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Meryl Streep: così diventi la migliore

Amare, impegnarsi, essere umili. E, per rimanere saldi, il segreto è la famiglia

Sab 01 Nov 2008 | di Manlio Dolinar | Interviste Esclusive
Foto di 8

Quasi sessant’anni. Eppure la vedi saltare, ballare, cantare e correre in Mamma mia! e pensi ne abbia la metà, più affascinante, consapevole e forte di quando ha iniziato una carriera da storia del cinema. Meryl Streep è un portento: è così in forma che potrebbe fare le Olimpiadi, così brava da essere chiamata (cinque film in 15 mesi!) più di qualsiasi altra diva, magari giovane e bellissima. Tutti la ammirano, è un punto di riferimento: mai stata una bomba sexy, mai avuto vita facile, fuori e dentro il set. Ora si ritrova con 13 nomination (e i ben informati parlano di una quattordicesima in arrivo per Doubt, in cui sarà una cupa badessa) e due Oscar, record quasi imbattibile. La migliore attrice non protagonista che fece arrabbiare e piangere molti in Kramer contro Kramer ora dimostra di saper far ridere e persino cantare. Il musical fondato sulle canzoni degli Abba mostra il suo talento nella commedia - in quella nera si era già distinta con La morte ti fa bella - e nel filone romantico. La migliore interprete femminile del dopoguerra, dicono in molti. E rischiano di non avere torto; di sicuro è la più eclettica (basta vedere quanti e quali cineasti l’abbiano scelta). Soprattutto, però, una gran donna. Che al Festival di San Sebastian, dove ha preso un premio alla carriera, e poi a Roma (il giorno dopo, l’abbiamo praticamente inseguita) si è raccontata. Regalandoci la ricetta del suo successo. Jonathan Demme ha detto di lei: “l’immaginazione di Meryl Streep è illimitata, girarci un film è come girare un documentario, non sai mai come reciterà una scena, se sarà fedele al testo, e se rigira la stessa scena, la fa sempre in modo diverso”.

E' vero?
«Jonathan, che mi ha diretta in The Manchurian Candidate, è un regista ma soprattutto un uomo eccezionale. Lo stimo molto per la dedizione nei confronti dei giovani cineasti a cui lui fa da mentore con generosità, lo ammiro per i documentari che gira per il mondo e che parlano di ingiustizie insopportabili che lui tratta con acume e sensibilità. Mi fa piacere sapere di dargli degli stimoli su cui riflettere ogni volta. Ogni regista è diverso, ci sono quelli che ti chiedono di spaziare, e quelli che ti chiedono di fare esattamente quello che vogliono loro. Io preferisco lavorare con persone come Jonathan».

Da Il diavolo veste Prada a Mamma mia!: Come mai è passata alle commedie?
«Nel mio prossimo film interpreto una madre superiora completamente priva di senso dell’humour. Una delle cose che mi differenzia da molti dei miei colleghi è che la mia carriera non ha mai preso la svolta della produzione, quindi non sono padrona dei copioni che mi arrivano e non sviluppo la proprietà delle idee contenute nei copioni. Sono come una ragazza che aspetta che le si chieda di ballare. Puoi scegliere il compagno con cui danzare e rifiutarne altri, ma la musica la stabilisce un altro. Ho una vita molto piena, ho dovuto crescere quattro figli, non avrei potuto fare altrimenti o di più».

Allora ci spieghi perché ha accettato l’invito a “ballare” Mamma mia!.
«A seconda di quello che mi si è offerto ho scelto parti in cui c’era un messaggio politico e altre che volevano solo far sorridere. Scoprii quest’opera a teatro, con i miei figli. Era dopo il World Trade Center e tutti eravamo molti scossi, così decisi di portarli a vedere una cosa che li distraesse, ed era Mamma mia!, a Broadway. Sono usciti danzando e cantando dal teatro ed è una cosa meravigliosa».

Lei con gli anni ringiovanisce, migliora la sua recitazione, si fa amare da tutti. Qual è il suo segreto, un elisir?
«Soldi, tutto merito dei maledetti soldi!!! (ride di gusto). Credo che tutti miglioriamo col tempo. Quando ero piccola non concepivo la recitazione come un mestiere di valore, bensì come una possibilità per mostrarsi agli altri. L’attore ha la fortuna di vivere vite completamente diverse dalla sua, fare scelte speciali e impossibili per molti, vivere in un tempo morto da secoli e in corpi che non sono esistiti, o interpretare persone di decenni più vecchie o più giovani. Il fatto di vivere tutte queste esperienze fa sì che si capisca molto la vita degli altri e adesso, dopo esser stata attraversata da esistenze completamente diverse, vedo nella recitazione un grande valore, perché ho avuto la fortuna di poter ridare al pubblico umanità e sentimenti altrimenti perduti».

Mai pensato di fare altro?
«Quando ero piccola, mia madre mi portò alle Nazioni Unite, dove fui affascinata dagli interpreti nelle cabine, che traducevano per una coloratissima platea di popoli completamente diversi tra loro, che senza quel mezzo non si sarebbero mai capiti. In quel momento decisi che volevo diventare interprete, perché quelle persone erano in grado di creare pace laddove non era possibile il dialogo. E con il fare l’attrice, in un certo senso, ho realizzato questo sogno».

Perdersi a Hollywood è facilissimo. Cosa l’ha fatta rimanere sempre salda, con i piedi per terra?
«Famiglia e lavoro. Per durare tanto, come sta succedendo a me, bisogna diventare più consapevoli e gli anni ti portano a questo. Più diventiamo vecchi più e meglio sappiamo dare, amare e anche pretendere. E, se hai chi tiene a te e lo sai ascoltare, è importantissimo. I miei figli mi vogliono bene e sono molto critici: su come recito, mi vesto, persino sulle mie barzellette. Anche se ora mi voglio riposare…».

Versatilità, eclettismo sono sue doti naturali. Da dove vengono?
«Nel nostro DNA, elemento comune a tutti noi ma unico in ogni persona, c’è la base di queste qualità. Io, recitando, ho sempre cercato di capire quale fosse in me la parte della mia nonna irlandese, quale quella svizzera. Mi basta pensare al mio cognome: è olandese, anche se sembra possa essere di origine ebraica, di ebrei fuggiti dalla Spagna nel XV secolo. Credo che ognuno di noi sia un miscuglio, parte del mondo e degli altri e il lavoro dell’attore accentua solo questa naturale condizione. L’anima ha diverse sfaccettature: bisogna solo saperle esprimere tutte».

Bette Davis la vedeva come sua erede. Lei chi sceglierebbe per succederle?
«Non sono ancora morta, tesoro! Ricordo quella frase e quanto mi emozionò. Ricevetti una lettera di Bette Davis, allora in pensione, direttamente nella mia buca delle lettere. Non riuscivo a crederci, ero sbalordita. Tuttora la cerco, perché so che è nel mio studio da qualche parte, ma c’è sempre qualcuno che passa, per così dire, a “mettere ordine”, e quindi io non ritrovo più le mie cose. Credo ci siano molte bravissime attrici, ma non ne direi una in particolare. A Broadway c’è un cappotto che di anno in anno passa di attore in attore, e sale sul palco con tutti. Credo che dovremmo semplicemente tutti condividere questo spazio, anche solo per un anno».

Molte carriere finiscono a 40 anni, invece lei…
«Negli ultimi due anni ho toccato tanti set diversi, forse pure troppi, ma il cinema rimane la mia vita. C’è un grande patrimonio di attrici mie coetanee che potrebbero dare tanto. Bisognerebbe uscire dai cliché, soprattutto quelli estetici. Certo, un po’ di talento devo averlo anche io, lo vedo dall’ammirazione con cui mi guardano le mie giovani e brave colleghe, mi imbarazza molto. Poi dimentico una battuta e capiscono anche loro che sono umana».

Non si sente la più grande attrice del mondo?
«Io? Mai sentita la prima della classe, neanche a scuola. Credo che l’umiltà, che non vuol dire falsa modestia, è la qualità migliore per imparare sempre».

Paul Newman, suo collega e amico, se n’è andato. Una perdita enorme.
«Faccio fatica solo a pensare che non ci sia più. Ma credo che di lui si possa dire la cosa più bella: ha vissuto una vita di cui si deve essere orgogliosi. L’indefessa attività benefica, i milioni di dollari (200 in 25 anni - ndr) raccolti per i più sfortunati sono indelebili come la sua splendida carriera. Era un uomo che emanava amore e noi cercavamo di restituirglielo al meglio».

Premio Donostia alla carriera, bella soddisfazione.
«Grandissima, sono commossa. Ma la devo condividere con registi, attori, macchinisti, tutte le troupe con cui ho lavorato. Senza di loro sarei nulla. E anche con chi mi ha accompagnato a teatro, amo il palcoscenico. A Roma al Festival, porto Theater of war, un backstage cinematografico di una piece che amo molto e ha significato tanto per me. L’Italia è uno dei miei luoghi dell’anima, non a caso mia figlia ha studiato qui».

Tanti riconoscimenti, ma lei non sembra amare premi e cerimonie.
«Se guardo nella mia memoria i ricordi più belli, preferisco rispolverare le foto dei set che i trofei: quando sfoglio le prime, sembra sempre un album di famiglia.
E con quelle di Mamma mia! è ancora più vero».


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