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Violante Placido: Tutta la vita che abbiamo dentro

Per imparare ad amare, conquistiamo il distacco dagli altri e diamo spazio all’inconscio!

Sab 01 Nov 2008 | di Giuseppe Stabile | Zona Stabile
Foto di 8

Quando s’incontra una persona luminosa e trasparente come Violante Placido non servono molte parole per instaurare una relazione di contenuto e qualità. Capita così che una breve intervista si trasformi in una buona occasione non solo per far emergere la bellezza interiore di una brava attrice, ma anche per meditare sull’impegno necessario per diventare persone veramente vive, libere e capaci di amare.

Violante, nel cinema ci sei nata!
«Sì è vero, entrambi i miei genitori erano attori ed andavano sempre in giro; spesso mi portavano con loro e quindi passavo molto tempo tra gli adulti dell’ambiente cinematografico. Poi mia madre ha smesso di recitare ed è potuta stare sempre con me».

Com’è stata la tua infanzia?
«Molto avventurosa e nomade - dice sfoggiando uno dei suoi affascinanti sorrisi -. Ho avuto una famiglia abbastanza movimentata, molto insolita e con poche regole. Sono cresciuta per tanto tempo con i miei nonni ed i fratelli di mia mamma, vivendo sempre in una situazione molto viva, soggetta al cambiamento».

Raccontaci la Violante bambina.
«Ero un po’ un maschiaccio, con un forte senso di avventura ed il desiderio di mettermi sempre in gioco, di scappare e di buttarmi nei fossi. Oggi ho scoperto quanto è importante per me la relazione con i bambini: ogni mattina hanno uno sguardo di meraviglia e purezza, di contatto con quello che li circonda, con il presente. Quello stesso presente che, a volte, noi dimentichiamo di vivere».

Qual è il tuo atteggiamento nella vita di tutti i giorni?
«Tendenzialmente sono un po’ timida ed insicura, ma cerco sempre di prendermi i miei spazi, di riscattarmi ogni volta che mi sento in una situazione che mi pone dei limiti e delle barriere. Bisogna recuperare un sano desiderio di ribellione, anzitutto con se stessi. Questo ci aiuta ad evolvere e dobbiamo riuscire a farlo nel nostro piccolo, partendo dalle relazioni personali: poi, passo dopo passo, le cose cambiano».

È facile ribellarsi e rimanere autentici?
«No, purtroppo ci si perde di vista facilmente e si tende a prendere la forma di quello che ci circonda. Ma se perdiamo la nostra parte più autentica andiamo incontro a qualcosa che non ci appartiene e che ci isola. Facilmente ci creiamo un’immagine ed un’idea di noi stessi che non ci corrispondono e, di conseguenza, non stiamo veramente bene».

Cosa fare per tutelare la propria identità?
«Bisogna lottare ogni momento per esprimerla fino in fondo. È una battaglia molto dura perché in ogni circostanza non devi conformarti a ciò che apparentemente ti fa sentire più sicura e forte. Altrimenti ti allontani da te e si crea una dicotomia, una sorta di malessere non riconosciuto e che non vuoi riconoscere. Quindi non sai più veramente chi sei, ma ti accontenti perché temi che, scavando e mettendoti in discussione, potresti provocare un patatrac».     

Riesci a mettere in discussione te stessa?
«Io cerco sempre di mettermi in discussione. Questo atteggiamento di ricerca continua della mia autenticità mi regala sempre nuova energia, anche se ci sono momenti difficili che a volte mi fanno sentire sola».

Come affronti la solitudine?
«Ho imparato che la solitudine può essere qualcosa di molto sano: in certi momenti bisogna toccarla ed è utile per rimanere autentici. Però in alcune circostanze la paura della solitudine ci fa cercare a tutti i costi una compagnia o un impegno: magari in una giornata cerchi sempre di stare al telefono o incontrare persone o crearti qualcosa da fare per fuggire da te stessa. Invece dobbiamo riconoscere che il malessere  che proviamo stando soli o affrontando le nostre paure, ci aiuta a crescere ed a diventare più forti».

Sembra paradossale, eppure spesso abbiamo paura proprio di noi stessi. Come mai?
«Perché durante il nostro cammino, per scoprire chi siamo, dobbiamo smontare le nostre certezze ideali e metterci a confronto con le persone più vicine, spesso con i nostri familiari. Loro ci vogliono bene, ma succede spesso che, senza rendersene conto, tendono ad ingabbiarci nell’idea che si sono fatti di noi. Tutto questo all’inizio ci fa sentire amati, ma quando proviamo a mettere le cose in discussione possiamo sentirci non accettati».

Le tue parole mi richiamano alla memoria un’affermazione molto netta di Gesù: "Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera: e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa" (Mt 10, 34-36). Cosa ne pensi?
«È proprio vero, altro che pace è venuto a portare Gesù! Se voglio finalmente cambiare, se aspiro ad uscire fuori dal mio guscio e superare un mio limite, non posso continuare a restare nello stesso ambiente e con le stesse persone. È necessario il distacco dagli altri, dalla propria famiglia: questo dona una grande forza che fa bene anche a chi ci è vicino. Il distacco non è isolamento: successivamente le persone puoi anche ritrovarle. Abbiamo tutti bisogno della relazione con gli altri ma dobbiamo stare attenti a non cadere nella dipendenza».

È importante coltivare la propria spiritualità per liberare se stessi?
«Certamente. Io credo fortemente nella spiritualità e nel potenziale che abbiamo dentro, pieno di energie incredibili. Inoltre, credo più nelle grandi figure che sono esistite, tra le quali Gesù, che nelle istituzioni religiose. Purtroppo nei secoli alla spiritualità si sono spesso mischiate dinamiche di potere e politica: idealmente sarebbe bello se una società potesse essere fondata su dei principi spirituali, ma nel corso della storia gli uomini sono caduti in tanti tranelli che hanno portato alla creazione di troppe regole e leggi umane».

Come ti prendi cura della tua anima?
«Ho frequentato dei ritiri centrati sulla spiritualità indiana. Trovo che la meditazione sia importante, anche se non la pratico molto. Pure la preghiera ha un valore rilevante, però sono più portata verso un coinvolgimento che sia anche fisico e concreto, dato che siamo soprattutto energia e non solo mente».

Cosa vuol dire che tu sei soprattutto energia?
«Sono sempre più consapevole della preponderanza dell’inconscio in ognuno di noi. A volte mi sforzo d’essere razionale, ma poi si scatena qualcosa dentro, un’energia inconscia che non riesco a gestire con la razionalità. Mi succedono delle cose incredibili ma ora, invece di provare a tenere tutto sotto controllo, cerco di accettare e di avere un rapporto di dialogo con i miei conflitti. Anche se può essere faticoso, dobbiamo smetterla di pensare che la realtà deve essere sempre serena e tranquilla, nell’illusione di sentirci normali. È molto meglio imparare ad ascoltare ed accogliere tutte le nostre energie inconsce continuamente vive».
Ho sperimentato che la Vita che abbiamo dentro si esprime in pienezza solo quando amiamo chi soffre, a partire dai bambini.
«A marzo sono stata in India e mi sono sentita veramente impotente. Ho incontrato tanti bambini poverissimi, allo stremo per la fame e mi sono chiesta cosa potevo fare. Un incontro in particolare mi è rimasto nel cuore… - all’improvviso i luminosi occhi di Violante s’impreziosiscono di lacrime -. Per strada ho incontrato un bambino che mi ha chiesto aiuto: sembrava mio fratello da piccolo. Aveva circa otto anni e faceva da genitore ad una bimba piccolissima, rischiando di essere entrambi travolti dal caotico traffico indiano. Mi sentivo smarrita, gli ho comprato la cena e loro, contenti, si sono seduti per terra a mangiare. E pensare che nel Mondo ci sono milioni di bambini così… Però ho capito che l’atto singolo di pietà non risolve niente; bisogna impegnarsi per costruire insieme a loro le condizioni per farli diventare emancipati, indipendenti ed autosufficienti. Amare significa sostenere l’altro ad essere se stesso, libero ed indipendente. Sia all’interno delle nostre famiglie sia quando vogliamo aiutare i più poveri».

Ci pensi a formare una tua famiglia?
«Sì, ci penso, ma non ho l’affanno. Molte mie amiche, già da piccole, sognavano il matrimonio, trasformandolo quasi in una tappa obbligata. Invece per me è un desiderio interiore che non posso pensare ed organizzare razionalmente. Comunque ho sempre tenuto molto al mio nucleo familiare e sono legatissima ai miei fratelli: se un giorno avrò una famiglia, questa avrà per me un’importanza molto grande».

FIGLIA D’ARTE CON MOLTA PERSONALITÀ
Violante Placido nasce a Roma nel 1976, figlia del famoso attore e regista Michele Placido e dell’attrice Simonetta Stefanelli. Esordisce giovanissima su Rai Due come conduttrice del programma televisivo per bambini “Go-kart”, mentre si mette subito in evidenza con i suoi primi due film “Quattro bravi ragazzi” (1993) e “Jack Frusciante è uscito dal gruppo” (1996). Nel 2003 gira tre pellicole per poi partecipare per la prima volta ad un film di suo padre (“Ovunque sei”, 2004). Diretta da Pupi Avati, nel 2006 recita in “La cena per farli conoscere”  mentre lo scorso anno è nel cast di “Lezioni di cioccolato”. Degno di nota anche il suo impegno nelle fiction televisive, tra le quali spiccano "Karol, un uomo diventato Papa" nel 2005, il kolossal “Guerra e Pace” nel 2007 e la recentissima “Una madre”, nella quale è la bravissima protagonista della dura storia di una ex prostituta che lotta per rifarsi una vita insieme alla sua bambina.


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