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Nicaragua: terra di laghi e vulcani

La religiosità di una terra generosa, imprevedibile, meta dei surfisti

Sab 01 Nov 2008 | di Manuela Senatore | Mondo
Foto di 11

Pensando alla sua storia recente, il Nicaragua sorprende per quanta cordialità e religiosità si trova nella gente. Arrivando a Managua, capita di fare il viaggio dall’aeroporto al centro in un’auto troppo scassata anche per i rottami. La città si dirama disordinata dalle sponde del lago omonimo e la sovrasta il picco del vulcano Tiscapa. La misura dello spazio appare indefinita, perché solo le vie principali portano un nome e i percorsi si conoscono grazie alla consuetudine e al tracciato dei rapporti personali. Viaggiare nell’inverno dei tropici significa assistere a un acquazzone furioso che dura quindici minuti: basta mezzora per rivedere l’asfalto asciutto, pronto per una nuova spruzzata.
Nata per i tempi moderni, Managua non si può definire una bellezza coloniale da conoscere con calma; le manca il fascino raccolto di altri luoghi, ma colpisce l’attività frenetica dei suoi abitanti. In giro si vedono carri tirati da cavalli, commercianti di fortuna e lavavetri ai semafori. Le stazioni dei bus fuori porta sono luoghi caotici dove avviene la caccia al viaggiatore in modo che il bus viaggi a  carico pieno.

IL PASSATO NEL PRESENTE
La curiosità del turista trova soddisfazione in almeno un paio di siti. Il più insolito si trova in un minuscolo museo che riesco a visitare in totale solitudine; il sito si chiama Huellas (impronte) de Acahualinca  per le tracce lasciate 6mila anni fa da un gruppo di uomini, donne, bambini e animali in cammino verso il lago. Un’eruzione vulcanica le ha coperte e conservate intatte fino al 1874 quando vennero scoperte da un gruppo di minatori. Altra sosta interessante è alla nuova cattedrale, costruita per sostituire quella distrutta dal  terremoto del 1972. L’architettura bizzarra si rivela nelle 63 cupole che simboleggiano le altrettante diocesi del paese.
Un’altra istituzione è il teatro nazionale Ruben Dario che in occasioni speciali mette in scena il balletto folkloristico del Nicaragua: un appuntamento sentito che l’organizzazione accoglie con vino e garofani rossi da appuntare al vestito. La scena è un tripudio suggestivo di colori e immagini: i danzatori interpretano con enfasi situazioni tipiche dell’esperienza esistenziale nicaraguense: il lavoro nelle piantagioni di caffè, i corteggiamenti campestri, le feste paesane e le processioni religiose. L’emozione culmina prima della fine, mentre sul palcoscenico danza la coppia simbolo del folklore – il nano e la gigantessa – e tra il pubblico si distribuiscono le matrache: uno strumento povero fatto di assi di legno che l’impulso del polso fa ruotare contro una rotella producendo un suono acuto e scoppiettante, specie se prodotto da centinaia di esse; a questo punto l’esaltazione è contagiosa e si sente di partecipare a un momento di orgoglio collettivo.

PER ME SI VA NELLA CITTà DOLENTE
Da Managua il viaggio può cominciare in varie direzioni: scegliendo il nord degli altipiani, delle piantagioni di caffè e di luoghi vergini come Estelì, o procedendo a sud verso Masaya e Granada. La prima – a nemmeno un’ora dalla capitale - è famosa per il vulcano omonimo, da tempo addomesticato come parco naturale, con la possibilità di arrivare in macchina fino ai fumi minacciosi del cratere Santiago.
Dopo una salita che mette il motore a dura prova, impressiona la vista diretta sul cratere che fuma, con le stratificazioni rocciose ben leggibili. Gli spagnoli lo consideravano uno degli accessi all’inferno. Proseguendo per qualche chilometro il patema del vulcano attivo si distende nella vista rassicurante della laguna. La città  sorge poco lontano, appare come un borgo in attivi commerci. Masaya è famosa per le creazioni artigianali: le marionette dalle sembianze di cavalieri conquistadores, le maschere che ritraggono umani e animali, i giocattoli di legno e le elaborate amache.

LA PERLA DEL PAESE: GRANADA
La via del sud porta a Granada che è la perla nobile e antica del paese; uno di quei luoghi che rappresentano un universo concluso, dove tutto esiste per stare in uno specifico posto e dove la gente recita ogni giorno il suo copione agrodolce. Intorno alla piazza sostano i cocchi dei cavalli che si affittano per il giro turistico. La calma pervade ogni gesto e atteggiamento, dal mezzo sorriso delle giovani che portano sulla testa ceste di vimini cariche alla chiacchiera ospitale dell’artigiano che lavora a una sedia di vimini. È facile perdersi tra i vicoli e le mura dipinte, camminando allo stesso ritmo dei locali, o aggirarsi tra le locomotive dell’antica ferrovia per catturare l’angolo migliore da immortalare; per la vista dall’alto basta arrampicarsi sulle mura del forte della Polvoria che fu eretta dagli spagnoli, ma che ha visto spari recenti.

L’ARCIPELAGO DELLE 360 ISOLE
Per un’escursione fuori da ogni tempo basta prendere una barca e addentrarsi nell’arcipelago delle 360 e passa isole a rilassare lo sguardo tra i palmizi o dietro il tuffo di una tartaruga. Da Granada si prende il battello per Ometepe: l’isola vulcanica più grande del mondo che si annuncia tra le nubi del pomeriggio brumoso con la sagoma dei due vulcani. Se possibile, l’isola è un universo ancora più concluso, dove la vita scorre secondo ritmi millenari con l’interruzione sporadica di qualche turista non ancora divenuto folla.

SUL VULCANO
L’escursione al vulcano Concepción (che si eleva fino a 1600 metri) comincia prima delle sei perché l’andata e il ritorno durano oltre dieci ore. È un’ascesa che comincia lieve, passando tra le case dei contadini, facendo conoscenza con l’urraca: l’uccello dalla lunga coda che avrebbe il potere di restituire la parola ai muti (ma questo le costa l’estremo sacrificio); poi ci sono le bacche e i frutti dai nomi misteriosi e dai poteri altrettanto oscuri. L’arrampicata fino a 600metri avviene tra i boschi e una vegetazione folta, ma dopo i mille il percorso diventa roccioso e i passi si fanno più irti e scoscesi.
La bellezza del paesaggio comincia a sparire tra le nubi fitte, che quasi sempre coprono la cima. Fra le infinite salite e la vegetazione bassa si comincia a vedere la cima e con essa la parte più difficile del cammino. Gli ultimi cento metri sono di roccia sgretolata che non assicura la solidità del passo. Sulla cima, se tutto è coperto, si avverte il tuono sordo che viene dal cratere e l’aria è densa di effluvi solforosi che quasi tolgono il respiro. La discesa è un’altra sfida, specie se colti dal temporale tropicale. Quando si vede il capanno per il pedaggio, significa che l’arrivo è vicino.

OJO DE AGUA DULCE
Il giorno dopo mancano le energie per scalare i 1345 metri del vulcano Madera che la natura ha trasformato negli anni inattivi con un vestito di foresta primaria e la gemma della laguna sulla cima. Allora non resta che percorrere l’isola in moto. Per una sosta, ci si fa il bagno nelle acque dell’Ojo de Agua Dulce: una piscina naturale a temperatura ambiente. L’isola è anche uno scrigno di pietre storiche: i petroglifi con le incisioni, che gli antenati hanno lasciato a ricordo di usi e ideali, sono sparsi in vari punti dell’isola. Alcuni sono conservati in haciende private.

LA MECCA DEL SURF
In una mattina come tante, mi aggiungo ai pendolari per raggiungere Moyogalpa, dove si prende il traghetto per la terraferma. Sono diretta a San Juan del Sur che è la mecca del surf in Nicaragua. Arriviamo al battello, dove dobbiamo far fronte a una tempesta tropicale sul lago. Le onde intorno appaiono seriamente minacciose e ci vien detto d’indossare i salvagenti. Viaggiamo per un’ora che dura per sempre. Poi dalla burrasca emerge la riva e i marinai sono in acqua per tentare di attaccare gli ormeggi. L’arrivo a San Juan rilassa per la vista dell’oceano e l’incontro con turisti di lunga permanenza. Facile abituarsi a bere una birra presso i bungalow a gestione familiare, pagando un prezzo da turista, prendendo note di viaggio e osservando due surfisti che hanno deciso di usare la tavola anche in questa giornata perturbata. Gli ostelli si sono organizzati con i fuoristrada per trasportare i surfisti alle spiagge circostanti, come Playa Madera. Alla fine riusciamo a vedere le onde che aspettano di esser conquistate. La giornata scorre veloce tra un bagno e l’altro e presto torna a riprenderci il carro dell’ostello. Per la serata non resta che confondersi nella folla scanzonata dei giovani turisti: qui il divertimento è quello di sempre. Ma anche un po’ speciale, come quando capita di incontrare la band che ha suonato la notte prima sull’autobus delle cinque diretto a Managua. Come me, anche loro tornano a casa.


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