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Essere John Malkovich (davvero)

Perfezionista in modo maniacale, un osso duro, ma anche a lui sfugge qualcosa

Sab 01 Nov 2008 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
Foto di 11

Elegante ed eccentrico, nel modo di vestire di John Malkovich - da urlo, in tutti i sensi, la giacchetta che sfoggia a San Sebastian, dove l’abbiamo incontrato in occasione del 56° Festival del cinema diretto da Mikel Olaciregui, in cui accompagnava il suo ultimo Burn after Reading - c’è tutta l’essenza di quest’attore e uomo dalle mille risorse. Capace di essere un cattivo, bizzarro e moderatamente ottuso, come l’(ex)agente segreto che interpreta per i Coen, ma anche un attore di teatro che suscita ilarità come gli è capitato con gli amati Steppenwolf, compagnia teatrale con cui ha iniziato decenni fa e che non ha mai abbandonato, oppure un buono come il prete di “Changeling”, grintoso combattente per i diritti dei più deboli. Condannato ad essere definito come uno dei “migliori cattivi del cinema” per la mania di etichettare tutto e tutti del cinema - “colpa vostra, dei giornalisti con poca fantasia” - è uomo, anzi icona dalle innumerevoli sfaccettature. Talmente mitico che Spike Jonze gli ha dedicato un film intero, lo straniante e interessantissimo Essere John Malkovich, in cui ovviamente interpreta se stesso, o meglio una variazione dell’originale, come spesso gli capita. Lo avevamo incontrato tre anni prima, a Locarno. E se ne ricorda: un computer umano. Ti guarda sempre fisso negli occhi, ti scruta e ti esamina, ti risponde mai affettato o retorico, disponibile ma duro, in alcuni casi al limite della scortesia. «Ho pochi difetti: uno di questi è mal sopportare la stupidità. Parto dal presupposto che chi mi sta di fronte dia sempre tutto, anima, corpo e cervello nel proprio lavoro, come me». Non ci ha cacciato via, quindi forse siamo stati promossi.

Ci togliamo subito la domanda irritante. Ma lei è così cattivo anche nella realtà?
«Ecco, meno male, così possiamo chiarirci subito. Ovviamente nella verità sono un uomo con i suoi difetti, le sue rudezze, ma sfido io qualcuno a definirmi cattivo. Magari perfido, ogni tanto (sorride, e a dir la verità è un po’ inquietante, solo suggestione?).
E non lo sono neanche recitando. Ho fatto settanta film e 100 spettacoli teatrali. E sai quante volte ho interpretato il cattivo? Sette. Quindi, davvero, smettiamola».

Ok, la smetto. Ne faccio un’altra: è considerato un grandissimo attore di cinema. Ma tende a snobbarlo.
«No, gli preferisco il teatro, quando posso. Non perché non ami il cinema, ma perché il palcoscenico dà emozioni e sensazioni uniche. Provo a spiegartelo con una immagine un po’ strana: fare una pellicola è come spingere in salita un treno insieme ad altre trecento persone. Fare teatro è stare dentro quello stesso treno. Ma nella parte in discesa».

Si è divertito in “Burn After Reading”? Una commedia quasi demenziale…
«Non so, non la definirei così, anche se le punte di surreale che si raggiungono sono in effetti molto forti. Recitare è un bel lavoro, ma forse divertirsi non è la parola giusta. Di sicuro l’ho trovato stimolante e anche una sfida molto bella, in un abito che non avevo indossato spesso nella mia carriera. Io ho la tendenza a un grande perfezionismo, in un lavoro metto dentro me stesso, i miei valori, il mio pensiero e così, se c’è qualcosa di insolito, tendo a scoprire molto, di me stesso, degli altri e di ciò che mi circonda».

Lei è un osso duro, lo sa? L’impressione è che nulla sfugga al suo controllo.
«Sbaglia. O meglio, è vero forse che sono un osso duro, ma non che nulla sfugga al mio controllo, io riesco a valutare e a piegare alla mia volontà ben poco. Sono come un puzzle, non sempre composto alla perfezione. Voglio cercare di capire quello mi succede anche quando non posso controllarlo, quello sì. Un po’ come quando leggi un libro: difficile che lo lasci a metà, vuoi sapere come va a finire. Questo “mito” nasce, forse, dal film con Spike Jonze, Essere John Malkovich. Ma quello non sono io, né ho l’ossessione di conoscermi completamente: lì c’era un grande regista e un grande script di Charlie Kauffman. L’ho scelto per quello, non per egocentrismo o impeto di autoanalisi».

Ci vuole una grande solidità per affrontare certe sfide.
«Intendi per interpretare certi personaggi? In effetti ne ho fatti di tutti i tipi (sorride): il demonio, lo 007 alcolizzato, me stesso. Ma in questo l’arte è come la vita: la cosa più bella di entrambe è che non saprai mai cosa verrà dopo e questo è magnifico. Anche se il prossimo step è una tragedia. Inveire contro Dio o il destino non serve: tutto quello che arriva ha un motivo, ti lascerà dentro qualcosa di importante».

C’è qualche battaglia che avrebbe voluto combattere meglio?
«Forse la regia. Quella cinematografica presuppone molti ostacoli, a teatro mi è riuscita meglio. Su un set devi tener conto di troppe cose che finiscono per distrarti dal progetto artistico e creativo. E i progetti possono metterci anni a essere realizzati. Ammiro molto il lavoro del regista, e lo dico io che sono stato e sarò molto esigente con tutti i “miei” cineasti, siano veterani o novellini. Detto questo, conoscendo le pressioni che subiscono, se ne riconosco il talento e la buona volontà, mi prodigo in ogni modo per aiutarli. E poi nella vita si perdono tante battaglie. Ma conta combatterle, con lealtà e pulizia».

Sullo schermo lei spesso fa il maschilista. Eppure le attrici la adorano (una, Michelle Pfeiffer, divenne la sua compagna dopo lo splendido Le relazioni pericolose).
«Perché, forse, io non faccio questioni di genere: l’importante è che un interprete sia bravo o mediocre, non che sia uomo o donna. Detto questo, mi dispiace e fa arrabbiare la differenza evidente con cui vengono trattati attori e attrici. E mi sembra non ci siano miglioramenti in vista: per risolvere questa situazione, mi sa che le mie colleghe dovrebbero operarsi e diventare uomini! Davvero, questa discriminazione non la capirò mai».

Inevitabile un’ultima domanda: Barack Obama o John McCain?
«Francamente non credo che nel bagaglio di un artista debba esserci la politica, non almeno a livelli elettorali. Uno col proprio lavoro può portare avanti certi valori, certe idee, ma il sostenere un candidato invece di un altro non mi sembra sia obbligatorio e necessario per chi fa cinema o teatro. So una cosa però del mondo attuale: aborro il terrorismo in ogni sua forma. Distrugge la causa stessa per cui combatte. Purtroppo esiste perché è il prodotto di sperequazioni insopportabili e di una società violenta, me ne accorsi girando in Perù il mio Dancer in the Dark (diresse Laura Morante e Javier Bardem), su Sendero Luminoso».

EX SUONATORE DI TUBA
John Gavin Malkovich è nato da due editori di origini croate a Benton (Illinois), il 9 dicembre del 1953. Da giovane all’arte preferiva sport e musica, tanto da entrare nella squadra di football americano e diventare un raffinatissimo suonatore di tuba. Mentre sta seguendo le orme paterne e sta per laurearsi in Scienze dell'Ambiente, decide di mettere su la compagnia Steppenwolf con l'amico Gary Sinise. Il primo teatro, lo Steppenwolf Theatre, è nei sotterranei di una chiesa. Dopo anni di palcoscenico, verso la fine degli anni '70, arriva il cinema. Altman, Spielberg, Joffè, Benton, Schlöndorff sono solo alcuni dei tanti grandi registi che l'hanno diretto. Tra questi Stephen Frears che lo rende celebre con il mefitico e sensuale ruolo di protagonista de “Le relazioni pericolose”, dove si infatuerà di Michelle Pfeiffer per cui lascerà la prima moglie. Incontrerà la seconda sul set de “Il tè nel deserto” di Bertolucci. E poi Antonioni, Campion e Ruiz, tra i tanti. Una splendida carriera, aspirazioni da regista, con l'età sembra essere migliorato.  «So prendere tutto con più ironia, e questo mi fa sembrare più elegante». C'è da dargli ragione.


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