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Vittorio Messori: perchè credere... non è roba da cretini

Lo scrittore italiano più letto nel mondo, per la prima volta racconta la sua conversione

Lun 01 Dic 2008 | di Giuseppe Stabile | Zona Stabile
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Attraverso i suoi scritti milioni di persone in tutto il mondo hanno ricevuto doni inestimabili. Nel suo ultimo libro, appena uscito, Vittorio Messori ci regala, però, il suo tesoro più intimo: le ragioni della sua fede ed i retroscena della sua miracolosa conversione. Dalla quale sgorga ancora l’inesauribile desiderio di aiutare altri ad incontrare quel Gesù a cui prima era assolutamente indifferente.
Dottor Messori, grazie perché ha voluto donarci se stesso in questo suo ultimo “Perché credo”.
«Non lo avrei mai scritto se non ci fosse stata la bravura e l’affettuosa insistenza di Andrea Tornielli che mi ha aiutato a trovare il coraggio di aprirmi in questo modo. Non sono uno che si confida, anzi mi devo fare forza per raccontare di me. Ecco perché ho aspettato la mia età avanzata per decidermi a scrivere un libro come questo».
Lei è una persona chiusa?
«Sì, è una tendenza che si è sviluppata fin da bambino. Le abitudini che prendiamo da piccoli poi ci restano incrostate dentro».
Come era da bambino?
«Ero scontroso e solitario. In fondo non credo di essere mai stato davvero bambino. Precocemente, appena ho imparato a leggere, mi piaceva soprattutto una cosa: ritirarmi in un angolo a leggere un libro ed a pensare. D’altro canto ero solo e mio fratello è nato quando avevo quasi dieci anni. Uno dei miei problemi è che la mia abitudine alla solitudine ha fatto sì che di fronte alle difficoltà mi debba far violenza per parlarne con qualcuno e confidarmi, farmi aiutare».
La sua difficoltà nelle relazioni personali ha influito anche sul suo percorso spirituale?
«Certo, a partire dalla mia prima confessione a 23 anni suonati, che è stata difficilissima. Inoltre sento il desiderio e la necessità di un direttore spirituale, ma la mia chiusura mi è sempre stata di ostacolo a questa preziosa ed importantissima pratica».
Il suo carattere introverso ha le radici nella sua esperienza familiare?
«Credo di sì, perché non ho avuto una vita familiare felice. Ho stima e rispetto per i miei genitori, che sono deceduti da poco. So che, in buona fede, hanno fatto tutto quello che potevano fare; però c’erano tra loro delle difficoltà caratteriali che hanno fatto sì che per noi due figli la convivenza sia stata difficile e dolorosa. Questa esperienza mi ha segnato. Nonostante tutto però, sono convinto che la prospettiva cattolica della famiglia indissolubile faccia parte del piano di Dio, mi schiero e parteggio per i diritti della famiglia e credo che vada riscoperta».
Oggi in Italia circa il 50% delle famiglie si separa e c’è il più basso tasso di natalità del mondo. Perché? Come intervenire?
«Non so cosa si dovrebbe fare, ma sono convinto della necessità di impegnarsi a partire dal livello personale ed individuale. Ciascuno si faccia la sua famiglia e cerchi di fare in modo che sia più cristiana possibile. Io, però, cerco di occuparmi di qualcosa che sta ancora prima; cioè della Fede, della possibilità di credere».
Qual è la sua esperienza coniugale?
«Oggi sono felice, ma ho vissuto anni molto travagliati. Conobbi mia moglie Rosanna ad Assisi, alla fine di una Messa, pochi mesi dopo la mia e la sua conversione. Dopo un periodo di frequentazione, però, prendemmo strade diverse, pur restando sempre in contatto. Nel 1972 mi sposai con un’altra donna, ma ci rendemmo subito conto di non aver fatto la scelta giusta. Chiesi allora l’annullamento del matrimonio che fu accordato dopo ben ventidue anni! Solo a quel punto, nel 1996, potei coniugarmi con Rosanna e cominciare la mia nuova vita insieme con lei».
Le dispiace di non aver avuto figli?
«Mi sarebbe piaciuto avere dei bambini, ma ho accettato la mia vita così come è andata. Apprezzo ed ammiro chi ha famiglie numerose, ma ognuno ha la sua vocazione: la mia era quella di fare “figli di carta” più che figli di carne. Credo che anche la paternità e maternità spirituale o intellettuale siano vocazioni importanti. Per me i miei libri sono come dei figli».
Quali messaggi ha affidato ai suoi “figli di carta”?    
«Nei miei 22 libri ed in tutte le migliaia di articoli che ho scritto, non ho mai trattato di temi morali, né fatto prediche o lezioni di etica. La morale è importante, ma credo che, insieme all’impegno nella Carità, sia una conseguenza della Fede. Quello che oggi stiamo perdendo è la Fede, la consapevolezza che il Vangelo è vero».
Come iniziò la sua incredibile carriera di scrittore e divulgatore?
«Sono sempre stato molto pragmatico e concreto. Ognuno dei miei libri ha uno scopo ben preciso: valutare se in quella lontana estate del 1964 la mia esperienza mistica di conversione non fosse stata solo un’illusione. Non riuscivo a trovare risposte alle mie domande e mi ritrovai a scrivere libri che avrei preferito leggere. Nei miei testi ho cercato quale era il significato di quella Fede che mi era stata donata e le ragioni per le quali poteva essere accettata da un uomo moderno e razionale».
Pur consapevole, per esperienza diretta, dell’impossibilità di spiegare certi accadimenti, non posso non chiederle: cosa successe in quella fatidica estate del 1964?
«Avevo 23 anni, lavoravo come centralinista notturno e stavo per scrivere la mia tesi di Laurea in Scienze Politiche. Era un’estate molto calda ed ero in città da solo, dato che i miei genitori erano partiti con mio fratello per una vacanza un po’ più lunga del solito. Un giorno avvenne un evento inspiegabile ed inatteso che avrebbe trasformato la mia esistenza. Come racconto più approfonditamente in questo ultimo libro, feci una forte esperienza mistica: improvvisamente si aprì davanti ai miei occhi un immenso buco di luce ed il velo che oscura la realtà svanì. In quei giorni lessi per la prima volta i Vangeli ed oggi, dopo tanti anni, sono sempre più sicuro che in essi c’è la vera risposta per ogni essere umano. In seguito non ho avuto altre esperienze simili, né visioni o apparizioni, ma mi è stata donata una chiarezza intellettuale che non ho potuto più rinnegare».
Come cambiò la sua vita?
«Io ero un convinto laicista ed anticlericale ed all’improvviso crollò tutto! La conversione mentale fu istantanea, ma convertirsi interiormente è ben più difficile e so di non essere stato sempre coerente. All’inizio ero spaventato e non molto contento di quegli avvenimenti che imponevano uno sconvolgimento a tutti i miei piani umani e professionali, compreso l’addio alla mia bella carriera accademica già predestinata. Le confido, inoltre, che mi misi a piangere pensando: “se divento cristiano cattolico, non posso più corteggiare ed amare le ragazze!”».
Come reagirono le persone che le erano vicine?
«All’inizio ho cercato di resistere per non diventare cristiano, anche perché un po’ mi vergognavo, per esempio nei confronti dei miei famosi professori, come Norberto Bobbio o Galante Garrone, che si sentivano traditi da un loro pupillo. Andavo a messa di nascosto: mia madre credeva che avessi avuto un esaurimento nervoso e voleva farmi visitare. I pochissimi amici, infine, erano sorpresi ed addolorati».
Alla fine, si arrese alla Fede?
«Mi resi conto che la Verità che cercavo non stava nel vicolo cieco del razionalismo e del laicismo che avevo seguito fino a quel momento, ma in una direzione che avevo sempre rifiutato. Avevo condannato la Fede senza aver mai cercato di conoscerla e di capirla».
Qual è la sfida che vuole lanciare con questo suo ultimo libro “Perché credo”?
«Nel nostro tempo c’è un grande vuoto di cultura cattolica. Le librerie sono piene di libri che vogliono screditare e rendere ridicola la fede cristiana e cattolica in particolare. È necessario impegnarsi per rispondere con forza ai velenosi volumi di persone come Corrado Augias e Dan Brown o di astiosi ex seminaristi come Piergiorgio Odifreddi ed altri che vogliono far passare per stupido chiunque crede in Gesù, sostenendo che per una persona intelligente e moderna non ha senso credere nel Cristianesimo. Proprio per questo, nella quarta di copertina del mio ultimo libro c’è scritto: “Un cristiano, non un cretino”».
è possibile conciliare fede e ragione?
«Mi fanno tanto ridere quelli che dibattono se la ragione può coesistere con la Fede. La ragione è un dono di Dio che dobbiamo utilizzare al massimo e dopo decenni di ricerche ho potuto constatare che il vero libero pensatore è il credente; l’incredulo si pone delle barriere invalicabili, mentre il credente è libero di arrendersi ai fatti. La ragione ci porta fino alla soglia del mistero, mentre la Fede ci porta oltre».
Sbaglio o essere atei è quasi passato di moda?
«L’ateismo è una religione al contrario e la persona atea è sempre a rischio di conversione. L’ateo prende sul serio la religione, ci si scaglia contro, svelando che per lui, in fondo, essa è importante. Molto più duro e subdolo è invece l’agnosticismo, oggi tanto in voga, che ritiene l’ateismo una cosa volgare: le persone di cultura si astengono dal giudizio perché la religione è irrilevante. Loro si sentono al di sopra, ritenendo sciocchi i credenti e volgari gli atei».
Cosa vuol dire oggi essere credenti?
«Essere cristiani e cattolici significa non essere passivi di fronte all’ideologia egemone, sfidando l’ipocrita e feroce sorriso del “politicamente corretto”, così come il conformismo del “Maurizio Costanzo pensiero”. Un cristiano oggi è chiamato a prendere delle posizioni, anche in campo etico, che provocano delle forti reazioni. L’unica strada è ritornare ad essere come i cristiani dei primi decenni dopo la Resurrezione di Gesù, accettando le stesse sfide di chi viveva prima dell’Imperatore Costantino. Occorre dare la testimonianza di una fede personale, supportata anche da una profonda formazione culturale, senza dover naturalmente diventare tutti degli intellettuali. La sfida passa attraverso la coerenza e la limpidezza delle nostre scelte quotidiane, consapevoli di essere sempre più in minoranza e chiamati all’anticonformismo».
Essere cattolico significa rinunciare alla propria libertà?
«Assolutamente no. So bene che, visto da fuori, il cattolicesimo può sembrare una gabbia dalla quale fuggire, piena di moralismo, dogmi e norme che tolgono la gioia di vivere. Ma accettare la Fede non vuol dire rinchiudersi in una trappola: la prigionia semmai è da parte di coloro che non credono. Il mondo moderno si ritiene libero, ma ritengo che mai l’uomo sia stato così schiavo. Bisogna testimoniare che essere cristiani non significa essere cretini e che non si deve rinunciare a nulla, ma guadagnare tutto».
Come vive oggi la gente il rapporto con la religione?
«Negli ultimi decenni le chiese si sono sempre più svuotate e le vocazioni religiose sono continuamente diminuite. L’unica cosa che aumenta è il numero di pellegrinaggi, soprattutto nei santuari mariani che frequento spesso per motivi personali e di studio. È lì che incontro folle di persone di tutte le età e categorie sociali, gente che spesso non frequenta più la propria parrocchia ma è attratta dalla manifestazione della presenza materna della Madonna. Oggi Maria è il simbolo della religione popolare, vissuta da tutte quelle persone alle quali la Chiesa dovrebbe sforzarsi di rivolgersi».
Con quale atteggiamento interiore possiamo vivere l’Avvento ed il Natale di Gesù?
«Tutti vediamo come è stato ridotto il Natale. Ma attenzione a non cadere nelle prediche e nel facile moralismo! Una delle virtù cristiane è il realismo e dunque dobbiamo renderci conto che abbiamo realizzato una società che si regge sul consumo. Non voglio certo difendere il consumismo, ma dobbiamo fare i conti con la cultura e la società che abbiamo attorno, magari scegliendo il regalo giusto. Ci sono molte persone che non hanno più bisogni economici ma sono assetati nello spirito: per loro il regalo più prezioso da ricevere potrebbe essere, per esempio, una bella lettera, oppure essere coinvolti in un confronto sulla persona di Gesù, il Messia che viene tra noi. Il Natale o ha un valore religioso oppure è soltanto la festa di Papà Inverno. Invece si chiama Natale perché qualcuno è nato ed era una persona con la P maiuscola».
Quale regalo chiede alla Vita?
«La sola cosa che mi interessi è aiutare a credere o, almeno, instillare il desiderio di farlo».    


Un divulgatore da milioni di copie
Vittorio Messori nasce a Sassuolo (Modena) il 16 aprile 1941. La sua vocazione al giornalismo, manifestatasi fin dalle scuole elementari quando creò il giornalino di classe, lo ha portato a lavorare in molti periodici (fondò anche il mensile Jesus) ed in importanti quotidiani italiani, come La Stampa, Avvenire ed il Corriere della Sera, con il quale collabora tuttora. Nel 1975, ben 12 anni dopo la sua conversione, pubblica il suo primo libro “Ipotesi su Gesù” che, uscito in sordina, diventò un vero caso editoriale: tradotto in tutto il mondo, è diventato un incredibile successo ancora oggi ristampato che, solo nel nostro Paese, ha venduto più di un milione di copie. Tutti i successivi venti libri sono stati letti da milioni di persone di tutto il mondo fino ad arrivare all’ultimo, appena uscito “Perché credo – Una vita per rendere ragione della fede” (Piemme, 2008 - nella foto).
Quale è il segreto dei suoi record?
«Riesco a scrivere solo quando ho un cuore limpido ed una preghiera costante, ben sapendo che senza Gesù non possiamo fare nulla».


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