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Enzo Iacchetti: Buono e malinconico

Legge, scrive, guarda film in tv e, qualche volta, va a teatro: ecco Enzo nel privato

Mer 08 Apr 2009 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
Foto di 3

Quel suo viso un po’ sghembo, da comico buono e malinconico, Enzo Iacchetti ce l’ha avuto sempre, non è posa, né espressione di scena. è sempre disponibile, si rapporta a fan, giornalisti e colleghi con umile ironia e ironica umiltà. Ha una battuta per tutti, a partire da se stesso e, conoscendolo, si capisce perché lui quasi sempre parta da spalla o da ospite per poi risultare naturalmente protagonista. È così con Ezio Greggio, è così ne “Il mammo” e in “Medici miei”. è così persino al cinema, riscoperto con continuità di recente e dove ruba la scena, da comprimario, a Jerry Calà in “Torno a vivere da solo” e a Ricky Tognazzi (bella coppia) ne “L’ultimo crodino” di Umberto Spinazzola che dal 20 marzo, in sala, ci ricorderà la bizzarra e disperata vicenda di due disoccupati che tentarono il sequestro della bara di Enrico Cuccia. Enzo lo abbiamo incontrato a Bari, al festival “Per il cinema italiano”, anteprima attesa, divertita e divertente della neonata rassegna diretta da Felice Laudadio. è qui che ci racconta qualcosa dello Iacchetti privato, una fotografia della normalità di un comico che non si porta il lavoro a casa, di un attore che sa far ridere perché non si prende mai sul serio, pur lavorando sempre col massimo della serietà. Di uno attento alle piccole cose per coltivare le grandi, dall’affetto per la madre a quello per il figlio. E che sia il ragazzo del Derby o il divo di Striscia, lui non è cambiato. Sempre lo stesso che ne “Il segreto del successo” di Massimo Martelli fece un cammeo per aiutare gli amici Cico e Bob, gli unici del suo “giro” storico a non aver avuto successo. Tanto per capire il tipo.

“L’ultimo crodino” di Umberto Spinazzola, una prova divertente e non banale.
«è vero, in fondo non è solo comicità, c’è anche uno spunto sociale. Con le dovute proporzioni credo che i personaggi interpretati da me e Ricky Tognazzi, Pes e Crodo, possano ricordare “I soliti ignoti” di Mario Monicelli e che ripercorriamo la tradizione della commedia all’italiana. Sono contento di questo lavoro».

Confessi, chi è il vero Enzo Iacchetti, quello a telecamera spenta?
«Un uomo tristissimo, sempre in casa. Legge, scrive, guarda film in televisione. Ogni tanto poi va a teatro, va a letto presto, alle undici, massimo undici e mezza e si alza alle otto, otto e mezza. Prende le pastiglie per la pressione e va a trovare spesso la sua mamma che è anziana e non sta tanto bene. Un uomo normale che approfitta dell’agio che gli consente la sua professione per migliorare la qualità della sua vita, magari per far sì che la visita alla madre possa essere più comoda e serena, facendosi portare da lei da un autista perché due ore nel traffico per uno con la pressione alta sono impossibili. E poi ha un figlio che fa l’Accademia, che recita e lo va a vedere, nei saggi e negli spettacoli che fa. E ha quattro o cinque amici selezionati».

E sono dell’ambiente o se li porta da fuori?
«Più o meno dentro questo ambiente. Quello che so è che sono gli unici che valgono davvero, e con loro mi confronto sui piaceri della vita ma anche sui dolori».

I comici, insomma, se la risata la lasciano al lavoro, è la malinconia che si portano a casa?
«Naturale, i comici sono tristissimi. Io ne ho conosciuto solo uno che era uguale anche a telecamera spenta o a sipario calato: Francesco Salvi, che peraltro ora fa l’attore serio. Lui finiva lo spettacolo, andava al ristorante ed era una battuta continua, fino quasi a stufarti. Gli altri che conosco, me compreso, invece sono piuttosto ombrosi, perché fare il comico è un mestiere, il muratore quando va a casa non ha mica la stessa energia di quando in cantiere con la cazzuola tira su le case!»·

E cosa scrive Enzo Iacchetti nelle sue giornate così normali?
«Pensieri, anche sparsi. Poi ogni tre, quattro anni, a livello olimpico, li raduno e faccio un monologo teatrale se riesco a dargli una linea drammaturgica coerente ed omogenea oppure, come l’ultima volta, faccio un cortometraggio. L’ultimo era la storia di una ragazza madre, nata proprio dalle mie riflessioni a vanvera, che quando sono tante finisco per legare con una trama».

Il cinema non è più solo un vizio. Invidia per il collega Greggio “scoperto” da Avati?
«Certo che sì, anche se il film “Il papà di Giovanna” e lui mi sono piaciuti tantissimo, sono invidioso per il fatto che Avati ha chiamato lui e non me! Ha praticamente chiamato tutti i comici, tranne il sottoscritto.  Anche se confesso che preferirei che mi chiamasse Scola».

Ettore sembra però non avere più tanta voglia di fare film di finzione.
«E allora non sarà il mio destino, forse, il cinema, ma so che quello che ho imparato a proposito della Settima Arte, l’ho appreso soprattutto dai suoi film».

Ma Enzo Iacchetti vede “Striscia la notizia”? E gli dispiace starne lontano tanto a lungo?
«No, onestamente no, a quell’ora Iacchetti ha altro da fare. Però non si perde mai la prima puntata. Ora posso smettere di parlare in terza persona, che mi sento scemo? (ride di gusto -ndr). Per quanto riguarda i miei periodi di pausa, sono una mia libera scelta, quindi davvero non ho alcun rimpianto. Sono io che vado via, anche se la gente per strada è convinta che mi caccino e mi consolano sempre quando m’incontrano, mi dicono che sono meglio di tutti. Ho voglia di fare teatro e altre cose. Tre mesi per me son sufficienti, i primi due anni, nel ’94 e nel ’95, feci tutta una tirata. è che quello studio è sottoterra, un bunker di lusso in cui manca l’aria, la luce, il fiato. Così ho cominciato a fare solo cinque mesi e andavamo via insieme con Ezio, poi gli attuali tre. Una volta sono riuscito anche a farne solo due!».

Dica la verità, non sopporta più Greggio.
«Scherzi, Ezio è strepitoso, siamo compagni di banco e ci divertiamo veramente tantissimo. Onestamente non ci frequentiamo molto fuori dallo studio, saremmo stati a cena cinque volte in quindici anni. Perché pago sempre io! Lui riesce sempre a evitarlo, finge di dover fare qualcosa, una telefonata, un oggetto dimenticato in macchina e sparisce. Ezio è così. Poi mi manda un messaggio e dice “T’ho fregato anche stavolta!”».

Striscia ha cambiato o cambierà i telegiornali seri?
«Se non c’è riuscita finora, non c’è speranza. I telegiornali cosiddetti seri sono pilotati: il Tg1 segue una linea che neanche si sa bene quale, filogovernativa, il Tg5 cerca di nascondere l’editorialità, il Tg4 lo sappiamo che cos’è, il Tg3 è la stessa cosa ma dall’altra parte, “Studio Aperto” è gossip… Io i telegiornali non li chiamerei neanche così e francamente ormai preferisco la free press che trovo in metropolitana, che dà la notizia senza sentire la necessità di un commento “cazzuto” di uno che la pensa a destra o sinistra».

Berlusconi non s’è mai fatto sentire con voi?
«No, purtroppo no. Intendiamoci, io non ho mai votato, ma non sono dalla sua parte.
Il “purtroppo” si riferisce al fatto che lui televisivamente, secondo me, era bravo, era molto meglio come capo delle sue tv che come capo del Governo. Però devo essere sincero, lui  non ha mai alzato la cornetta. Perché, semplicemente, non fa i conti con quello che diciamo, ma con quello che incassiamo. Lo facciamo guadagnare e non conta altro. Lui ha imparato la lezione di Andreotti: parlate di me, anche male, purché se ne parli».


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