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Un tempo odiavo il balletto

Raffaele Paganini : il volto “umano” dell’étoile

Mer 01 Ott 2008 | di Angela Iantosca | Interviste Esclusive
Foto di 8

La disciplina è una delle regole della danza: essere rigorosi con se stessi, danzare per ore, plasmare il corpo e fortificare lo spirito per essere in grado di affrontare il pubblico e i grandi teatri. Quando vedi i ballerini volteggiare e librarsi nell’aria, pensi che siano delle creature del cielo, quasi irraggiungibili nel loro mondo fatto di ali invisibili. E poi ti capita di incontrare persone come Raffaele Paganini, ex primo ballerino del Teatro dell’Opera di Roma, star internazionale della danza classica che, anche in scena, non dimentica di essere padre.

è vero che durante gli spettacoli fa le linguacce ai suoi due figli?
Ride divertito. «è vero. Spesso i miei figli mi vengono a vedere e si siedono nei palchetti laterali. Mentre danzo li osservo e capita che in alcuni momenti si distraggano o si annoino. Allora gli faccio l’occhiolino o le linguacce… lo so, non è molto professionale!».

Danza fa rima con rinunce. A cosa ha dovuto rinunciare nel corso della sua vita?
«Le rinunce sono di tipo familiare. Quando si ha una famiglia il tentativo è di dividersi al 50% tra gli affetti ed il lavoro… Anche se nei periodi di spettacolo il lavoro prende il sopravvento. Certo la famiglia richiede delle grandi responsabilità. E accanto, senza dubbio, bisogna avere delle persone intelligenti e che lavorino nello stesso ambito, come nel mio caso (la moglie Debora è ballerina - ndr)».

Anche se a vederlo sembra nato con le punte ai piedi, il suo debutto è stato tardivo: per quali motivi? 
«Quella che ho vissuto è stata una situazione paradossale per quei tempi in cui il ballerino uomo era una rarità. Sono stati i miei genitori, infatti, ad insistere perché io danzassi».

Per quale ragione?
«Mio padre era un danzatore e mia madre una cantante lirica. Eh sì, sono nato in una famiglia circense dello spettacolo, come dico sempre. Sono "nato" e cresciuto nei teatri tra prove, messe in scena e debutti. Ma, nonostante tutto, non volevo diventare un ballerino e non  amavo il balletto. Quando avevo 8/9 anni papà tentò di farmi cominciare, ma io mi rifiutai. Fino ai 14 anni. Allora, dopo un giorno trascorso sul palco, non da spettatore ma da aspirante ballerino, ho capito che quello era il mio futuro. Con il senno di poi devo dire che mio padre aveva ragione: la danza è lo sport che mi è venuto meglio!».

Prima di quel giorno cosa pensava di fare da grande?
«Lo steward!».

Rispetto ai suoi esordi che diversità nota nei ragazzi di oggi?
«La sola differenza è che oggi i ballerini sono di più e si propongono per generi diversi, come l'hip hop e la danza moderna».
Pensa che gli approcci all'arte come quelli che si possono vedere in trasmissioni quali Amici di Maria siano positivi?
«Assolutamente sì. è una trasmissione che, comunque, mette in primo piano l'arte. Però, ai ragazzi ricordo sempre una cosa: non pensiate che quella sia una scuola di danza. è una trasmissione che deve fare audience, è un format che ha le sue regole. è un contenitore che dura 7 mesi, rappresenta un passaggio, preceduto e seguito da anni di duro lavoro».

Nel corso degli anni sono cambiate le emozioni che prova danzando?
«Le emozioni sono sempre le stesse. Ciò che non c'è più è la paura del palcoscenico. Al suo posto sento una certa tranquillità, perché con il tempo mi sono abituato. Ma le emozioni che mi danno di più energia sono quelle che sento di suscitare nel pubblico: è questo che rappresenta la linfa vitale del mio lavoro. Perché la fatica è enorme e i compensi fanno ridere. Quindi, se non ci fosse neanche questa soddisfazione…».

Spesso l'abbiamo vista in tv. Quando ha scoperto di essere un volto "positivo" della danza?
«Non l'ho scoperto all'improvviso, gradualmente è emerso che so comunicare. Proprio la gradualità è stata fondamentale, perché la coscienza di poter sfruttare questa capacità si è radicata in me con più consapevolezza».

Ha mai pensato di mettere al servizio di chi ha bisogno la sua popolarità?
«Certamente. Lo faccio di frequente anche con altri colleghi. Poco tempo fa ho danzato per raccogliere fondi per la ricerca contro la distrofia muscolare. Mi piace farlo, ma mi infastidisce che non lo facciano gli organi preposti a questo ruolo. Non è giusto che non se ne occupi il Governo. Non si può lesinare su alcuni aspetti. Abbiamo costruito noi una società in cui se hai delle menomazioni sei tagliato fuori. E noi dobbiamo preoccuparci per loro… ma in primis lo dovrebbe fare il Governo».

Ha mai pensato di dire addio alle scene?
«Come danzatore classico l’ho fatto quando ho compiuto 36 anni. Sono fermamente convinto che la danza classica di repertorio debba essere appannaggio solo dei giovani. Al massimo si può arrivare ai 36/38 anni. Io ero al Teatro dell'Opera di Roma, avevo uno stipendio molto sostanzioso e, per coerenza con quanto ho sempre creduto giusto, ho lasciato per diventare un libero professionista».

Cosa ha significato per lei?
«Da un punto di vista "psicologico" non ha avuto ripercussioni su di me proprio perché è stata una libera scelta. Comunque, a partire da quel momento ho cominciato a dedicarmi ai molti sbocchi della danza classica ed al musical (“Cantando sotto la pioggia”, “Sette spose per 7 fratelli”, “Un Americano a Parigi”, “Dance”,  “Omaggio a Fred Astaire e Ginger Rogers” – ndr). Anche se spero di abbandonare definitivamente le scene molto presto. Lo farei anche ora, ma ho delle responsabilità economiche che non mi permettono di farlo. Se Paganini lascia, chi traina il carro?».

Quando parla del carro si riferisce alla Compagnia Nazionale che ha fondato qualche ano fa? 
«è una compagnia piccola come tutte le compagnie private. Non è possibile superare le 12 unità anche perché spesso i teatri in cui portiamo i nostri spettacoli, tranne quelli di tradizione, sono piccolissimi. A questo fattore bisogna aggiungere anche il dato economico: i ballerini appartengono alla categoria più povera dello spettacolo e meno riconosciuta ministerialmente».

Sentir dire da lei, che esistono difficoltà economiche oggettive mi fa pensare con preoccupazione a chi non può spendere un cognome come il suo.
«Purtroppo ci sono delle schifezze anche nel nostro mondo…».

Quali sono le qualità da cui non si può prescindere per diventare un danzatore?
«Una sola: il talento! E poi voglia di lavorare».

Intorno a sé vede un novello Raffaele Paganini?
«Tra i miei alunni, purtroppo, ancora no. Nel mondo della danza c'è qualcuno… se cnella mia scuola ne vedessi uno lo toglierei dal gruppo e lo farei diventare una farfalla».

Nella sua famiglia è tradizione diventare danzatori: anche i suoi figli?
«Nessuno dei due (Alessandro e Luca - ndr): uno studia e l'altro gioca a calcio. Meglio così!».
Nella sua lunga carriera ha ballato nei principali teatri del mondo: quali episodi ricorda con più affetto?
«Quando ho ballato, ancora giovane speranza della danza italiana, con Nureyev: fu lui a scegliermi. E poi in Russia con l’equivalente femminile di Nureyev: Maya Plissetskaya!».

Fa ancora dei riti scaramantici prima di andare in scena?
«Di solito ci facciamo solo un in bocca al lupo... ma c'è un rito che io faccio sempre, anche se forse è meglio non dirlo... (ma Paganini non smentisce il suo lato “umano” e confessa - ndr): quando il direttore di scena comunica a chi tocca entrare... mi accendo una sigaretta e faccio due tiri!».

IN PUNTA DI PIEDI
Inizia i suoi studi di danza all’età di 14 anni presso la Scuola di Ballo del Teatro dell’Opera di Roma e dopo 4 anni entra a far parte del Corpo di Ballo dell’Ente in qualità di solista prima e di étoile poi. Come étoile ospite balla con svariate compagnie: London Festival Ballet, Ballet Theatre Francais de Nancy, Opera di Zurigo, Ballet Concerto de Puerto Rico, Teatro alla Scala di Milano, Teatro San Carlo di Napoli.
Nella sua carriera ha ballato con: Carla Fracci, Luciana Savignano, Gabriella Cohen, Oriella Dorella, Elisabetta Terabust, Raffaella Renzi, Alessandra Ferri, Maya Plissetskaya, Galina Samsova, Eva Evdokimova, Katherine Healy, Trinidad Sevillano, Isabel Guerin, Valentina Koslova, Eleonora Cassano, Aranxa Arguelles, Galina Panava, Grazia Galante. Inoltre dimostra di possedere capacità recitative e musicali interpretando i musical. è stato protagonista di “Un Americano a Parigi”,  "Cenerentola", “Cantando sotto la pioggia” della Compagnia della Rancia, “Sette spose per sette fratelli” e “Dance!”. è stato protagonista dello spettacolo “Momenti di Tango” e del Balletto “Giulietta e Romeo”, con musiche originali di Prokofiev e coreografie di Monteverde.
Nel 2006 fonda la Compagnia Nazionale di Raffaele Paganini e presenta, per la prima volta, una sua produzione Da Tango a Sirtaki - omaggio a Zorba.


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