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Ero viziatissima

Chiara, medico italiano senza frontiere, nel film verità

Mer 01 Ott 2008 | di Boris Sollazzo | Attualità
Foto di 6

Nelle pieghe della selezione dell’ultimo festival di Venezia c’erano due film sui medici di guerra, in particolare quelli di Emergency e di Medici senza frontiere. Uno sguardo su un lavoro che ha i contorni di una missione, di una forma di volontariato nobile e profonda, che consente di portare assistenza, ma anche testimonianza e controllo nei paesi coinvolti nei conflitti di cui il mondo ora è pieno. “Free of charge, no money” è la frase che spesso si legge sui cartelli che segnano la loro presenza, per far capire alla popolazione che non c’è scopo di lucro in questi insediamenti. Noi vi parliamo di Living in emergency, film bello e particolare di Mark Hopkins, regista bravo e impegnato che ha deciso di parlare di questa realtà, quella di MSF, che cura 10 milioni di persone all’anno. “Un’enormità, e allo stesso tempo un granello nel deserto. Sono due miliardi le persone senza accesso ai servizi sanitari primari”. Ha vissuto a lungo in Kenya (e ancora adesso è la sua seconda casa), perché il papà era un agronomo che portava le sue competenze in quell’Africa splendida e martoriata che noi continuiamo a ignorare. E ha deciso di entrare nella vita di quattro medici che hanno deciso di sperimentare la propria professione dove c’è davvero bisogno. Chris Brasher, Davinder Gill, Tom Krueger e Chiara Lepora vengono da luoghi ed esperienze diverse e, come si vede nel film, prendono decisioni diverse (chi rimane, chi resta, chi non sa se continuerà). Li seguiamo dal Congo alla Liberia. Chiara, intelligente e carismatica, è italiana, è un capomissione, è bella e spigliata, con un raffinato gusto nel vestire, con occhi profondi, una bella parlantina, splendidi ricci rossi. è molto giovane ed è forse la più determinata del gruppo. è fuori da tutti quegli stereotipi che odia. E si è raccontata a noi, con disarmante sincerità.

Cosa porta una persona a scegliere questo tipo di vita?
«Io non credo ci sia uno stimolo, una molla, un’illuminazione che ti spinge a fare certe cose. La scelta vera e iniziale è quella di diventare medico, poi una volta che lo sei non puoi che farti guidare dai fatti. E questi parlano chiaro: ci sono 230 abitanti per un medico in Italia, mentre in un paese come la Liberia la proporzione è di uno ogni 33.000. Se sei un medico, dove vai a lavorare?».

Dei lucidi folli, così sembrate nel film.
«Per molti siamo più folli che lucidi, probabilmente, ma è uno sguardo esterno. Il nostro percorso è più naturale di quello che si pensa. Banalmente io non credo di aver preso questa direzione coscientemente, mi sono trovata in situazioni in cui chiunque avrebbe agito alla stessa maniera: se uno ha bisogno d’aiuto, glielo dai, che tu sia medico o no. A me è capitato lo stesso, in certi paesi (Liberia, Sud Sudan, Somalia) ci sono incappata non per ragioni idealiste, non per quelle migliori, e come me tanti medici senza frontiere. Ma quando ti trovi di fronte a scene drammatiche, difficili, impossibili da ignorare reagisci».
Retorica, stereotipi, pregiudizi. La nostra Africa, nel mondo “evoluto” è questo. Voi come la vivete?
«Io faccio sempre molta fatica a ritrovare le esperienze e i paesi che ho conosciuto in telegiornali e affini, trovo che ci sia molta semplificazione, molti stereotipi, il tentativo di inserire il tutto in schemi lontani da noi ma comunque familiari. Non si capisce, invece, che quella non è una situazione folle, diversa. C’è una normalità sconcertante, invece. Prendiamo la guerra: la differenza sta nel contesto, se fossimo noi in conflitti del genere, reagiremmo esattamente come loro».

E' un sentimento diffuso questo disagio?
«Certo, c’è un senso di indignazione in tutti noi per le “cartoline” della mamma che perde il bambino o la persona che muore andando al mercato, eventi terribili ma ormai codificati che consentono ai paesi “evoluti” di mettere una distanza, perché così diventano situazioni terribili che non ci toccano. Ci sconcerta la negligenza, le situazioni che nessuno conosce e di cui nessuno parla. Si parla tantissimo del Darfur, eppure il Sud Sudan sta anche peggio. Io vengo da un centro nutrizionale con 3000 bambini. Se sono lì, vuol dire che sono malnutriti e che senza cure il 75% di loro è destinato a morte prossima. E che, tra i 6 mesi e i 5 anni, l’80% di questi bimbi pesa meno di un bambino di 6 mesi in Italia. Non credo che le mamme in Italia lo sappiano: se così fosse farebbero molta più attenzione. è inevitabile, è una difesa, è difficile vincere la coscienza dell’ingiustizia, il senso di colpa, non riesci ad avere l’empatia necessaria con qualcuno che sarebbe come te se avesse le tue stesse opportunità di studio, di lavoro, di vita».

Lo sente anche lei ogni tanto?
«Uno dei sentimenti più forti che ho quando torno da una missione lo provo compiendo il tragitto da casa mia alla panetteria. C’è un momento in cui sono euforica, ho la gioia assoluta di camminare senza rischiare la vita e che ci sia un posto in cui il pane profuma e che io abbia i soldi per comprarlo. E poi sopraggiunge lo sgomento, perché penso ai miei colleghi, amici e pazienti che non hanno nessuna di queste tre cose».

Come è nato Medici senza frontiere?
«Medici senza frontiere è nato da medici volontari, un gruppuscolo che aveva lavorato in Etiopia e che erano indignati da questo mélange del fatto di lavorare in una missione umanitaria, di vedere degli orrori e non poter far altro che mettere un cerotto. E così si sono costituiti in associazione per portare assistenza d’urgenza con cure mediche e non solo, ad esempio portando anche l’acqua, che è un bisogno vitale. E allo stesso tempo portiamo testimonianza, mostriamo le crisi dimenticate e come si evolvono». 

Lei è lo spot più bello per MSF. Ci racconta di lei?
«Ho 33 anni, non sono sposata e non ho figli. Non potrebbe essere altrimenti, facendo questo lavoro. Sono piemontese e torno sempre in vacanza a casa. D’altronde, confesso, non ho nessuna voglia di girare o viaggiare, durante le mie ferie dormo 15 ore al giorno per un mese, sono stanchissima. E non sento le privazioni rispetto al mio precedente stile di vita, anche se ero viziatissima, tra le peggiori da mandare in un contesto del genere. Dopo i primi giorni di shock in cui tutto ti sembra allucinante, dal lavarti con una tazza al mangiare in un certo modo, man mano che la missione avanza non c’è neanche un istante in cui ti manca la televisione, nemmeno ci pensi, e così la luce elettrica e tante altre cose. Lì i problemi e le priorità assumono un aspetto completamente diverso».

è più “facile” essere un medico donna in certi contesti?
«In un paese in guerra è quasi più semplice. Anche a persone che hanno una sfiducia sostanziale nella tua cultura e in ciò che rappresenti, perché ne hanno visto solo il peggio, fai meno paura. Non sei un potenziale combattente, rappresenti naturalmente la neutralità di MSF. Una donna può parlare di proteggere i bambini, le loro mogli, le loro sorelle in un modo più universale».

I vostri rapporti con i governi dei paesi che aiutate sono molto turbolenti?
«Siamo un’associazione che può diventare molto scomoda, soprattutto per quei governi che cercano di manipolare le popolazioni e le crisi umanitarie, MSF è vista come il fumo negli occhi. Proprio perché, come dicevo, non portiamo assistenza in modo cieco ma testimoniamo anche come la crisi è nata, chi la sta strumentalizzando, cosa può andare a vantaggio dei pazienti».

E immagino che non siano migliori quelli con le case farmaceutiche...
«MSF ha una centrale d’acquisti per comprare farmaci generici ai prezzi migliori e con le qualità migliori e assicurate. Non gestiamo, di solito, case farmaceutiche e cerchiamo di tenercene lontani. I veri problemi ci sono con i farmaci brevettati, soprattutto quando sono vitali, come quelli contro HIV e AIDS. In questo caso MSF ha ritenuto giusto fondare un’organizzazione come DNDI che si occupi di fare pressione sulle case farmaceutiche, sui media, sull’ambiente della ricerca scientifica perché i farmaci vengano dati senza brevetto o a prezzi accettabili. Nei cinque anni di vita di questa associazione i prezzi dei farmaci antiretrovirali sono calati di circa un decimo, anche grazie a queste pressioni».

Alla fine delle vacanze le viene mai la voglia di dire: non ce la faccio più, non torno?
«No, per ora non è mai successo. Anzi, verso gli ultimi giorni sento il bisogno e il desiderio di ricominciare»

IL FILM
La troupe diretta da Mark Hopkins ha girato l’Africa tra luglio e settembre del 2005 per filmare l’attività di MSF. Si è dapprima recata nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo, dov’era e tutt’ora è in corso un lungo e sanguinoso conflitto, nelle città di Beni e Kayna, per raccontare la realtà di una missione di MSF in una zona colpita da un conflitto. Successivamente, la troupe si è recata a Monrovia, capitale della Liberia, all’ospedale Mamba Point dove MSF fornisce cure d’emergenza gratuite. Sempre in Liberia, la troupe si è poi recata nelle remote città settentrionali di Foya e Kolohun, per raccontare l’isolamento e l’intensità del lavoro in una clinica rurale di MSF. In seguito, ad ottobre 2005, si è recata nel Kashmir, in Pakistan, per filmare l’intervento di emergenza di MSF in seguito al terremoto che aveva colpito la regione. Nel 2006 la troupe è tornata in Liberia e poi in Malawi per vedere il lavoro di MSF per assistere le persone colpite dall’HIV/AIDS.


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