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Fabrizio Di Somma: I nostri ciclisti paralimpici a Rio

Il racconto del collaboratore tecnico della Nazionale italiana

Mer 24 Ago 2016 | di Angela Iantosca | Interviste Esclusive
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«La mia avventura è cominciata nel 1998, quando iniziai a fare la guida ad una ragazza non vedente, Silvana Valente, con la quale abbiamo vinto il mondiale in tandem, due europei e nel 2000 le prime Paralimpiadi a Sidney, dove abbiamo conquistato un argento e due bronzi. Dopodiché ho cominciato a pedalare con Emanuele Berzini, che sarà presente anche a Rio, ma con un'altra guida. Perché io, nel 2009, ho chiuso la mia carriera agonistica e dal 2010 sono collaboratore tecnico della Nazionale paralimpica ciclisti». Così si racconta Fabrizio Di Somma, il ciclista di Latina, che a settembre porterà i suoi ragazzi a Rio De Janeiro. 

«Io penso che questa in assoluta sia una delle parentesi più belle della mia vita. A livello mentale è una cosa eccezionale lavorare con i diversamente abili. Nel 1998, quando sono arrivato, ero un ragazzo che non aveva avuto nessun legame con persone con disabilità. Inizialmente pensavo che veramente era una sorta di sofferenza che più o meno si poteva accettare e non avevo chiaro l'esempio che mi potevano dare. Ma poi è bastato poco. Ho capito che era un pensiero sbagliato il mio. Perché mi sono accorto che sono prima di tutto atleti, con un fortissimo agonismo nel sangue. Non dimentichiamo che sono sportivi di primo livello! Chiaramente è una élite di disabili, sono persone che hanno superato il dramma di vivere in carrozzina e la disabilità come “problema” da risolvere, che è legato solo alla prestazione, poi smette di essere tale. Alcuni di loro sono nati così, altri ci sono diventati. E stando con loro, capisci che una situazione drammatica può essere solo un momento e che può essere trasformata in qualcosa di bello. Essere parte di tutto questo mi rende felice».

Cosa hai capito in questi anni?
«Ti rendi conto spesso di come alcune cose che ritenevi difficili per te, anche nella valutazione dei percorsi, non sono difficili per loro. Non di rado, quando organizzo gli allenamenti, penso che forse il percorso è complesso, che la strada non è adeguata, che forse non riusciranno a frenare, e poi mi stupiscono sempre: loro, che non hanno arti o ne possono usare solo uno e hanno diversi tipi di disabilità, mi fanno capire che sono io il “limitato”!».

Nel 2010 hai avuto un incidente molto grave: una macchina ti ha investito mentre pedalavi. Quanto è stato utile lavorare con loro?
«Non avrei gradito vivere una situazione diversa da quella nella quale mi trovo, ritrovarmi su una sedia a rotelle. Ma è stato fondamentale il loro supporto: continuamente comunicavo con loro e gli chiedevo cosa fare per non perdere niente di una vita normale. Loro mi dicevano di non preoccuparmi, che si sarebbe risolto tutto. Ci sono stati momenti difficilissimi, ancora di più per una persona come me, un atleta che vive tutta la vita sentendo il proprio corpo, ascoltandolo: stare nel letto con 30 fratture non è stato semplice. Ma la loro vicinanza è stata fondamentale nell'impegno del recupero!».


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