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Antonio Banderas: La felicità delle piccole cose

Un cinquantenne bello, ma soprattutto intelligente

Lun 01 Dic 2008 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
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Lo abbiamo incontrato a San Sebastian, a Donostìa (nome basco della splendida cittadina), al 56° Festival cinematografico internazionale che si tiene sull’oceano Atlantico. Anche ora che è più maturo, qualche ruga in più e (pochi) capelli in meno, Antonio Banderas cattura occhi e cuore. Te ne rendi conto quando parla, con quella voce avvolgente, sexy, (auto)ironica, un’icona che sa di essere tale senza mai montarsi la testa: eppure fin da subito fu attore feticcio per Almodovar, poi è arrivato a Hollywood, si è sposato bene - “ma nel vero senso della parola, Melanie è straordinaria”- e non ha mai smesso di essere considerato uno dei migliori attori latini, e non solo, della sua generazione. Apripista per molti che l’hanno seguito, imitato, accompagnato in questo sentiero non facilissimo (lui e Bardem sono ormai “la coppia più bella del mondo”, amici e rivali) non ha mai smesso di lavorare, di cercare il gusto segreto del cinema. Presto lo vedremo nella parte di un uomo sconfitto e infelice in The other man di Richard Eyre e sarà, sembra, un ladro per Mimi Leder, nell’ennesima prova di mimetismo ed eclettismo della sua carriera. Con noi si è raccontato, tornando sul passato avventuroso e sul presente di padre e marito felice. «Scrivilo, nulla mi farà più contento dell’essere definito così. Poi puoi anche dire che recito malissimo!». Ma lui l’attore lo fa straordinariamente bene, persino in questa chiacchierata è un performer unico.

Ha ricevuto il premio più importante di San Sebastian, alla carriera. Felice?
«Tantissimo, anche se la mia carriera non è finita, non sono mica così vecchio! Scherzi a parte, è il segno di un buon lavoro svolto e arriva da una rassegna a me davvero cara. Sai come arrivai qui la prima volta? In autostop e con sole 350 pesetas in tasca! E ora sono tornato con Pedro che mi ha consegnato il premio, incredibile…».

Sembra davvero emozionato. Eppure non è un novellino.
«So quali sono le priorità della vita, so cos’è importante, come e quanto. Ma ciò non toglie che affronto questo mestiere con la passione, le emozioni di un bambino. E così la notte prima del premio Donostìa alla carriera non ho dormito, forse anche perché nello stesso giorno il ministro dava il massimo riconoscimento per un attore al mio amico, al mio compaàero Javier Bardem. è da qualche anno, almeno da venti, che la Spagna vive una nouvelle vague, vale per i registi e per gli interpreti. Sento un’enorme gratitudine, questo festival è fondamentale per la mia vita, è stata la prima rassegna, ricordo i momenti qui con Almodovar, quando lui rappresentava il passaggio e il cambiamento di una Spagna che usciva da un periodo buio. Per questo sono così emozionato».

Lei è un entusiasta. Ma c’è qualcosa che non le piace di questo lavoro, di questa carriera?
«Non c’è nulla che mi metta davvero di malumore in questo lavoro. Non oso dire di essere una persona felice, solo perché è “pericoloso” ammetterlo, rischi di attirarti il contrario sentendoti troppo fortunato. Ma mi sento una persona allegra, che sa godersi la vita giorno per giorno. Apro gli occhi la mattina e mi sento sereno, vedo moglie, figli e il futuro e sorrido. Faccio un esempio: siamo a un festival, e qui solitamente si gareggia e questo innervosisce molti. Io invece non riesco a sentire la competizione, quando vengo a rassegne come queste è per il confronto, l’incontro con colleghi di ogni parte del globo e pubblico. Forse c’è una cosa che temo, ed è quella che allo stesso tempo amo di più: calarmi in tante vite diverse in ogni film. Esistenze, personaggi che ti danno molto, ma possono toglierti tanto, magari “colonizzandoti”».

Non le pesa neanche la popolarità?
«Si tende spesso a far del successo una colpa o ancora peggio un obbligo. Antonio Banderas deve essere sempre il migliore, il più famoso, all’altezza dei suoi inizi con Almodovar o dei suoi picchi hollywoodiani. E spesso le due cose non vanno neanche d’accordo! Un vizio latino, penso alla delusione che coglie il nostro paese quando non si vince il Roland Garros: il torneo di tennis sulla terra battuta che raramente non viene conquistato da uno spagnolo. Il punto è che io scelgo non per i numeri o gli applausi, ma per tener fede a un mio percorso personale, a quello che sento, mantenendo, come credo sia necessario nella vita, anzi nelle vite di tutti, coerenza e onestà intellettuale».

Come si riesce a non farsi risucchiare da lustrini e paillettes? Come si fa a rimanere se stessi in un mondo che “pretende” che tu sia sempre un altro?
«Un certo equilibrio e una saldezza interna sono essenziali a questo lavoro. Io ho sempre rispettato chi mi guardava, mi sono sempre impegnato al massimo perché nessuno potesse lamentarsi, ma questo non vuol dire che io ho dato alla gente quello che si aspettava da me. Gli ho mostrato sempre quello che sono: personalmente, artisticamente, politicamente. Ho sempre detto quello che pensavo - e, per fortuna, viceversa - senza mai farmi condizionare da niente e da nessuno. è una forza interna che ti aiuta a non farti ubriacare dal successo o prendere le tue decisioni in base al tornaconto economico, che ti viene da quelle poche cose davvero importanti. Per me sono Melanie (la moglie, la Griffith - ndr), la famiglia e la mia anima. Lo spirito con cui vivo. E se ne accorgono anche gli spettatori».

Antonio Banderas è uno di noi? Un uomo comune?
«Io vivo una vita normale, quando ho del tempo libero gioco con i figli, parlo con la mia compagna, coltiviamo le passioni comuni e ogni tanto mettiamo anche a posto casa. Ecco, cercare una dimensione personale, unica, fatta di piccole cose vere, sia anche pulire o riordinare una stanza, credo sia questo uno dei piccoli segreti per rimanere se stessi. E fare lo stesso lavoro per noi è un vantaggio in più: ne parliamo spesso, ci consigliamo, ci critichiamo. E allo stesso tempo non siamo invadenti, non entriamo né imponiamo le nostre scelte all’altro. Lei è una donna intelligentissima, senza mi sentirei perso. E non solo perché sono così innamorato».

Non l’è pesato essere il primo, dover rompere pregiudizi e barriere da solo? Potremmo definirla il fratello maggiore della migliore generazione degli attori spagnoli.
«Non mi sento il fratello maggiore di nessuno, forse è vero che ho aperto una strada o meglio l’ho calpestata per primo. Ma prendiamo Javier Bardem, ha già una gran bella famiglia, molto cinematografica, vedi i genitori e il fratello, quello vero.
Lui è un attore da sogno, un attore vero, di quello che dopo cinque minuti capisci subito di che stoffa è fatto, sia su un palco che su un grande schermo. Grazie a lui, spero anche grazie a me, una generazione di interpreti iberici è uscita fuori dagli stereotipi “nordamericani” che vedevano gli ispanici solo per certi ruoli: il playboy, il narcotrafficante e pochi altri».

Ha rimpianti?
«Due. Ultimamente ho trascurato molto il teatro, amo il suo lato effimero e leggero. E spesso mi sento come se avessi abbandonato una donna splendida. E non essere riuscito ancora a girare Boabdil, la mia pellicola “arabo-spagnola” che mi ronza nella cabeza da una vita. Il mio desiderio lavorativo più grande, ora come ora».          


Mancato Calciatore
Figlio di un’insegnante e un poliziotto, è nato nel 1960. Suo idolo Gary Cooper. Rinunciò a una promettente carriera di calciatore per problemi fisici. Servendo ai tavoli si fa notare da Pedro Almodovar, di cui diventa amico. Il sodalizio sarà inscindibile fino al 1990, finché Antonio va ad Hollywood. Arrivano Intervista col vampiro e il bellissimo Philadelphia, il flop di Evita e i successi de La maschera di Zorro. Two Much gli cambia la vita: successo di pubblico, nel cast c’è Melanie Griffith che sposa nel 1996. Con Pazzi in Alabama (2002) la dirige. Con Original Sin si è meritato molti “riconoscimenti”. L’ultimo divo e il primo della nuova Spagna democratica. Bello e impossibile, ma anche sfacciatamente intelligente e spiritoso. Questo (quasi) splendido cinquantenne…promette bene.


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