui il cibo che ha fatto preparare, mentre racconta della sua gente, del loro modo di concepire la vita, è un evento eccezionale, un ricordo da conservare. Sheik Ahmed è il capo della tribà Jebelya (Jebel in arabo significa montagna). Vestito di bianco, con un mantello marrone, un velo bianco fermato da un cerchio nero gli copre il capo. Ha 40 anni e un numero imprecisato di figli. Ha gli occhi neri, diretti e allo stesso tempo difficili da decifrare. Un interprete mi spiega ciò che Ahmed racconta in arabo antico. Rimango ad ascoltarlo, seduta per terra, sui cuscini, con le gambe incrociate e senza scarpe (sotto la tenda si accede senza scarpe). Improvvisamente mi trovo in un'altra epoca, in un film, in un momento di storia che mi permette di capire meglio chi e come sono i beduini. Ospitali, gentili, privi di pregiudizi. Condivido con loro il rito del tè. Al centro della tenda, su un'area circondata da pietre, si riscalda la bevanda a base di erbe del deserto. Qui si accendono anche le sigarette (ne fumano parecchie) e il narghilè: quello del fumo è un rito che simboleggia unione, amicizia e fratellanza. In un angolo della tenda un gruppo di persone suona gli strumenti della tradizione, come lo Jemsemìa, una sorta di cetra a 5 corde fatta con la coda dei cammelli. «Per noi il deserto è come l’acqua per i pesci - spiega Ahmed -. Non possiamo viverne senza. La nostra preoccupazione è raccoglierne, dal cielo e dalla terra, in quantità sufficienti alla sopravvivenza. è difficile 'vincere' il deserto. Come è complesso mettere d’accordo tutti i capi tribù. Ma stiamo imparando ad essere più miti». La loro vita è fatta di riflessione, di calma, di pazienza. Ed è proprio questa la parola che guida ogni loro scelta. «Pazienza è una parola molto importante che i giovani non conoscono. Il deserto può essere affrontato solo se si è pazienti, altrimenti diventa pericoloso». Poche parole tra di loro e molti silenzi, perché «quello che parla tanto non fa niente».
Shukran (grazie), Ahmed.


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