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Dori Ghezzi: il nostro valzer per un amore

Racconta il cantautore a nove anni dal loro saluto

Lun 01 Dic 2008 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
Foto di 4

Donna bellissima, talento cristallino, Dori Ghezzi, dall’11 gennaio 1999, è vedova di Fabrizio De Andrè. Il più grande cantautore italiano, non è esagerato definirlo, come molti sostengono - non solo critici musicali ma anche fini letterati -, uno dei nostri maggiori poeti. Come nessuna ha custodito gelosamente l’opera e la vita del marito, con un pudore ammirevole. Non ha mai permesso che qualcuno “tirasse per la giacchetta” questo grande artista, né musicalmente né politicamente, non sono uscite interviste-rivelazione sue né di amici (o come spesso capita in questi casi, presunti tali). E ora l’immenso testamento morale e artistico del grande Fabrizio comincia a scoprirsi in “Effedìa - Sulla mia cattiva strada” (in vendita in un cofanetto Sony film+2 cd con il meglio del suo repertorio) dell’eccellente giornalista televisiva Teresa Marchesi, splendido documentario di circa 90 minuti in cui una dozzina di grandi nomi, 34 canzoni (3 inedite), interviste e parole in libertà parlano per e con lui. E Dori ha aiutato, prodotto, indirizzato, cooperato a questo piccolo capolavoro, per restituirci il Fabrizio più vero ed emozionante. Con lui ne ha passate tante, forse tutte (compreso un rapimento in Sardegna), ci si commuove quando lei, lui e il figlio Cristiano cantano e suonano insieme, in una performance improvvisata, o quando Franco Battiato, cantando De Andrè in un concerto, si interrompe, nodo alla gola e sorriso pieno di nostalgia. Manca questo cantautore caustico, indipendente, ribelle, profetico e geniale. «Soprattutto l’uomo - ricorda Teresa Marchesi - ancor prima dell’artista».

Effedìa- Sulla mia cattiva strada. Che bel titolo, ce ne racconta il motivo?
«Sulla prima parola molti si sono ingarbugliati. è solo la “traduzione” fonetica delle sue iniziali: Effedìa ovvero FDA, Fabrizio De Andrè. Il sottotitolo parafrasa una delle sue canzoni e richiama la foto della copertina, un’immagine che lui non avrebbe voluto ma ha accettato. Whisky di fronte a sé, sigaretta accesa, sguardo un po’ spento e fa un gesto con le dita, come se dicesse “abbasso”. Era un piccolo momento di crisi, è un’immagine un po’ provocatoria, che mi sta bene. Una di queste cattive abitudini, alla fine, è stata la sua condanna. Sul film, è un lavoro che andava fatto: una sua testimonianza in dvd non esisteva».

Curioso che scopriamo tanto di Fabrizio attraverso la tv, mezzo di cui diffidava…
«Lui coltivava i rapporti, con Teresa Marchesi aveva una bellissima amicizia e così con altri. Non andava negli studi televisivi, ma non odiava la tv in sé. E amava molto raccontarsi con chi sapeva ascoltarlo. Teresa si è resa conto di avere tanto materiale e mi ha fatto vedere che c’erano tante interviste, tante parole di Fabrizio che non erano state utilizzate, erano rimaste inedite. E così è stato possibile fare questo documento in cui nessuno deve inventarlo perché è lui che parla di sé».
Tanti parlano di lui. E sono grandi personaggi che finora ne avevano detto poco e nulla. Qualcuno l’ha sorpresa più di altri?
«A loro modo mi hanno sorpreso tutti. Da Fiorello che scopre il lato giocoso di Fabrizio, e rimane stupito, come molti d’altronde. Tutti lo vedono come un intellettuale cupo, severo, introverso, e invece lui era tutt’altro. Quando dice “ho accettato di parlarne perché ho saputo che era anche un cazzaro questo cantautore”, mi fa felice, perché vuol dire che Fabrizio si è divertito e ha divertito di più gli altri. E poi ci sono le parole del grande regista Wim Wenders, frasi toccantissime con cui lui si è dichiarato e spero che tutto quello che ha promesso (un concerto all star e un film su De Andrè, “diventerà come Dylan - sottolinea la regista Teresa Marchesi - e Cohen, come merita peraltro”) si avvererà. Sentirlo definirsi “missionario” della sua musica nel mondo mi ha commosso, come il fatto che lo mettesse tra i 5 più grandi di sempre, con Bob Dylan, Leonard Cohen, Georges Brassens e Jim Morrison».

Campino, protagonista dell’ultimo film di Wenders, Palermo Shooting, è un cantante punk rock, ma adora De Andrè (peraltro in colonna sonora). Come si spiega che persone tanto diverse da lui lo amino?

«Non so cosa di Fabrizio attiri le persone più diverse. Da chi sente solo classica o jazz a chi ama il punk, in comune hanno sempre lui. Forse perché non è mai stato commerciale e ha sempre detto certe cose, indipendente e diretto, che sono sempre risultate interessanti per tutti. E questo esula dai gusti artistici e musicali».

Un bel viaggio dentro un marito con cui ha vissuto una vita intensa. Che esperienza è stata per lei questo film?
«Ogni volta che si fa qualcosa su Fabrizio, ritengo di imparare a conoscerlo sempre di più. è una cosa che dico sempre: io ovviamente l’ho frequentato di più, l’ho conosciuto di più, ma quanto l’ho capito meglio degli altri? E allora questi approfondimenti servono anche a me, per comprenderlo sempre più a fondo. è un’onda piena di emozioni».

De Andrè: per lui non si prova solo nostalgia di un tempo andato. Manca, qui e ora. Manca il fatto che ora racconterebbe meglio di altri la crisi politica, di valori
«Il nostro mondo attuale ce l’ha già raccontato prima, e decenni prima. Ora forse farebbe altro, proprio perché era un artista imprevedibile, forse tornerebbe al romanticismo, all’amore, a parlare all’anima. E ce ne sarebbe molto bisogno, credo».

Aprendo lo scrigno dei ricordi, quale sceglierebbe?
«Come si fa a scegliere i ricordi più belli? Ricordo momenti, periodi molto importanti per noi. Quando siamo riusciti a fare cose che col senno di poi ti sembrano folli. Quando ci trasferimmo in Sardegna con una casa in ristrutturazione, senza neanche tutte le porte chiuse, senza telefono, senza energia elettrica, con le candele. Un tempo da pionieri e forse uno dei più interessanti della nostra vita».

E come marito com’era?
«Con tutti i suoi aspetti negativi, ma con tantissimi positivi. Era uno che si comportava in maniera tale che gli perdonavi qualsiasi carenza o pecca. Se lo vuoi sapere, sarei pronta e felice di ricominciare con lui anche oggi e per altri 25 anni».

Ultima curiosità: le ha mai dedicato una canzone?
«L'avevo appena conosciuto e mi dedicò Valzer per un amore, una canzone che si è rivelata profetica».


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