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Direttive europee all'italiana

Quando con la “scusa” che ce lo chiede l’Europa vengono introdotte direttive Made in Italy

Gio 27 Ago 2015 | di Armando Marino | Soldi
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Quanto più si leggono e si sentono ovunque commenti che invocano un'Europa meno burocratica, meno attenta ai cavilli e più alle esigenze diffuse degli europei, tanto più nel Parlamento italiano si discutono norme che recepiscono direttive europee contenenti regole che mirano a limitare diritti dei cittadini o infliggere costi per esercitarli.
Quest'estate abbiamo assistito a due esempi da manuale. Il primo è la nuova ondata di regole contro il fumo delle sigarette, quelle normali e quelle elettroniche. La legge presentata come "figlia" di una direttiva europea introduce qualche regola di buon senso, come la trasparenza sugli additivi delle sigarette, e altre insensate come il divieto di fumare in auto quando c'è un bambino o una donna incinta. Principio sacrosanto, ma che appartiene più alla sfera della buona educazione che a quella del diritto, anche per la difficoltà a controllare il comportamento ed applicare la sanzione. Una classica deriva da Stato paternalista che si vuole introdurre con la "scusa" che ce lo chiede l'Europa. In realtà la direttiva UE non prevede nulla del genere. Soprattutto, la direttiva dà delle linee guida per uniformare le regole in tutta l'Unione, ma poi ogni Stato può e non deve sposarle in toto. Così sta accadendo anche per il clamoroso passo indietro che rischiamo di fare in tema di mutui. Una direttiva europea prevede che “gli Stati membri possono prevedere che il creditore abbia diritto, laddove giustificato, a un indennizzo equo e obiettivo per gli eventuali costi direttamente connessi al rimborso anticipato” del mutuo. In sostanza, si paventa il ritorno di un costo per estinzione e surroga del mutuo che in Italia è stato eliminato dal 2007, favorendo la portabilità del prestito da una banca a un'altra. Inoltre, potrebbe tornare la possibilità di costringere il cliente a stipulare con il mutuo anche prodotti di investimento o conti di deposito. Un passo indietro di 10 anni per i consumatori italiani. La direttiva europea però non obbliga lo Stato italiano ad adeguarsi. Scommettiamo che ci racconteranno il contrario?


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