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Craig, Daniel Craig

Ha confermato il titolo di 007 convincendo il pubblico. Ma dietro il volto da duro, scopriamo la sua umanità

Dom 12 Apr 2009 | di Manlio Dolinar | Interviste Esclusive

Si chiama Craig, Daniel Craig. E, non più giovanissimo, ha vinto alla cinelotteria, diventando 007, una delle icone del grande schermo e dell’immaginario collettivo (nasce dalla penna di Ian Fleming il personaggio, non lo dimentichiamo) più longeve e conosciute nel mondo. Tanto che alcuni titoli, da “licenza di uccidere” a “mai dire mai”, sono diventati addirittura modi di dire. Daniel ha sbaragliato la concorrenza del gotha degli attori britannici della sua generazione, ha demolito lo scetticismo dei fans - troppo biondo, troppo proletario, troppo massiccio e basso, gliene hanno dette di tutti i colori - e ha superato persino problemi fisici non indifferenti causati da incidenti sul set. «Quando posso, non uso stuntman - rivela l’attore -: se voglio che il pubblico mi creda, devo dargli verità, anche nelle scene d’azione più inverosimili».
Ora ha in cascina uno dei più bei 007 di sempre, “Casino Royale”, e il “sequel del prequel” “Quantum of Solace”, ora in dvd, meno riuscito del suo esordio nello smoking del servitore di Sua Maestà, ma che lo ha consegnato all’Olimpo degli agenti segreti. E questo è solo l’ultimo tassello di questo eroe popolare di Liverpool, dopo una carriera fatta di personaggi di ogni tipo, dopo sacrifici e sfide.
«La faccia da working class hero? Potrebbe essere merito del rugby, dell’ereditarietà e di molto altro. Io mi sento tale e ne vado fiero e il fare Bond, per quanto faticoso, è un sogno che si avvera».
Ma il nostro è stato anche un (vero) eroe della seconda guerra mondiale, Tuvia Bielski, partigiano ebreo nei boschi bielorussi e polacchi, in una storia di coraggio e umanità, Defiance, reazione quasi miracolosa di una comunità e di un uomo all’Olocausto. Una seconda giovinezza dopo i suoi primi quarant’anni. Niente male davvero.

Mr.Bond è diventato più tenero o più cinico?
«è entrambi. Lui viaggia per il mondo alla ricerca di se stesso e di qualcosa che possa avvicinarsi alla sua pace interiore, per capire se la donna che l’ha tradito e che è morta per lui in “Casino Royale” (Eva Green), lo amava. E se lui la amava. è naturale che trovi dei cattivi su questa strada e debba combatterli. Senza pietà, spesso, perché ha un obiettivo ben preciso. Amore e giustizia, al di là della sua consueta capacità di analizzare le situazioni con lucidità: qui c’è in gioco il suo futuro. E quello della Terra».

Ci sono molte citazioni del passato di Bond…
«Sono stato ancora più coinvolto nel film e con Marc (Forster, il regista - ndr) abbiamo deciso di omaggiare il passato, soprattutto i primi film: non solo in scene precise, ma anche nelle tecniche di riprese e di fotografia. Un tributo ai thriller spionistici e politici del cinema di una volta, ma anche una dimostrazione del fatto che la saga, dopo più di 20 capitoli e qualche decennio, continua a mantenere intatta la sua forza».

E un Bond bifronte. Non teme delusioni dei fan?
«Certo che sono spaventato dal disorientamento che provoco nei fan. Ma anche James “cresce” e ritenevamo di dovergli dare una maggiore profondità, forze e debolezze: quando muore il suo migliore amico, lo tiene tra le braccia, ma poi ne getta il cadavere nella spazzatura. Sembra incoerente, ma non è così: sono due agenti segreti e sanno che devono agire così. è l’ultima intimità, l’ultimo dono di chi muore a chi vive. Io trovo quella scena così ruvida molto dolce, romantica. è commovente, pur nella sua spigolosità».

Il personaggio più longevo del cinema è un peso?
«Non ho paura dell’etichetta che questa saga mi può dare, ho una carriera alle spalle di cui vado fiero. E comunque è un bel rischio: eventualmente sono bei vestiti in cui rimanere incastrato! Certo, se un giorno questo bel percorso mi impedisse di essere me stesso, di fare quello che desidero, lascerò. Ma a malincuore».

La saga diventa sempre più politica.
E' un bene?

«Semplicemente le avventure sono ambientate nel mondo e io, Marc, Paul Haggis (lo sceneggiatore - ndr) ci viviamo e non possiamo non fotografarlo. Ma non ci schieriamo, non imponiamo le nostre idee, mostriamo ciò che è ovvio. La questione dell’acqua  è un promemoria al mondo. I cattivi mirano alla divisione del mondo e all’accentramento delle ricchezze, non è un problema di globalizzazione, ma di strategia economica, politica e di potere. E del fatto che ci dimentichiamo le cose più importanti. Nel piccolo nucleo della famiglia come nel mondo intero».

In “Defiance”, il suo Tuvia Bielski è (ancora) un antieroe, un leader sofferto e riluttante. Sembra starle a pennello questa descrizione.
«Non sono buono, è che mi disegnano così! Scherzi a parte, credo che mi piacciano questi combattenti coscienziosi perché hanno uno spessore maggiore rispetto all’eroe tout court. Tuvia, ebreo, vuole salvare se stesso e i fratelli, si troverà la sua comunità sulle spalle. E non l’abbandonerà. Detto questo, la mia carriera è fatta anche di tanti personaggi senza armi e guerre da affrontare. E anche qui non c’è solo battaglia, ma anche amore, fratellanza, persino la sessualità, momento di gioia nell’orrore più atroce. Tutte cose che cementano un gruppo straordinario alle prese con una sfida impossibile. Per tutti gli altri».

Lei fa scelte coraggiose almeno quanto le sue rinunce. Come Tuvia?
«Facciamo le debite proporzioni, Hollywood e il cinema in generale non sono certo la Polonia occupata dai tedeschi per un ebreo. Ma sento profondamente la necessità del rispetto della propria dignità e, come lui, la necessità di non scendere a compromessi. Egli è un eroe, uno che ha lottato per la libertà sua e dei suoi simili e che ha salvato 1200 persone. Io solo uno che cerca di fare al meglio il proprio lavoro. E di dare profondità a personaggi veri e finti, per rendere loro giustizia».

Ha un ricordo particolare del set? Si parla di salvataggi e vodke lituane…
«Non scherziamo, Liev (Schreiber) dice che usavamo la vodka locale per difenderci dal freddo: la verità è che è talmente forte quel superalcolico che l’abbiamo provato il primo giorno di set e ci è bastato per tutta la permanenza! Ho letto anche io che avrei salvato la vita a Jamie Bell: non me ne sono accorto, ma non vuol dire che non lo farei! Piuttosto, è stato bellissimo il giorno in cui alcuni superstiti e le loro famiglie sono venuti sul set, lì abbiamo sentito una responsabilità e un’emozione uniche. Ci parlavano, ci suggerivano dialoghi e segnalavano errori. Eravamo preoccupati e felici, terrorizzati dal non riuscire a fare un buon lavoro e… dalla fiducia che loro riponevano in noi».

Cosa l’ha avvicinata a questo film?
«Semplicemente non ho avuto dubbi, non c’era un motivo che potesse convincermi a non fare quest’opera. La storia era troppo bella, regista, sceneggiatura e cast straordinari, era stupido non accettare. Anni di esperienza in questo mestiere mi hanno insegnato che un film fatto solo come dovere sarà pessimo, così scelgo solo se molto convinto dal progetto, script in testa. Qui non avevo dubbi, ho anche accettato con gioia un dimezzamento del mio cachet».


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