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Che avventura un bimbo a tempo

Così Patrick e due amici invitati a cena mi hanno fatto “scoprire” L’affidamento temporaneo

Lun 01 Dic 2008 | di Lucrezia L. | Genitori&Figli

Il piccolo Patrick ha solo due anni e gli occhi pieni di tenerezza, ma anche di dolore. Occhi che sono aperti da così poco tempo, ma hanno visto più male di quanto io ne abbia sperimentato in una intera vita di persona adulta. Ho conosciuto Patrick una sera a casa mia, quando io e mio marito abbiamo invitato a cena una coppia di amici che avevano ricevuto questo piccolo bimbo africano in affido temporaneo. La sua vera famiglia ha sperimentato fame, paura e violenza, poi sono scappati in Italia. Ma qui hanno scoperto che il bimbo ha una malattia ereditaria del sangue e non riescono ad accettarlo e a gestire questa situazione. Così lo hanno dato in affido temporaneo. Non mi ero mai interessata di questo istituto, così ho approfittato della serata per fare qualche domanda ai miei amici. A cena c’era anche un’altra coppia, un collega di mio marito con la moglie, e anche loro erano molto interessati. I genitori “affidatari” di Patrick hanno raccontato di aver avuto l’idea di adottare un bimbo, perché non possono averne di loro, ma hanno deciso di provare prima con questa esperienza, pur sapendo che può essere molto difficile. L’affido temporaneo infatti esclude l’adozione e, anche se può durare a lungo, si conclude necessariamente con un distacco che può rivelarsi molto doloroso. Lo spirito dell’istituto infatti è allontanare il bimbo da una famiglia che non può occuparsene temporaneamente, e fare di tutto per favorirne il rientro. Può essere deciso d’autorità dal tribunale, ma non sempre. Spesso i genitori d’origine sono d’accordo nel dare via il figlio per un po’ di tempo. A differenza dell’adozione quindi, resta un cordone ombelicale con la famiglia d’origine che può essere anche molto forte e può comportare ulteriori difficoltà di rapporti e di adattamento. Ci sono forme di affido, ad esempio, in cui il bimbo torna a dormire nella famiglia d’origine o ci va nei weekend. I miei amici hanno raccontato come vivono l’esperienza con Patrick, le sue difficoltà di adattamento, i pianti, le paure, ma anche le soddisfazioni (il piccolo ha cominciato ad affezionarsi a loro e regala dei sorrisi che, dicono i miei amici, bastano a ripagare tutto lo sforzo). Un racconto che mi ha colpito molto, ma mi ha colpito altrettanto anche la reazione dura degli altri nostri ospiti, che hanno bollato l’idea dell’affidamento temporaneo come crudele. Il loro ragionameno è questo: se un bimbo non sta bene nella famiglia d’origine, bisogna cercare di supportarlo oppure toglierglielo in modo definitivo. Il distacco è brutale e per un bimbo è difficile comprenderlo. Se poi il bambino sarà costretto a ripeterlo più volte, con altri genitori affidatari, il trauma diventerà ancora più grave e il piccolo finirà per credere che ogni volta venga abbandonato per colpa sua. Il punto è che l’affido temporaneo non può trasformarsi in adozione e in ogni caso a 18 anni scade, perché è riservato ai minori. Spesso, la famiglia d’origine, a causa della mancanza di un’assistenza sociale, psicologica o economica adeguata,  non riesce a uscire dallo stato di difficoltà e i giudici finiscono col rinnovare l’affido di periodo in periodo anche per molti anni. Personalmente, pur sapendo che non sempre è gestito nel migliore dei modi, mi sono fatta l’idea che l’affidamento sia un istituto utile, se davvero viene applicato a difficoltà genitoriali temporanee. In questi casi infatti il distacco dalla famiglia d’origine non è totale e il trauma per il bimbo è minore. In seguito ho cercato altre testimonianze e ho trovato tanti esempi positivi, anche se sempre difficili: ai genitori affidatari è richiesto un grande sforzo emotivo, ma tante testimonianze concludono che è un’esperienza positiva, che può anche ripagare abbondamente questo sforzo. E ogni volta che vedo Patrick giocare con i miei bimbi, mi convinco che è proprio così. Per chi volesse tentare questa strada, qualche indicazione pratica: bisogna rivolgersi ai servizi sociali del territorio, in genere i Comuni hanno un centro affidi. Non ci sono requisiti particolari, può essere richiesto anche da single e conviventi.
Gli aspiranti affidatari devono seguire un corso di preparazione e riceveranno un contributo economico per le spese di gestione del bambino.
Io mi sono andata a informare e ho buttato là l’idea con mio marito, magari per un prossimo futuro.
Per convincerlo gli ho detto che forse è la volta buona che arriva una femminuccia.


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