acquaesapone Attualità
Interviste Esclusive Viaggi Editoriale Inchieste Io Giornalista TV/Cinema A&S SPORT Zona Stabile Rubriche Libri Speciale Cannes

Innocenti in carcere

In Italia 80 bambini detenuti perché figli di detenute

Sab 01 Nov 2008 | di Angela Iantosca | Attualità
Foto di 14

Lo sguardo è profondo, smarrito, interrogativo, malinconico, rassegnato. Vive vicino a noi, ma è irraggiungibile. La sua vita si svolge dietro un muro alto, dietro sbarre di ferro, dietro porte pesanti chiuse da chiavi custodite attentamente. è un bambino rom, è un bambino italiano, è un bambino di colore: non ha ancora tre anni ed è nato in carcere. Condannato senza processo. Detenuto perché figlio di una detenuta.
In Italia vivono in carcere tra i 70 e gli 80 bambini a causa di una legge del 1975 di riforma dell’ordinamento penitenziario, pensata per salvaguardare il rapporto madre-figlio che consente alle detenute di tenere con sé i figli fino all’età di tre anni.

La legge Finocchiaro
Legge a cui è seguita la n. 40 dell’8 marzo 2001: «La legge Finocchiaro – spiega Leda Colombini, presidente dell’Associazione “A Roma Insieme” – ha più o meno risolto il problema per le italiane che, non essendo recidive, possono usufruire delle misure alternative al carcere. Ma, se pensiamo che nel solo carcere femminile di Rebibbia ci sono 3 italiane, 2 africane e 26 nomadi, chiaramente la legge Finocchiaro non può essere applicata. La tendenza delle nomadi alla reiterazione del reato, infatti, non rende possibile per loro l’applicazione di misure alternative».
Condannata la madre, condannato il figlio. Fino al terzo anno di età.

Quella terza candelina
«I più fortunati vengono affidati alla famiglia – spiega il Garante dei Diritti dei Detenuti del Lazio e coordinatore dei Garanti di tutta Italia, l’avvocato Angiolo Marroni -: i rom, di solito, tornano a vivere nei campi nomadi, altri vanno a vivere nelle case-famiglia».
Cosa ricorderanno di quei tre anni di vita, cosa penseranno di quella madre che torneranno a vedere qualche volta negli anni successivi? E dei compagni di gioco? E di quel cortile recintato?
Quando pensiamo al carcere, lo immaginiamo come qualcosa a noi esterno ed estraneo. Eppure è il prodotto della nostra società, siamo noi, che viviamo al di fuori di quel recinto, che dobbiamo preoccuparci di debellare le cause della sua esistenza, di creare le condizioni migliori per accogliere chi si troverà a vivere tra di noi dopo essere stato da noi separato. Le porte del carcere non devono essere percepite come una separazione, ma come un passaggio. La dignità, il diritto alla salute, al lavoro, alla scuola, alla parola devono essere garantiti, soprattutto quando si parla di bambini.

Il V rapporto di ‘Antigone’
Secondo il V Rapporto dell’Osservatorio sulle condizioni di detenzione redatto dall’Associazione Antigone i bambini vissuti in carcere accusano disturbi nell’umore e ritardo nella parola. Ma c’è un altro dato da considerare: la “qualità” della vita dei bambini detenuti varia a seconda dell’istituto di detenzione.
A Milano è nato, nel 2007, un istituto a custodia attenuata per le madri detenute, senza sbarre, con personale specializzato per l’infanzia e agenti della polizia penitenziaria in borghese; a Roma, Genova, Milano, Venezia e Torino i bambini possono frequentare l'asilo pubblico. In senso contrario, si riscontra che ad Avellino l’istituto carcerario non ha stipulato nessuna convenzione con gli asili pubblici, nessuna convenzione che preveda periodicamente l’uscita dal carcere dei bambini, salvo sporadiche eccezioni; a Civitavecchia e a Bologna non è presente personale specializzato per l’infanzia; in molti istituti, nonostante la costante presenza di bambini, non esiste un nido o mancano le aree verdi; in nessun istituto si sono riscontrate iniziative in preparazione del distacco tra detenuta e infante che, categoricamente, interviene al terzo anno di età. E, mentre Roma Rebibbia vive il dramma del sovraffollamento anche nella sezione nido (15 i posti disponibili, 31 gli ospiti presenti al 26 settembre 2008), in istituti come Bologna, Civitavecchia, Sassari o Teramo paradossalmente il dramma è spesso rappresentato dal fatto che sia presente un solo bambino circondato da sole persone adulte.

I sabati di libertà
Un fiore nel deserto (nonostante il sovraffollamento) è Rebibbia femminile, dove opera da circa 15 anni l’Associazione “A Roma Insieme” che, collaborando con altre associazioni di volontariato, organizza attività di supporto agli incontri delle detenute con i figli con animazione, giochi, spettacoli e i Sabati di Libertà. «Sono i sabati che i bambini trascorrono fuori dal carcere con i volontari, al mare o in campagna, ospiti di amici o nei parchi – spiega la presidente -. Un appuntamento divenuto un’abitudine che i bambini  aspettano con gioia. Ogni sabato un bus offerto dal Comune di Roma entra nel carcere per prelevare i piccoli ospiti. E loro sono lì ad aspettarlo». Le madri raccontano che il sabato mattina i bimbi si svegliano prima del solito, sono più eccitati perché “sentono” che quello è il giorno dell’autobus, il giorno della libertà. «E anche qui, nei momenti d’intimità, nel gioco dei bambini – scrive Giancarlo De Cataldo, magistrato e scrittore -, anche quando l’orizzonte sembra finalmente liberarsi dal perimetro blindato del reclusorio, anche qui gli sguardi sembrano persi verso un altro, più lontano punto che nessuna immagine riuscirà mai né a determinare né a fissare. è forse l’altrove del ritorno? Pensano, queste bambine e questi bambini, al corridoio, alla mensa, alla cella che li attendono a fine giornata? Sanno già che, scoccato il limite legislativo dei tre anni, verranno allontanati dalle madri con la consolazione dei due incontri mensili a domeniche alterne? Per questi bambini qualcosa di diverso dobbiamo pur essere in grado di inventarcelo». 

A roma insieme
è un’associazione di volontariato che nasce nel 1991 dall’iniziativa di un gruppo di operatori pubblici e cooperative di servizi, impegnati nelle politiche sociali della città. Dal 1994 l’attività si è concentrata sul lavoro con le donne e i bambini in carcere. Il progetto “Conoscere e giocare per crescere”, elaborato dall’Associazione 10 anni fa e da allora riproposto ogni anno alla Direzione della Casa Circondariale Femminile di Rebibbia, si basa sull’importanza del gioco e della conoscenza per bambini costretti a trascorrere in carcere un periodo così fondamentale per la loro crescita fisica ed emotiva. Ogni sabato l’Associazione porta i bambini fuori dalle mura della casa circondariale.

Asili nido con le sbarre
Lazio e Lombardia hanno la maggior parte di bimbi minori di tre anni dietro le sbarre. Due sono le sezioni nido funzionanti in Lombardia, una nel Lazio (a Rebibbia, dove accanto alle celle c’è un ´asilo nido´ per far giocare i bambini e una stanza per le attività delle puericultrici).
In Veneto 6 bambini sono in carcere, 5 in Calabria, 4 in Campania e Piemonte; 2 in Abruzzo, 1 in Liguria, Puglia, Toscana e Sardegna.
A scontare la pena nelle carceri italiane ci sono anche donne in gravidanza (36 in tutto): 13 nel Lazio, 11 in Lombardia, 4 in Puglia, 2 in Calabria e in Toscana, 1 nelle regioni Emilia Romagna, Liguria, Sicilia e Veneto.

Cosa chiediamo
La legge Finocchiaro del 2001, pur avendo introdotto principi importanti e un nuovo istituto, la carcerazione domiciliare speciale, non ha cambiato in modo sostanziale le cose: solo poche donne riescono ad usufruire dei benefici previsti perché la loro applicazione prevede una serie di condizioni che spesso non si verificano soprattutto nel caso di detenute straniere. La maggior parte delle detenute-madri è in carcere per stupefacenti e prostituzione, reati con alto tasso di recidiva e che, quindi, le terrebbero fuori dai benefici della legge. Le straniere, non avendo spesso un'abitazione dove scontare gli arresti domiciliari, sono costrette a tenere i bimbi in carcere fino al compimento dei tre anni, per poi soffrire del trauma della separazione. A luglio è stata presentata in Parlamento una proposta di legge di riforma della legge del 2001 per la realizzazione di case-famiglia protette per tutti i casi in cui non siano possibili misure di sospensione o alternative alla carcerazione, sia preventiva che definitiva.


Condividi su:
Galleria Immagini